giovedì, 31 maggio 2007


Turchia in Europa? La Chiesa dice che si può fare, nessun problema. Lo ha rivelato il segretario di Stato della Santa Sede, Monsignor Tarcisio Bertone, a margine di un convegno sul Cristianesimo e la secolarizzazione del Vecchio Continente promosso dall'Università Pontificia Regina Apostolorum.
"
La Turchia - ha spiegato il Cardinale - è un Paese che sarebbe definito laico" e che "ha camminato molto, sta camminando". Sicuro! Siccome lo Stato turco è formalmente laico (e "cammina"), allora tutti i Turchi sono laici. E se sono laici, sono necessariamente anche europei. Logico, no?!
Monsignor Bertone ricorda inoltre che "i genovesi
, nel 1400 e nel 1500, avevano ottimi rapporti con queste popolazioni" e che "la Chiesa, per esempio, fino ai tempi di Papa Lambertini, Benedetto XIV, si serviva dei buoni uffici della Francia per tenere rapporti anche con i governanti turchi". Ma certo! Visto che la Via della Seta nel XIII secolo portò Marco Polo in Cina, perché non allargare l'Unione Europea anche a questo paese? O ai paesi del Sud-Est asiatico: chi non ricorda le spezie lì procurate dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali nel XVII e XVIII secolo? Eh, vogliamo scherzare?
Il Segretario ha infine ribadito il suo consenso sottolineando il contributo che la Turchia,
con la sua specificità, potrebbe dare alla costruzione di un'Unione che non sia mera alleanza di mercato (!!!). Mhmmmh... chi glielo spiega che l'adesione della Turchia risponde proprio a quella "oligarchica necessità"?!

Fonti:
1. la Repubblica.it
2. NoReporter.Org

1.
CdV, 19:53
UE: CARDINAL BERTONE, SI' A INGRESSO DELLA TURCHIA

Il Vaticano non e' contrario all'ingresso della Turchia in Europa. Lo ha affermato il segretario di Stato Tarcisio Bertone, al Convegno sulla secolarizzazione del Vecchio Continente promosso dall'Universita' Regina Apostolorum. "La Turchia - ha spiegato - sarebbe definibile come un paese laico, e' un paese di frontiera che sta facendo passi avanti". Il segretario di Stato ha ripetuto poi il si' della Santa Sede all'ingresso della Turchia con un argomento piuttosto inedito, sottolineando cioe' il contributo che essa, con la sua specificita' puo' dare alla costruzione di un'Unione che non sia mera alleanza di mercato. Secondo il porporato, infatti, "in un contesto di governi che rispettano regole comuni e dialogano si puo' costruire insieme un bene comune".

2.
La Turchia quasi in Europa
 
Il Vaticano si dice favorevole. E se quello di Benedetto XVI anziché un “incidente” nei confronti dell’Islam fosse stato un assist offerto proprio all’alleato strategico degli americani?


Lo dice all’Università Europea di Roma, ricordando che i genovesi avevano con l’impero ottomano «ottimi rapporti». Riflette poi sul processo di secolarizzazione in atto nel vecchio continente e il braccio destro di Papa Ratzinger (Cardinal Bertone) assicura: la Chiesa è una realtà in dialogo con tutti, compresi «i laicisti». Quanto all’Italia il «confronto» è sereno, il Family Day ha messo in luce la preziosità della famiglia e «ogni aiuto che arriverà dal Governo in questa direzione sarà il benvenuto».
In quest’Europa secolarizzata continua a sollevare dubbi l’ingresso della Turchia, Paese in cui sussiste il problema opposto, quello del fondamentalismo...
«In effetti c’è un po’ di contraddizione. La Turchia è un Paese che sarebbe definito laico. Però la Turchia ha camminato molto, sta camminando. Abbiamo sempre detto: è un Paese di frontiera. I genovesi, nel 1400 e nel 1500, avevano ottimi rapporti con queste popolazioni. E anche la Chiesa, per esempio, fino ai tempi di Papa Lambertini, Benedetto XIV, si serviva dei buoni uffici della Francia per tenere rapporti anche con i governanti turchi. Con questo voglio dire che ci sono delle evoluzioni, ci sono naturalmente delle posizioni diversificate, ma in un concerto di soggetti, popoli e governi che rispettino le regole fondamentali del vivere comune, si può dialogare e costruire insieme un bene comune a raggio europeo e anche a raggio di comunità mondiale».
E questo anche con l’ingresso in Europa?
«Anche con un ingresso in Europa».
[...]
giovedì, 31 maggio 2007


