Attenzione: data la lunghezza del post che segue, onde evitare di annoiarsi lasciando incompleta la lettura, consiglio ai lettori di dividere il testo in due o tre parti da leggere in momenti separati. Ringraziandovi della cortese attenzione, auguro a tutti voi buona lettura.
Filippo
Nel 2005 la scrittrice britannica di origini egiziane Bat Ye’or ha pubblicato un interessante libro intitolato Eurabia: l’Asse Euro-Arabo (Eurabia: The Euro-Arab Axis). In esso viene messa in luce un’alleanza strategica tra i leader europei e il mondo arabo-musulmano che porterebbe al conseguimento di una nuova ed artificiosa entità storica, l’Eurabia, ovvero l’Europa islamizzata. Si tratta di un processo, portato avanti con accurata discrezionalità, che non riguarda soltanto la politica estera, ma che comporta una radicale trasformazione della società europea al suo interno, implicando temi cruciali quali l’immigrazione, l’integrazione degli immigrati e l’idea (campata in aria) che l’Islam sia parte costitutiva dell’Europa.
Il saggista norvegese Fjordman ha proposto una sintesi di questo libro, con l’aggiunta di citazioni da articoli e interviste di Bat Ye’or, nella quale verifica se la tesi “Eurabia” sia corretta o almeno plausibile. Il titolo del saggio, Il Codice Eurabia (The Eurabia Code), è una chiara allusione al bestseller di Dan Brown Il Codice Da Vinci, nel quale si parla di una immaginaria congiura ordita dalla Chiesa per nascondere la verità su Gesù Cristo. Qualora a Dan Brown venisse in mente di scrivere un altro libro su occulte cospirazioni europee, farebbe bene a volgere lo sguardo verso Bruxelles, piuttosto che Roma: forse non ne ricaverebbe stessa fama e utili, ma di sicuro ne risulterebbe qualcosa di molto più interessante e aderente alla realtà.
Le origini di questo progetto euro-arabo, che, come già detto, prevede la fusione tra l’Europa e i paesi musulmani che si affacciano sul Mediterraneo, vengono individuate già dagli anni Sessanta del secolo scorso nella politica anti-americana di Charles de Gaulle, che propendeva per la formazione di una entità ostile a entrambi i blocchi, quello americano appunto e quello sovietico. Questa alleanza avrebbe consentito ai paesi europei di mantenere importanti sfere di influenza nelle ex colonie e di aprire nel mondo arabo enormi mercati per i prodotti europei, specialmente nei paesi ricchi di petrolio e gas naturale, in modo da assicurarne all’Europa gli approvvigionamenti.
Gli stati arabi in cambio avrebbero chiesto all’Europa l’accesso alla tecnologia occidentale, una politica europea indipendente dagli Stati Uniti e la demonizzazione di Israele come minaccia per la pace mondiale, nonché misure favorevoli all’immigrazione araba e la disseminazione della cultura islamica in Europa.
Il 27 novembre 1967, nel corso di una conferenza stampa, de Gaulle affermò che la cooperazione della Francia con il mondo arabo era diventata “la base fondamentale della nostra politica estera”.
Nel luglio del 1974 a Parigi fu creata, sotto la voce Dialogo Euro-Arabo, l’Associazione Parlamentare Europea per la Cooperazione Euro-Araba.
Sarebbe stata dunque la Francia la forza guida di questa unificazione.
L’agenda politica proseguì con i Convegni sul Dialogo Euro-Arabo a Venezia (1977) e ad Amburgo (1983), nei quali furono delineate delle iniziative, incluso un deliberato e privilegiato flusso di immigrazione islamica in Europa:
- coordinamento degli sforzi per diffondere lingua e cultura araba in Europa;
- creazione di centri culturali euro-arabi nelle capitali europee;
- necessità di dotare istituzioni e università europee di insegnanti arabi specializzati nell’insegnamento dell’arabo agli Europei;
- necessità di una cooperazione tra specialisti europei ed arabi con il fine di presentare all’istruito pubblico d’Europa un’immagine positiva della civiltà arabo-islamica e delle contemporanee questioni arabe.
