martedì, 31 luglio 2007


Charles Rabemananjara, capo del governo malgascio, nonché ministro dell'Interno, ha dichiarato lo scorso venerdì che lo Stato ha momentaneamente sospeso la concessione della cittadinanza malgascia ai figli nati da coppie miste e in particolare da madre indigena e da padre straniero (quasi sempre bianco europeo, magari turista). La limitazione vale anche per gli stranieri sposati civilmente con le donne dell'isola. La data a partire dalla quale avranno effetto le nuove disposizioni non è ancora stata resa nota.
Queste restrizioni andranno ad integrare quella di qualche mese fa, che nega il diritto ai "meticci" di candidarsi alle elezioni per la presidenza del Madagascar.
Il messaggio è molto chiaro: lo ius solis? Che se lo tengano gli Europei!

Fonte: François Desouche (articolo tratto dal quotidiano MIDI Madagascar, del 30/07/2007)
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categoria:politica, cronaca, africa, cittadinanza, multietnicismo, razzismo anti-bianco
lunedì, 30 luglio 2007


Dal quaderno n° 2 di Polaris L'immigrazione, a cura di Francesco Amato, Pietro Battistella, Francesco Boco, Paolo Caioli, Maria Teresa Ferazzoli, Andrea Forti, Vincenzo Pino, Augusto Ricci, Adriano Scianca - coordinatore: Gabriele Adinolfi (pp. 12-14).

La guerra tra poveri

Partendo dal presupposto, vero ma falsato, secondo il quale l’immigrato è una vittima dell’ingiustizia capitalistica, gli “esperti” e quelli che decidono in materia di assimilazione, sono riusciti, anche in Italia, a compiere un capolavoro.
Hanno messo in atto ogni misura ufficiale o ufficiosa (ovvero leggi se possibile, o metodi di aggiramento delle regole correnti quando non si possano varare leggi ad hoc) per favorire sistematicamente gli immigrati rispetto agli autoctoni.
Posto che i primi sarebbero vittime nostre (identificazione collettiva nel Moloch) allora diviene giusto che noi si faccia loro largo e si dimostri la nostra totale disponibilità a farci perdonare (sindrome dell’autoflagellazione).
Sicché si offre loro l’assistenza piena e gratuita; e fin qui non subentra alcun disagio sociale; quando però essa è gratuita e ogni italiano, per sottoproletario che sia, paga; quando la priorità negli asili nido, oltre che nell’assistenza medica è sempre la medesima e in uno scenario in cui le famiglie italiane hanno difficoltà enormi a trovar posto per i figli; quando l’assistenza pubblica da una parte è scontata e dall’altra a dir poco tribolata; quando le priorità sulle assegnazioni degli alloggi diventano manifeste, allora inizia una vera e propria guerra fra poveri. Vieppiù comprensibile se si considera che la concorrenza lavorativa (e qui le responsabilità del padronato nella logica capitalista sono manifeste), in uno scenario economico in cui regredisce la produzione e siamo in pieno fenomeno di delocalizzazione delle imprese, contribuisce non poco all’impoverimento ultreriore delle classi lavoratrici.
La genialità dei criteri degli universalisti utopici ha così contribuito a far nascere una guerra tra poveri, rovesciando qui i rapporti di forza esistenti lì. Ovvero si è fornito privilegio presso di noi agli immigrati a scapito degli autoctoni perché si addebita a questi ultimi la responsabilità del disagio socioeconomico procurato in casa loro dalle Multinazionali.
Quanto sia folle questo ragionamento dovrebbe apparire palese. Intanto — consciamente o, ancor peggio, inconsciamente — é di un ragionamento razzista che si tratta: se sono bianchi i dirigenti delle Multinazionali allora la colpa di tutto è dei bianchi in quanto tali, mentre dalla parte dei non bianchi vi sono solo ragioni e crediti: è questo il ragionamento che viene applicato, non altri.
Di colpo allora scompare la consueta lettura classista del capitalismo che pure è alla base ideologica di quasi tutte quelle organizzazioni e fa improvvisamente posto ad una vera e propria patologia biologista che oltretutto ignora paradossalmente e clamorosamente se stessa. E questo finisce col far pagare due volte il costo dell’odierno sistema alle classi deboli occidentali che, già private di possibilità di produzione e di un futuro lavorativo certo dal sistema multinazionale e dalla politica del Wto, si trovano a dover far fronte in casa propria ad una concorrenza massiccia, completa e soprattutto protetta. E diventano quindi i sottoproletari degli immigrati.
Tanto per cambiare, i geni intellettuali del progressismo, quelli che criticano in modo “scientifico” i rapporti di forza e gli schemi costitutivi del capitale sono riusciti una volta ancora a reiterarli all’infinito, del tutto incapaci di cambiare quella logica che continuano a fotografare e a additare ma che, evidentemente, è per loro insostituibile e rassicurante.