Ida Magli è una delle giornaliste e scrittrici che prendiamo maggiormente in considerazione per i temi trattati in questa sede, pur ritenendo in alcuni casi opinabile il suo pensiero (ricordo che il sito Internet del suo movimento, ItalianiLiberi, figura tra i collegamenti del blog). Certamente è una tra i pochissimi intellettuali italiani a denunciare quel progetto globalista di annientamento dei popoli incarnato dall'Unione Europea.
Come tutti saprete, recentemente si sono svolte in varie zone d'Italia (soprattutto al Nord) le elezioni amministrative, le quali hanno tendenzialmente sancito una netta affermazione dei partiti del Centrodestra (Forza Italia e Lega Nord in particolare). Ora, non è mia intenzione discutere del significato politico di queste elezioni, ammesso che lo abbiano. Voglio invece invitare, attraverso un recente articolo di Ida Magli che sto per proporvi, ad una riflessione più generale. A chi, come me, sta a cuore il tema dell'immigrazione con relative ripercussioni (quindi, il destino dell'Italia e dell'Europa), potrebbe apparire buona cosa questa pronunciata affermazione dei partiti della Casa delle Libertà in molte aree del Nord del Paese, dove forse più che altrove è sentito il problema immigrazione-sicurezza. Faccio speciale riferimento all'avanzata della Lega Nord, la quale, si sa, ha fatto della lotta all'immigrazione uno dei suoi cavalli di battaglia preferiti. Ma fate attenzione a non lasciarvi gettare fumo negli occhi, poiché i conti vanno fatti tutti, fino alla fine...

Da ItalianiLiberi:

Inganni e tradimenti

di Ida Magli 
ItalianiLiberi | 27 Maggio 2007

Si compie ancora una volta il rito delle elezioni. Vorrei spiegare, nel modo più chiaro e più conciso possibile, quali siano i motivi per i quali noi, gli Italiani, non ci salveremo comunque, né con queste elezioni né con altre se non porremo duramente ai nostri politici la domanda su che cosa intendano fare riguardo all’Unione Europea. Purtroppo il sistema delle elezioni affidate al popolo tranquillizza, anzi addormenta lo spirito critico nei confronti dei politici, sia verso quelli che governano che verso quelli che stanno all’opposizione. Al tempo stesso fa credere che, viceversa, lo spirito critico sia fortissimo in quanto si svolge una specie di pseudo battaglia fra i due fronti, pseudo battaglia cui partecipano, fingendo di informare, anche i giornalisti.

Continua

martedì, 29 maggio 2007
Lo scorso 16 maggio dicevamo di una manifestazione indetta da islamici il prossimo 15 giugno a Londra (Muslims rise against British oppression - I musulmani insorgono contro l'oppressione britannica). Come temevamo, sembra che l'iniziativa stia assumendo i contorni di una manifestazione di forza ispirata dalle componenti più radicali dell'Islam "britannico". A Saltley e ad Alum Rock (Birmingham) cabine telefoniche, fermate degli autobus e lampioni stradali sono stati tappezzati di volantini  propagandistici contenenti messaggi offensivi. I residenti si chiedono perché le autorità locali tardino a rimuovere i volantini dell'odio che invocano la rivolta.

Fonte: Novopress.info United Kingdom
martedì, 29 maggio 2007



Il 29 maggio 1453 i Turchi Ottomani guidati dal sultano Maometto II espugnavano, dopo circa un mese di assedio, la capitale dell'Impero Romano d'Oriente, Costantinopoli. Dopo oltre mille anni di storia ininterrotta, l'Impero Bizantino cessò di esistere. Fortissima fu l'impressione che l'evento provocò in Europa. "La terra, che da quel momento iniziò a chiamarsi Turchia, era stata patria delle più fiorenti comunità e vestigia cristiane" (da StoriaLibera.it).