Questi accordi, data la loro natura anti-democratica e socialmente sensibile, non potevano essere ufficializzati in documenti scritti, così i governanti europei scelsero di camuffare i loro progetti chiamandoli con l’innocua parola “dialogo”. Rappresentanti della Comunità Europea e del Consiglio Europeo, insieme a membri di paesi musulmani e della Lega Araba, presero decisioni in sessioni “private”, non aperte alla stampa e non pubblicizzate. Non un solo minuto di quegli incontri fu registrato.
Oltre alla già citata Associazione Parlamentare, che conta oggi più di 600 membri, attivi sia nei rispettivi parlamenti nazionali sia nel parlamento europeo, gli altri organi del Dialogo Euro-Arabo sono l’Istituto MEDEA e l’Istituto Europeo di Ricerca sul Mediterraneo e la Cooperazione Euro-Araba, fondati nel 1995 con il sostegno della Commissione Europea.
Sul fronte culturale, a partire dagli anni Settanta iniziò una completa ri-scrittura della storia, dapprima intrapresa a livello accademico-universitario. Il processo, ratificato nell’incontro del Consiglio d’Europa dedicato al Contributo della Civiltà Islamica alla Cultura Europea (settembre 1991), fu poi rafforzato dall’eurocrate Romano Prodi, allora presidente della Commissione Europea, attraverso la creazione di una Fondazione sul Dialogo delle Culture e delle Civiltà, il cui obiettivo sarebbe stato quello di controllare qualunque cosa in Europa venisse detta, scritta e insegnata sull’Islam.
Negli ultimi tre decenni organizzazioni politiche e culturali della CEE e dell’UE si sono inventate una fantasiosa storia e civiltà islamica, ignorando o censurando ogni testimonianza di violazione dei diritti umani per tutti i non musulmani e le donne che sono vissuti e continuano a vivere sotto la sharìa.
Vale la pena di ricordare che Bat Ye’or è un’esperta in storia delle comunità non islamiche del Medio Oriente, in particolare di quelle cristiane ed ebraiche presenti nel mondo musulmano. La studiosa ritiene che i “nostri politici sono perfettamente informati sulla storia islamica e sulle attuali politiche dalle loro ambasciate, agenti e specialisti” (e come non crederle!?). Non c’è dunque nessuna innocenza, nessun abbaglio, fraintendimento o errore di valutazione nelle loro scelte, ma soltanto una “tremenda inflessibilità nella corruzione, nel cinismo e nella perversione dei valori”. La nuova civiltà europea nel suo farsi, o meglio disfarsi, può correttamente esser definita una “civiltà della dhimmitude”. Il termine dhimmitude è un neologismo francese, derivato dall’arabo dhimmi, il quale fa riferimento a quegli individui non musulmani che accettano una subordinazione restrittiva e umiliante al potere islamico per evitare una forma di schiavitù o la morte. I dhimmi sono considerati esseri inferiori, costretti a sopportare passivamente, in silenzio, aggressioni e umiliazioni.