L'immigrazione (Polaris), pp. 12-14
sabato, 28 luglio 2007


Dal quaderno n° 2 di Polaris L'immigrazione, a cura di Francesco Amato, Pietro Battistella, Francesco Boco, Paolo Caioli, Maria Teresa Ferazzoli, Andrea Forti, Vincenzo Pino, Augusto Ricci, Adriano Scianca - coordinatore: Gabriele Adinolfi (pp. 9-11).

Le cause dell'immigrazione

In che misura è corretto il concetto ricorrente dell'immigrato vittima della nostra opulenza e della nostra cultura che viene da noi per ottenere una compensazione, un po' come una Nemesi che ci presenta il conto?
A spingere gli immigrati verso nord (o verso ovest) sono almeno tre cause.
La fame e la devastazione in casa loro; il mito dell'Eldorado; gli interessi delle organizzazioni di sistema a far prosperare il traffico di uomini.
Questo significa che noi siamo sì responsabili, ma come sistema, come grado evolutivo di sistema, non come civiltà e neppure per nostre particolari colpe storiche.
Un dato per tutti: a metà degli anni Sessanta, ovvero agli albori della cosiddetta "decolonizzazione" l'Africa sopperiva al suo fabbisogno alimentare per il 98%, ora è alla fame. Non è stato il colonialismo ad affamarla, bensì la decolonizzazione. Il che, a scanso di equivoci e prevenendo battute grossolane, non dipende dal fatto che le dirigenze africane sono inette (ché non si sa quante dirigenze europee siano meno corrotte e indolenti di quelle) bensì che la "decolonizzazione" altro non è stata se non una nuova e incontrastata colonizzazione da parte delle Multinazionali che, trasformando radicalmente le colture secondo la loro impietosa logica di produttivismo specialistico e standardizzato, hanno condannato l'Africa alla fame.
Più blanda ma non di certo sostanzialmente diversa è stata la politica applicata ad est, nel blocco post/comunista.
In Africa le Multinazionali hanno potuto imporre la loro svolta di sfruttamento intensivo facendosi forti delle milizie tribali, all'est della mafia e dei neocapitalisti provenienti dalla nomenklatura di partito.
Una ragione per sfuggire all'inferno e giungere in questo Eldorado le masse di nuovi schiavi l'hanno; lì, fino a tanto che non si modificherà il quadro, sono condannati. Qui però l'Eldorado è dopato e non sembra assolutamente in grado di perdurare.
E' evidente che il problema morale che si pone è delicato: chiudere le porte a chi sfugge la desolazione è drammatico; ma è drammatica anche la politica d'accoglienza così come viene concepita ed eseguita; lo è sia in sé, come vedremo, sia perché a furia di appesantire il carico la nave inizia ad affondare, e annegare tutti non è mai stata una buona soluzione.
In particolare quando si sa che l'unico a salvarsi, contrariamente a ogni codice, sarà il comandante della nave, anzi il suo armatore...