L'immagine: L'Assedio di Costantinopoli, di Jean Chartier (1470 circa).
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categoria:ricorrenze, cultura europea
domenica, 27 maggio 2007


Sorin Nicolescu è il manager generale della Wear Company, un'industria manifatturiera svizzera che produce capi di abbigliamento in Romania, nei pressi della città di Bacau. Per aggirare il problema della mancanza di manodopera da impiegare nell'azienda, Nicolescu ha pensato "bene" di importare 800 operai dalla Cina. Esaminiamo dunque il problema di fondo: perché la Wear Company non riesce ad impiegare (o non vuole!) lavoratori autoctoni? Due sono le motivazioni essenziali. Da un lato, la massiccia emigrazione delle forze più produttive (uomini e donne in età lavorativa) verso i paesi dell'Europa centrale e occidentale (soprattutto Italia e Spagna) ha limitato notevolmente la domanda di lavoro, la quale di conseguenza non riesce più a soddisfare le esigenze di un'offerta che si trova "costretta" ad attingere "materiale umano" dall'estero. Dall'altro lato, come ammesso dallo stesso Nicolescu, sono i più bassi salari richiesti dalla manovalanza cinese rispetto ai locali che assicurano ai suoi prodotti la competitività nei mercati internazionali.
Dopo l'adesione della Romania all'Unione Europea, la possibilità per i cittadini romeni di muoversi liberamente per l'Europa non ha potuto che aggravare la già difficile situazione, avendo costituito un incentivo ulteriore all'emigrazione.

L'esempio della Wear Company ben mostra quella logica globalista di attuazione del dominio elitario che si avvale proprio dello spostamento continuo di masse umane, trapiantate in contesti geografici alieni al solo fine di soddisfare gli interessi dei nuovi oligarchi piegando le locali prerogative identitarie. Sullo stesso argomento invito a leggere il seguente articolo dal blog Euro-Holocaust:

Ancora il "gioco del domino" in Romania: non solo cinesi...