Potenti lobby governative posseggono componenti politiche, economiche, religiose, culturali e dei mezzi di informazione attraverso le quali impongono in maniera subdola questa nuova entità dell’Eurabia. I dissidenti vengono messi a tacere, o boicottati, o licenziati dal lavoro (si veda il recente caso dell’insegnante inglese Andrew McLuskey): sono vittime di una “correttezza” totalitaria imposta dai media, dai settori accademici e politici. L’intera propaganda multiculturalista e multietnicista è pianificata e orchestrata dai più alti livelli politici dell’Unione Europea, la quale si configura, con evidente forzatura storica, come un “mostro” dotato di poteri e facoltà di intervento più ampi di una qualsiasi federazione sopranazionale. Richard North e Christopher Booker, autori del libro The Great Deception: Can The European Union Survive?, definiscono l’UE “un colpo di stato al rallentatore: il colpo di stato più spettacolare nella storia”, teso a mettere gradualmente e accuratamente in secondo piano il processo democratico all’interno delle singole nazioni e a soggiogare i vecchi stati nazionali d’Europa senza destare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Nella Strategia Comune del Consiglio Europeo – Visione dell’UE per la Regione Mediterranea, documento datato al 19 giugno del 2000, si fa esplicito riferimento ad un “ulteriore sviluppo degli scambi umani fra l’UE e i partner del Mediterraneo” e ad una “particolare attenzione” prestata ai media e alle università. La Strategia inoltre si prefiggeva l’obiettivo di “continuare, allo scopo di combattere l’intolleranza, il razzismo e la xenofobia, il dialogo tra culture e civiltà”. Sono propositi che, nascosti dietro l’innocenza di un vocabolario che apparentemente prospetta buone intenzioni, mirano a preparare il terreno ad un’invasione già in fieri e dalla portata man mano più consistente. La lotta contro l’intolleranza, il razzismo e la xenofobia sembra più un pretesto per perseguitare o quanto meno ridurre al silenzio i “non allineati”. Fjordman fa giustamente notare come questo documento fosse anteriore agli attentati dell’11 settembre 2001, quando ancora non si parlava di islamofobia. Non si tratta quindi di una risposta ad un eccezionale avvenimento internazionale che ha avuto comprensibilmente ripercussioni anche sul modo di considerare il mondo arabo, ma è parte di un processo in atto da tempo.
Un altro punto è particolarmente interessante: l’UE voleva “promuovere l’identificazione di corrispondenze tra sistemi legali di differenti ispirazioni per risolvere problemi di diritto civile relativi agli individui: leggi di successione e diritto di famiglia, incluso il divorzio.” Cosa vuol dire esattamente? Che i paesi europei adegueranno le loro legislazioni laiche alle esigenze della sharìa per quel che riguarda le questioni familiari degli immigrati maomettani? Forse preannuncia un atteggiamento indulgente nei confronti di pratiche non proprio usuali in Europa?
Se nella Strategia Comune si menzionavano generici “scambi umani” (notare come le persone siano trattate, anche sul piano terminologico, alla stregua di merci comuni), gli intenti si fanno molto più espliciti nella Sesta Conferenza Ministeriale Euro-Mediterranea, svoltasi a Bruxelles il 28 novembre 2003, in cui si afferma la necessità di fare del bacino mediterraneo un’area di libero scambio con il mondo arabo attraverso il conseguimento delle “quattro libertà fondamentali dell’UE: libero movimento di beni, di servizi, di capitali e di persone”.
Nel giugno del 2005, a Rabat, in Marocco, si tenne una conferenza dal titolo Favorire il Dialogo fra le Culture e le Civiltà, congiuntamente organizzata dall’UNESCO, dall’Organizzazione Islamica dell’Istruzione, della Scienza e della Cultura (ISESCO), dall’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC), dall’Organizzazione della Lega Araba dell’Istruzione, della Cultura e della Scienza (ALECSO), dal Centro Danese per la Cultura e lo Sviluppo (DCCD) e dalla Fondazione Euro-Mediterranea Anna Lindh per il Dialogo tra le Culture (Alessandria, Egitto). Fra le proposte avanzate da Olaf Gerlach Hansen, Direttore Generale del DCCD, spicca quella di una revisione degli attuali libri di testo (anche in questo caso, ciò avviene prima della pubblicazione delle caricature danesi di Maometto).