L'immigrazione (Polaris), pp. 9-11
sabato, 28 luglio 2007



Il 28 luglio 1741 moriva a Vienna Antonio Lucio Vivaldi.
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categoria:ricorrenze, cultura europea
venerdì, 27 luglio 2007
Dal quaderno n° 2 di Polaris L'immigrazione, a cura di Francesco Amato, Pietro Battistella, Francesco Boco, Paolo Caioli, Maria Teresa Ferazzoli, Andrea Forti, Vincenzo Pino, Augusto Ricci, Adriano Scianca - coordinatore: Gabriele Adinolfi (pp. 6-8).

Buco nero e banda del buco

L’immigrazione è un paradiso o un inferno?
A questa domanda, certuni, fermi sulle loro convinzioni ideologiche, rispondono che si tratta di un paradiso, o perlomeno di un paradiso possibile. Altri la considerano un inferno. Di certo, benché non sia assolutamente coretto impostare così la questione, un paradiso non è.
Non è un paradiso in Italia, come vedremo; e non lo è di sicuro all’estero.
In Francia trent’anni e più di legislazione pro-immigratoria forse hanno inizialmente aiutato le imprese ma poi hanno finito col costare, non solo socialmente (il vulcano delle banlieues è oramai sempre acceso con quel che ne consegue in brutalità criminose) e culturalmente (la regressione culturale e linguistica da massificazione si è rivelata sorprendente) ma anche economicamente.
Il debito pubblico transalpino al 2006 conta ben 80 miliardi di euro di passivo per il sostentamento degli organismi sociali. Si pensi a questo proposito che subito
dopo la rivolta delle banlieues del novembre 2005 i fondi per le associazioni assistenziali ai banlieusards che dovevano inizialmente essere ridotti sono stati immediatamente raddoppiati!
Ben più rivelatorie le cifre della Germania.
Gli immigrati disoccupati, solo in termini di sussidio pubblico, sono costati 45 miliardi nel quinquennio 2000-2005 e questo in misura progressiva, visto che nel solo 2005 il costo ha superato i 10 miliardi e mezzo di euro. L’assistenza familiare pesa per 18,5 miliardi all’anno. L’assistenza sociale in Germania è per oltre i due terzi appannaggio degli immigrati, l’ottanta per cento dei quali beneficia dell’assistenza senza versare alcun contributo ed ha diritto a cure mediche, ricoveri in ospedale e in case di riabilitazione a titolo gratuito. 16 miliardi di euro all’anno sono investiti per cercare di approntare sistemi scolastici che permettano in qualche modo la riduzione del gap culturale. I detentori del titolo di “diritto d’asilo” comportano altri 50 miliardi di euro annui sulle casse tedesche.
Queste cifre inducono a riflettere.
Esse fanno giustizia di un luogo comune del tutto campato in aria: quello secondo il quale
l’immigrato, in quanto forza-lavoro, rappresenterebbe una risorsa che consentirebbe di rifondere, con i suoi contributi, i capitali dell’assistenza sociale in nazioni come la nostra in tendenza alla denatalità: per il momento invece, e significativamente in paesi dall’immigrazione lungamente radicata, avviene l’esatto contrario.
Le cifre ci attestano ancora un altro dato: e cioè che l’immigrazione costa molto alla collettività in termini economici.
C’è però un terzo dato sul quale non si è soliti soffermarsi ma che è capitale, strategico.
Del buco nero causato alle casse del paese esistono numerosi beneficiari; associazioni di aiuti all’emigrato, assistenti sociali, funzionari vari i quali, uniti tra loro a rete e organizzati in stile lobbistico, impongono ai politici il perseverare una politica di sprechi di cui i loro organismi, la cui struttura parassitaria è inequivocabile, beneficiano economicamente. E, visto il perpetrarsi di un insuperabile disagio, i loro esponenti di spicco ne beneficiano anche politicamente o personalmente in quanto sono considerati “esperti” e, agendo come indiscussi mediatori, acquisiscono un’influenza sempre maggiore che si rivela monetizzabile.

L'immigrazione
(Polaris), pp. 6-8
giovedì, 26 luglio 2007


Tratto da La difesa delle differenze culturali, di Stefano Vaj (l'Uomo libero, numero 6 del 01/04/1981).