Fonte: BusinessWeek

Poor Romania Imports Poorer Workers
Now that they're residents of an EU member country, low paid workers are leaving the Balkan nation in search of higher wages
To get around the chronic labor shortages hampering this traditional textile center and in other industries across Romania, Sorin Nicolescu, who runs a clothing factory, came up with an original solution: import 800 workers from China.
"The explanation is very simple," said Mr. Nicolescu, general manager of a Swiss concern, the Wear Company. "We don't have any Romanian workers because they have all left to work" in Western and Central Europe.
Foreign investors have been attracted to Romania, a poor Balkan country, because of its low wages and, since Jan. 1, its membership in the European Union. At the same time, those low wages and freedom of movement through Europe, which is now easier, have been fueling a wave of emigration that threatens to slow an economic boom in recent years in Romania.
"This was happening before we joined the E.U.," said Ana Murariu, a production manager at Wear. "Now it's even worse."
Romania, a nation of 21.6 million (and declining 0.2 percent annually), received 9 billion euros, or about $12 billion, in foreign direct investment last year. That helped the economy grow last year as much as 7 percent, with an unemployment rate in January of 5.4 percent -- well below the European Union average.
But with monthly wages averaging around $375 after taxes, roughly two million people, or more than 8 percent of the population, have left since the Stalinist government of President Nicolae V. Ceausescu fell in 1989, according to analysts' estimates.
Italy and Spain are the most popular destinations for Romanian workers, where they usually perform manual labor, legally and illegally, and generally for lower wages than local people.
Mr. Nicolescu said he decided to look for workers in China because he had contracts there, and those companies had put him in touch with an employment agency. Those who are hired pay about $2,000 for transportation and the employment agency's fee, according to one worker.
Once they reach Bacau, a drab industrial city of 181,000 some 150 miles northeast of the capital, Bucharest, they go to work in a large, inconspicuous warehouse on the outskirts of town.
Inside, about 170 Chinese women operate sewing machines attached to tables stacked with finished and unfinished garments. Most of the tables, arranged in long rows, are empty. The plant expects 500 more Chinese workers by the end of May.
The factory is clean, freshly painted and well lighted. The only sound is the rapid, repetitive thud of the sewing machines as the workers stitch together previously tailored pieces of garments. They make mostly sportswear for a range of brands, including Prada and Carrefour. All the production is for export.
Mr. Nicolescu said he paid the women about $347 a month after taxes. The legal minimum wage is 132 euros a month ($176) after taxes.
The company operated with Romanian workers until 2003, when operations were suspended because the work force had dwindled to 200. Mr. Nicolescu said the company had posted hundreds of job offers at a local agency, but they had gone unanswered.
"It's very difficult work, and it's not well paid," Mr. Nicolescu acknowledged. He said the industry found it hard to attract young workers to replace the current ones, most of whom are nearing retirement.
"I'm not very pleased about working with foreign workers because I have to provide them food and housing" on top of their salaries, Mr. Nicolescu said. That amounts to $130 a month for each employee, he said, in addition to more than $500,000 he has spent building worker dormitories.
Critics say the company would find Romanian workers if it offered better wages. But Mr. Nicolescu replied that higher wages would make his products uncompetitive internationally, pointing out that textile manufacturers had already left much of Europe in search of lower costs in regions like China.
Cornelia Barbu, deputy director of the Bacau County employment agency, said inspectors had thoroughly inspected conditions for the Chinese workers. "They are treated very well," she said. "They have a social club and a kitchen. They live much better than most of the Romanians living abroad."
Xiu Xian Hong, from Fujian Province, who came here last July, described life as better than in China.
"It is quiet here, and the air is much cleaner," she said through a translator who worked at the plant. "The work is the same, but the pay is more." But she said she missed her 3-year-old daughter and her husband back home.
Ms. Xiu said she had come to Romania because it was the only place being offered when she sought work at an agency in China. She said she planned to stay at least three years, hoping to save enough money to start a business, perhaps a shop, when she returned.
Although the city center is easily accessible by public transportation, the workers spend most of their free time in five-bed dormitory rooms in the factory complex, playing cards, reading books and watching Chinese satellite television.
Few local residents have seen the workers in town. People in a city park one recent afternoon said that they had learned about their new neighbors from newspapers and television.
"Our people have gone to the West and all over the world, so we need others to replace them," said Dumitru Padure, a retired aircraft factory technician.
Andrea Grigoras, a translator, sitting with her toddler daughter, expressed the view that the Chinese workers received better pay than Romanians and would probably be more focused than Romanian workers. "I know a lot of Romanians who would do the work for less," she said, adding: "I'm not worried. But I'd get worried if there were many foreign workers coming here."
A variety of intra-European transportation links here illustrates the scale of emigration. A discount Romanian-based airline, Blue Air, offers six direct flights a week from Bacau to Italy - two to Turin and four to Rome. A bus company, Atlassib, one of many, runs 10 buses daily to Italy from Bacau.
The population of Romania is projected to fall by 29 percent, below 15.5 million, by 2050, according to the Population Reference Bureau in Washington. Villages and towns outside Bucharest have been hit especially hard.
Ms. Barbu of the Bacau employment agency suggested that wages would need to reach levels about three-quarters of those in the West for Romanian workers to return.
"We have to get used to it because the E.U. means greater mobility," she said. "Just as we have left, others will come here."

Provided by Spiegel Online—Read the latest from Europe's largest newsmagazine.

sabato, 26 maggio 2007


Estratto dal DVD Global Power, realizzato dal Centro Studi Polaris.

Droga e petrolio, due voci essenziali dell’economia delle Multinazionali.
Quali sono le vie della droga?
Quali sono le vie del petrolio?
Come coincidono e perché?
A queste domande risponde il dvd “Global Power”.


Costo 12 euro


Durata del video 9:16 min.

Per ordinare i dvd potete inviarci i vostri dati per mail (ga@gabrieleadinolfi.it) o contattare i seguenti punti vendita:
Roma. La Testa di Ferro 064883573
Libreria Europa 0639722159
Milano. Soc. Ed. Barbarossa 0266400383

Il pagamento avverrà contrassegno con a vostro carico le spese postali.

giovedì, 24 maggio 2007


E' un albanese di 37 anni (Astrit Kryeziu) l'uomo che lo scorso 11 marzo aveva strangolato con un filo di ferro Dante Libonati, tassista di 77 anni originario di Rotonda (provincia di Potenza), ma da molti anni residente a Montesilvano, in provincia di Pescara. Il movente dell'omicidio potrebbe essere uno sgarro: Dante avrebbe tolto una ragazza dal giro della prostituzione, ma è un'ipotesi da dimostrare. Sembra che l'albanese non abbia agito da solo. Con lui dovevano esserci due complici, probabilmente anche loro di nazionalità albanese. Astrit Kryeziu è stato arrestato il 29 marzo dai carabinieri di Como (cercava di fuggire in Svizzera), dopo che il cellulare da lui sottratto alla vittima era stato captato a Milano, in un quartiere frequentato da prostitute e protettori.