N.B.: nel marzo 2006, la sessione plenaria di due giorni dell’Assemblea Parlamentare Euro-Mediterranea, riunita a Bruxelles, approvò una risoluzione che condannava l’offesa causata dalle vignette danesi su Maometto. Analoghe rappresentazioni caricaturali in passato sono state fatte anche sfruttando l’immagine del Cristo: si è mai sollevata un’ondata di sdegno e di condanna tra le autorità europee? Mi pare proprio di no. D’altronde che bisogno c’era se le strade non erano state occupate da folle invasate di cristiani che incendiavano e distruggevano ambasciate, banche, negozi ed edifici pubblici vari?
Nella Dichiarazione di Algeri per una Visione Condivisa del Futuro, documento redatto dopo il congresso tenutosi in Algeria nel febbraio 2006, si afferma che “è essenziale creare una entità Euro-Mediterranea fondata su Valori Universali” (quali?). Per il raggiungimento di questa nuova entità vengono ancora una volta avanzate delle proposte, tra cui:
- lo sviluppo di “un sistema di istruzione armonizzato” tra l’Europa e i paesi arabi, che in “burocratese” equivale a dire che i programmi scolastici saranno modificati in modo da far studiare soltanto quello che dicono loro e come dicono loro;
- “incoraggiare la circolazione degli individui” (ancora!);
- istituire degli osservatori anti-diffamazione per far fronte alle considerazioni razziste e alla diffusione dell’odio verso persone di diversa religione, nazionalità o etnia (sarei molto curioso di sapere cosa intendono per diffamazione, razzismo o odio, quale è secondo loro il confine che separa un’opinione legittimamente espressa da un’offesa propriamente detta).
All’inizio del 2006, il commissario per i diritti umani dell’UE, Alvaro Gil-Robles, criticò il progetto di rilanciare il Cristianesimo come argomento di studio nelle scuole elementari della Danimarca, poiché sarebbe andato contro i valori europei (??!!). < La religione come materia scolastica dovrebbe essere un corso generale che cerca di dare agli studenti la capacità di capire le tre religioni monoteistiche > - disse. Le “tre religioni monoteistiche” sono Cristianesimo, Ebraismo e Islam.
Una componente cruciale del pensiero e dell’atteggiamento euro-arabo è considerare l’Islam una religione tradizionalmente europea, al pari del Cristianesimo (assurdo!) e dell’Ebraismo.
Bat Ye’or sottolinea come il regime del Politicamente Corretto abbia portato allo sviluppo in internet di una folta “stampa della resistenza”, quasi l’Europa fosse sotto “occupazione” dei suoi stessi governi eletti. Blog e siti internet avrebbero giocato un ruolo determinante nel rifiuto della Costituzione Europea da parte di Francia e Paesi Bassi, nel 2005, nonostante i leader politici di entrambi i paesi avessero condotto massicce campagne in suo favore. Non a caso, alcuni mesi più tardi le autorità dell’UE si schierarono a fianco di vari regimi autoritari, quali Iran, Arabia Saudita, Cuba e il Partito Comunista Cinese, per sostenere un “controllo più internazionale con” internet. L’espressione è molto ambigua, lasciando intendere piuttosto una vera e propria censura della rete.
Infine è bene ricordare l’intervista rilasciata a Paul Belien e la trascrizione del discorso pronunciato a Bruxelles di Vladimir Bukovsky, l’ex dissidente sovietico che ha evidenziato inquietanti somiglianze tra l’UE e l’URSS.
Nelle fonti sono riportati gli indirizzi che rimandano alle tre parti del saggio (in inglese), pubblicato nel sito jihadwatch.org, che figura tra i collegamenti. Fjordman passa in rassegna, analizzandoli, altri numerosi aspetti e dettagli, anche di carattere storico, che non ho menzionato per non appesantire la lettura di un sunto già di per sé lungo, ma che sono ugualmente degni di attenzione.
Fonti:
jihadwatch.org (parte I)
jihadwatch.org (parte II)
jihadwatch.org (parte III)