[...]

Il sistema universalista e mondialista che oggi minaccia tutti i popoli e tutte le culture è stato definito in vario modo. Facendo riferimento all'odierna fonte centrale di quest'infezione, che sta realizzando un'esperienza sociale di fine della storia ben più efficace di quella tentata dal marxismo ortodosso, si è parlato di americanismo (2). Altri, allargando questa definizione giudicata riduttiva, hanno più recentemente parlato di occidentalismo, di civilizzazione occidentale (distinguendo radicalmente quest'ultima dalla civiltà europea) (3). Esso è comunque il frutto mostruoso dell'incontro tra la cultura europea, da cui ha mutuato dinamismo e intraprendenza, ma alla quale si oppone radicalmente, e le ideologie nate dalla secolarizzazione del monoteismo giudeocristiano. Il suo progetto è l'imposizione di una civilizzazione universale fondata sul predominio dell'economia, depoliticizzando i popoli a profitto di una «gestione» mondiale, con l'obiettivo di assicurare dappertutto il trionfo del tipo e dei valori borghesi, al termine di una dinamica omogenizzante e di un processo di generale involuzione culturale.

È opportuno distinguere chiaramente la civilizzazione occidentale dal sistema occidentale, designando con quest'ultimo la forza applicata all'espansione della prima. Inoltre va rimarcato come lo stesso sistema non può essere descritto nei termini di un potere omogeneo, compiutamente organizzato o costituito in quanto tale. Esso si organizza infatti tramite una rete mondiale di microdecisioni, coerente ma disorganica, tanto più temibile perchè diffusa, diluita e difficile da cogliere, che parte dagli ambienti affaristici dei paesi cosidetti sviluppati, dagli stati maggiori di un centinaio di multinazionali, da una certa percentuale del personale politico delle nazioni «occidentali», da una parte dei quadri delle organizzazioni internazionali, delle grandi istituzioni bancarie, delle «élites» conservatrici dei paesi poveri. La sua forza sta nella capacità della civilizzazione occidentale di digerire le contestazioni sociopolitiche dei popoli colonizzati attraverso la diffusione di un way of life unitario, attraverso l'imposizione degli standard habits. Gridare «Yankees go home» tra un sorso e l'altro di Coca-Cola, ascoltando disco-music con addosso i Levi's, significa non capire a che livello avvengono certi processi storici. Così, il sistema occidentale, che ha oggi il suo epicentro negli Stati Uniti, non è di natura statale o politica in senso stretto, ma procede attraverso un imperialismo misto economico-culturale. Questi due aspetti restano legati in quanto l'universalismo in campo culturale porta a voler esportare ovunque il proprio modello basato sul predominio dell'economia, mentre d'altra parte la produzione di massa che caratterizza la struttura economica del sistema ha bisogno di un consumatore-tipo, indifferenziato, universale, dalle richieste uniformate. Non preoccupandosi direttamente degli stati, delle frontiere, delle religioni, la «teoria della prassi» del sistema occidentale riposa non tanto sulla costrizione o sulla diffusione di un corpus ideologico dichiarato, quanto su una modificazione radicale dei comportamenti culturali, orientati verso il modello americano.

[...]

Stefano Vaj
mercoledì, 25 luglio 2007


Tratto da Gli eroi sono stanchi, di Guillaume Faye (l'Uomo libero, numero 14 del 01/04/1983).

Ogni epoca ha la mitologia che si merita. La nostra ha fatto della gioventù il suo idolo onnipresente, a cui riserva un culto permanente e ossessionante. E come se la preoccupazione essenziale dei nostri contemporanei fosse di essere giovani, o, non essendolo, di atteggiarsi a tali. Ed è l'abuso di questo termine che genera (o per lo meno dovrebbe generare) il sospetto.
Bisogna infatti porsi riguardo alla gioventù la stessa domanda di Jean Baudrillard [alias] riguardo al nuovo: in un mondo in cui tutto si vuole nuovo, com'è che c'è così poco rinnovamento? Parimenti, proprio quando la giovinezza assume un significato magico, com'è che i valori dominanti che guidano la mentalità collettiva dei giovani (il benessere materiale minimale, l'umanitarismo, l'assistenza, ecc.) sono valori così « da vecchi » ? Come render conto del paradosso di una società che porta la gioventù sugli scudi e che rifiuta, nella sua ideologia come nei suoi valori, il gusto del rischio, della sfida, del combattimento?
Ma, in primo luogo, che cos'è la giovinezza?
[...]