Fonte: L'espresso Local

«E’ lui l’assassino di Libonati»
Lorenzo Colantonio e Simona De Leonardis
I carabinieri arrestano un giovane albanese tradito da una telecamera
 
PESCARA. La fuga in taxi dura 18 giorni e finisce a Como. E’ un albanese di 37 anni l’assassino di Dante Libonati di 77 anni. Lui lo ha strangolato con un filo di ferro la sera di domenica 11 marzo. Lui ha gettato il cadavere nel campo di olivi di contrada Villanesi a Francavilla al mare dopo aver legato mani e collo della vittima con lo stesso filo. E poi è fuggito verso il Nord a bordo del taxi di Libonati, una Renault Megane station wagon. Ma la telecamera di un autogrill lo ha incastrato. Così sostiene la procura di Chieti nell’ordine di custodia che accusa Astrit Kryeziu.
L’immagine della telecamera mostra il giovane albanese mentre scende dal taxi di Libonati in una stazione di servizio dell’A14. L’auto del tassista originario di Rotonda, in provincia di Potenza, ma residente a Montesilvano da trent’anni, era inconfondibile per via di numerosi adesivi sulla carrozzeria di colore bianco.
HA PRESO L’A14. Il telepass segna poi l’orario di ingresso al casello di Francavilla alle 21,03 di domenica 11 marzo e in uscita a Milano alle 3,15 di lunedì. Il telefonino rubato dall’assassino alla vittima è un altro elemento dell’accusa: è stato riacceso il mercoledì successivo al delitto. Ogni cellulare ha un proprio codice che lo identifica e permette di localizzarlo. Il segnale del telefonino di Libonati quindi è stato captato a Milano in un quartiere frequentato da prostitute e protettori. E da lì è cominciata la caccia all’uomo che si è conclusa ieri sera con l’arresto eseguito dai carabinieri di Como in collaborazione con i colleghi della compagnia di Chieti coordinata dal maggiore Marco Aquilio.
AGENDINA DETERMINANTE.  Telecamera, telepass e telefonino non sono però i soli errori commessi dall’albanese. Determinante è risultata anche l’agendina di Libonati trovata durante una perquisizione nella casa popolare del tassista, in contrada Giardino di Montesilvano Colle. Nella rubrica il tassista custodiva numeri telefonici tra i quali, pare, anche quello dell’indagato. Sono questi gli indizi su cui si basa l’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di Kryeziu, mentre in auto si dirigeva verso il confine con la Svizzera. E’ stato bloccato sulla Statale Giovi, tra Como e il Canton Ticino. L’albanese non ha fatto ammissioni.
UN GESTO D’AMORE. Anche il movente del delitto per ora resta una mera ipotesi: si parla di omicidio passionale. Libonati ha pagato con la vita un gesto d’amore. Il tassista avrebbe tolto dalla strada una prostituta, sottraendola quindi al clan delle donne-schiave. Strangolato per uno sgarro. Ma è ancora una pista da dimostrare. Oggi alle 9,30 l’albanese verrà interrogato per rogatoria nel carcere di Como dal giudice per le indagini preliminari, Vittorio Anghileri. Ma il giallo Libonati è tutt’altro che risolto. Non solo perché il taxi non si trova.
ALTRI DUE COMPLICI.  Se l’albanese è l’assassino di Libonati non può aver agito da solo. Con lui c’erano altre due persone. A riferire questo indizio è stato un collega pescarese della vittima: l’ultimo - se si escludono gli assassini - a vedere in vita Libonati.
Era fermo con il suo taxi nella piazza di San Silvestro Colli intorno alle 19 di domenica 11 marzo. Il taxi parcheggiato, lo sportello posteriore destro aperto. E vicino alla macchina tre persone, ha raccontato l’altro agli investigatori.
Strada Fonte Locca, già scenario alla fine degli anni Novanta di un altro omicidio, quello dello studente universitario pescarese Cristiano Scaletta, è la via più breve e diretta che collega San Silvestro con contrada Villanesi.
LA VIA DEI DELITTI. E’ lunga quattro chilometri e si percorre in sei minuti la strada Fonte Locca: in questo budello di via che s’inoltra nelle campagna ricche di vigneti e quindi di fil di ferro si è consumato il delitto. Il corpo di Libonati è stato ritrovato il 13 marzo a Francavilla da un operaio albanese: secondo l’autopsia, il tassista è stato strangolato fra le 19 e le 21 di domenica 11 marzo. I familiari di Libonati - la moglie e le quattro figlie - ne avevano denunciato la scomparsa il lunedì successivo.
CONOSCEVA L’OMICIDA.  Dall’autopsia è emersa anche l’assenza di lesioni da difesa: segno che Libonati è stato aggredito all’interno del taxi senza potersi in alcun modo sottrarre all’assassino o agli assassini. Persone che forse conosceva o delle quali non sospettava. L’aggressione potrebbe essere avvenuta all’interno del taxi: lo hanno preso da dietro e strangolato.

(30 marzo 2007)
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categoria:italia, cronaca, immigrazione, criminalita, martiri
mercoledì, 23 maggio 2007


Mercoledì 23 maggio, edizione delle ore 13 del Tg2. Va in onda un servizio sulla manifestazione di Palermo contro la mafia, in memoria del giudice Giovanni Falcone, ucciso esattamente quindici anni fa nella strage di Capaci. Viene intervistata una ragazza lì giunta con una scolaresca (suppongo delle scuole medie inferiori), la quale commenta che è importante "rispettare gli altri qualsiasi sia la razza" perché "siamo tutti uguali". Ma come, non avevano detto che si trattava di una manifestazione contro la mafia? Perché allora divagare (peraltro con frasi iper-banali, ben rappresentative del piattume dei nostri tempi), distogliendo l'attenzione dal vero motivo ideale che ispira la manifestazione, ovvero la lotta alla mafia e alle varie forme di illegalità? Che sia un ulteriore modo per far "digerire" agli Italiani gli attuali sviluppi immigrazionisti destinati a cancellare l'eredità etno-culturale del Bel Paese? Ovviamente ci prendiamo anche il "lusso" di supporre che l'intervista sia stata precedentemente preparata e concordata (come quasi tutte del resto) e che l'alunna non abbia che ripetuto parole altrui. Troppo maligno forse?

Fonte video: Tg2.rai.it (cliccare su video streaming)    
martedì, 22 maggio 2007


Propongo alcune cifre riguardanti la situazione demografica degli Stati Uniti in rapporto alle principali componenti etniche del paese. Ne emerge un quadro piuttosto allarmante, soprattutto considerando il profondo divario generazionale tra le cosiddette "minoranze" (Ispanici, Afro-americani e Asiatici), che complessivamente hanno raggiunto quota 100 milioni (pari ad un terzo dell'intera popolazione!), e gli Euro-americani, per ora (e forse non per molto) ancora in maggioranza. Questo stravolgimento del profilo etnico del paese è da imputare in larga parte all'immigrazione, soprattutto ispanica.
I dati che seguono sono quelli diffusi dal Census Bureau e si riferiscono all'anno 2006.

Composizione etnica della popolazione (stime al 1 Luglio 2006):

Totale: 298.213.628 (esclusi i Nativi Americani, o Indiani d'America, i nativi dell'Alaska e delle Hawaii, gli abitanti delle isole nel Pacifico)
Afro-americani: 40.240.898 (13,49% del totale sopraindicato)
Asiatici: 14.907.198 (4,99%)
Ispanici (Centro-americani e Latino-americani): 44.321.038 (14,86%)
Euro-americani: 198.744.494 (66,66%)

Note:
Escludendo le Hawaii, le "minoranze" costituiscono la maggioranza già in quattro stati: Washington D.C. (68%), New Mexico (57%), California (57%), Texas (52%).
Nel Nevada la popolazione euro-americana è scesa dal 66% nel 2000 al 59% nel 2006 (un crollo del 7% in soli sei anni).

Tassi di crescita demografica dei vari gruppi etnici (dal 1 Luglio 2005 al 1 Luglio 2006):

Afro-americani: + 1,32%
Asiatici: + 3,18%
Ispanici (Centro-americani e Latino-americani): + 3,38%
Euro-americani: + 0,26%

Ripartizione etnica per fasce di età (stime 2006):

Età

Euro-americani


Ispanici


Afro-americani


Asiatici


0-19


58%


20%


15%


4%


20-39


61%


19%


13%


6%


40-59


72%


11%


11%


4%


60+


80%


7%


9%


3%

Note:
L'età media degli Americani è di 36,6 anni e va dai 27,4 tra gli Ispanici ai 40,5 fra gli Euro-americani.
I ricercatori del Population Reference Bureau hanno verificato che gli stati etnicamente più eterogenei sono anche quelli che investono meno nell'istruzione.

Fonti:
1. SFGate.com
2. The New York Times

1. Minority population grows to 100 million -- 1 of 3 in U.S.
Leslie Fulbright, Chronicle Staff Writer
Thursday, May 17, 2007

The nation's minority population topped 100 million last year, about one-third of the total, and California had roughly 20 million minority residents, more than half of its total, according to new estimates from the U.S. Census Bureau.
Between the rising minority population -- particularly of Latinos of any race -- and the low median age of Latinos, a new kind of generation gap is arising across the country, experts said Wednesday: Most people over 60 are non-Hispanic whites, and most under 40 are not.
California starkly reflects this new gap. Non-Hispanic white people account for 63 percent of the state's residents age 60 and older. But the population under 40 is 38 percent Latino of any race, 13 percent Asian American, 8 percent black and just 39 percent non-Hispanic white.
Some demographers suspect the new generation gap will heighten the nation's struggle to provide adequate social services and public education.
"The biggest problems will be related to language and culture," said Andrew Scharlach, a professor of aging at UC Berkeley. "The difference may make it hard for nonwhite elders to take advantage of services for English-speaking white elders. There may also be problems in caretaking of white seniors by nonwhite providers."
Mark Mather, director of the Population Reference Bureau, a nonprofit in Washington, D.C., said researchers there found that states with the highest racial and ethnic diversity spend the least per pupil on education.
"It will be interesting to see if this new type of gap will affect funding for social programs and education spending for youth," he said.
The generation gap arises in part from a higher birth rate among Latino women, who average about three children compared to just under two children for non-Hispanic white, Asian and black people, said Hans Johnson, a demographer with the Public Policy Institute of California, in San Francisco. Mather said the chasm isn't likely to grow.
"We expect the gap to decline in the next 10 or 20 years with the aging of immigrants," Mather said.
Johnson agreed, noting that the immigration rate has been steady since the 1960s.
Latinos of any race were the fastest-growing minority group nationwide, reaching 44.2 million, up 3.4 percent from 2005, according to the annual estimates, which are being released to the public today. In California, Latinos also were the largest group, numbering 13.1 million, more than one-third of the state's total population.
The nation's Asian population grew almost as fast as the Latino between 2005 and 2006 -- more than 3 percent -- and much faster than the non-Hispanic white population, at 0.9 percent, or the black population, at 1.3 percent. But there are still many fewer Asian Americans than Latinos -- about one-third as many -- so the rising number of Asian Americans has not been obvious outside of heavily Asian regions like Northern California.
In addition to the largest Latino population, California has the most Asian Americans, 4.9 million, followed by New York and Texas. The nation's largest black population is in New York, followed by Florida and Texas.
Like California, three other states and Washington, D.C., are now more than 50 percent minority: Hawaii is 75 percent minority, Washington is 68 percent, New Mexico and California are each 57 percent minority, and Texas is 52 percent.
In 2006, the nation's black population passed 40 million, the Asian reached 14.9 million, and the Native Hawaiian and Pacific Islander groups each reached 1 million.
In addition to Hispanic, both black and Asian populations got younger in 2006. The non-Hispanic white population was older than the population as a whole, with a median age of 40.5 compared to 36.4.
The Census Bureau's estimates have diverged from the state of California's for many years, and the state's have proven more accurate based on the federal agency's actual counts in 1990 and 2000, Linda Gage, a spokeswoman for the California Department of Finance, said Wednesday.
Gage said both the state and Census Bureau rely heavily on tax returns and birth and death records to create their estimates. But California's use of driver's license records enables it to track down many more residents, including those who don't pay taxes. She said that accounts for her agency's 37.4 million estimate for California's population in July 2006 population being 3 percent higher than the Census Bureau's.
The state has not released other estimates for 2006, but the trends in both agencies' numbers have been similar in most instances.

2. New Demographic Racial Gap Emerges

By SAM ROBERTS

Published: May 17, 2007

With the number of nonwhite Americans above 100 million for the first time, demographers are identifying an emerging racial generation gap.
That development may portend a nation split between an older, whiter electorate and a younger overall population that is more Hispanic, black and Asian and that presses sometimes competing agendas and priorities.
“The new demographic divide has broader implications for social programs and education spending for youth,” said Mark Mather, deputy director of domestic programs for the Population Reference Bureau, a nonpartisan research group.
“There’s a fairly large homogenous population 60 and older that may not be sympathetic to the needs of a diverse youthful population,” Dr. Mather said.
The Census Bureau estimated yesterday that from July 1, 2005, to July 1, 2006, the nation’s minority population grew to 100.7 million from 98.3 million; that is about one in three of all Americans. The new figures also suggest that many states are growing more diverse as minorities disperse.
As a result of immigration and higher birthrates among many newcomers, the number of Hispanics grew by 3.4 percent nationwide and Asians by 3.2 percent. Meanwhile, the black population rose by 1.3 percent, and that of non-Hispanic whites by 0.3 percent. (The number of American Indians and Alaska Natives increased by 1 percent, and Native Hawaiians and Pacific Islanders by 1.7 percent.)
More than 20 percent of children in the United States either are foreign-born or have a parent who was born abroad. Nearly half the children under age 5 are Hispanic, black or Asian.
Over all, the median age of Americans reached 36.6 years, another record high. It ranged from 27.4 among Hispanics to 40.5 among non-Hispanic whites.
The census counted more than 73,000 centenarians (about 14,000 men and 59,000 women) and also 78 million baby boomers (those born from 1946 to 1964), who, as they turn 60, are helping to drive the racial generation gap.
While growth rates fluctuated, many states are becoming more racially and ethnically diverse.
“Hispanics are dispersing, especially from California,” said William H. Frey, a demographer with the Brookings Institution. “Texas is gaining from all racial groups, a true multicultural magnet.”
The changes have potential implications for national politics. In Nevada, where the share of whites has declined to 59 percent from 66 percent since 2000, the voting-age population has soared 25 percent, with minorities accounting for 63 percent of that increase. Arkansas, Georgia and Tennessee have recorded the greatest percentage gains in their Hispanic population since 2000, with the biggest numerical gains, predictably, registered by California, Texas and Florida.
The biggest percentage increases in black residents were registered by Maine, South Dakota, New Hampshire and Idaho, and in Asian residents by Nevada, Arizona and New Hampshire.
In New York and Maryland, the departure of non-Hispanic whites has accelerated since 2005. (California has lost nearly 100,000, more than any other state). In the same period, New York and Michigan have recorded a loss in black residents. (Louisiana, in the wake of Hurricane Katrina, recorded losses across the board.)
The racial generation gap, Dr. Mather said, emerged relatively recently and may turn out to be temporary as the growing proportion of Hispanics, blacks and Asians gets older.
As recently as 1980, he said, the share of minorities in each generation varied by only five percentage points or less.
According to the latest figures, 80 percent of Americans over age 60 are non-Hispanic whites, compared with only 60 percent among those in their 20s and 30s, and 58 percent among people younger than 20.
Dr. Mather said the widest racial generation gaps were found in California, Texas, Arizona, Nevada, New Mexico and Texas. In Arizona, minorities account for more than half the people under the age of 20, but only one in six who are 60 and older.
The smallest gaps were found in Hawaii, Kentucky, Maine, New Hampshire, Vermont and West Virginia.
Dr. Mather said the three most homogeneous states — Maine, Vermont and West Virginia — spent the highest proportion of their gross state product on public education.
“There does seem to be a correlation,” he said.
John B. Diamond, a professor of education at Harvard, said that “there are patterns of school funding that suggest that may be a problem down the line.” But he also said the impact might be mitigated by two factors. Because of persistent residential segregation, he said, elderly white voters do not necessarily live in the same school districts as young members of minorities. And, altruism aside, older voters may be persuaded that their pensions and other benefits depend on the income and taxes generated by a better-educated work force.
The census found that fully 21 percent of the nation’s minority population lives in California, and 12 percent in Texas.
Hispanic Americans, the largest minority, accounted for nearly half the nation’s population growth in the year ended last July 1
The nation’s black population surpassed 40 million for the first time, the Census Bureau said, and the number of Native Hawaiians and Pacific Islanders topped one million.