Guillaume Faye
martedì, 24 luglio 2007


Dall'universalismo alla riscoperta delle radici, di Mario Consoli (l'Uomo libero, numero 14 del 01/04/1983).

[...]
L'universalismo si è manifestato dunque attraverso diverse tappe, differentemente strutturate e più o meno «legittimate» da un generico umanitarismo, ma approda ad un unico risultato, ben definibile e ben circostanziabile nei fatti: la scomparsa dei popoli, della loro identità, e l'avvento di un'umanità amorfa, indifferenziata e, soprattutto, facilmente sfruttabile ai fini mercantilistico-finanziari.
Lo spettacolo che si offre allo sguardo del « nuovo » cittadino del mondo, del suddito del sistema, è uniforme e desolato, lo spettacolo di una società senza nome, senza valori e tensioni, senza certezze che vadano oltre la chimerica ricerca del benessere economico, senza argini interiori o sociali che i oppongano alle degradazioni di ogni tipo.
Il «cittadino del mondo» ha perso la sua identità e con essa anche la volontà di esistere oltre il contingente della propria individualità: non vuole più figli attraverso i quali perpetuarsi; non erige più monumenti per testimoniare nel tempo la propria civiltà; non è disposto a sacrificare qualcosa per la costruzione di strutture familiari, sociali, statali che garantiscano continuità tra le generazioni.
Il sistema avrebbe dunque vinto. La società internazionale si sarebbe insediata ovunque. L'uomo nuovo avrebbe definitivamente sepolto quello vecchio e, stordito dal benessere fine a se stesso, avrebbe inconscientemente iniziato il cammino verso una graduale, ma inevitabile estinzione.
Ma il « cittadino del mondo », anche se per ora solo a livello inconscio, sta riconoscendo il proprio stato di naufrago senza appigli e ripari e sta ricercando nuove strade. Ad inficiare l'apparente trionfo del sistema esistono molti sintomi, tra i quali, non ultimo, quello delle rivendicazioni autonomiste. L'uomo che vuole ritrovare un'identità si aggrappa, istintivamente, a ciò che gli è più vicino e naturale: il proprio gruppo.
Al contrario di quanto i mass-media, superficialmente, vogliono far apparire, l'aspetto preminente delle tendenze autonomiste esprime una carica positiva (ricerca di una propria identità e quindi indipendenza) dalla quale deriva, come conseguenza logica ed obbligata, il rifiuto di una sovranità oramai subita come straniera e la ribellione ad una struttura statale nella quale non ci si riconosce più.
L'internazionalismo ha sì dissolto i confini delle nazioni, ma l'uomo, lungi dal riconoscersi universale, riscopre il proprio gruppo e manifesta la volontà di essere se stesso.
Non si tratta qui di teorizzare una strategia dei separatismi o di esaltarli in assoluto. Riteniamo che essi siano fenomeni transitori e storicamente destinati ad essere superati da processi di carattere unificante, tra gruppi omogenei che, coalizzandosi, potranno rappresentare una realtà nuova con effettive possibilità di costruzione e di alternativa.
[...]


Mario Consoli

domenica, 22 luglio 2007


Tratto da
La democrazia, cavallo di Troia del Mondialismo, di Piero Sella.

[...]

Sono anzitutto i criteri-guida tipici del cosmopolitismo democratico, che portano in modo assolutamente innaturale a trascurare le differenze esistenti tra le varie Nazioni e a respingere la necessità di regolare, in modo diverso, situazioni ed interessi diversi. Avendo la pretesa di ingabbiare tutti i popoli in un unico schema, il liberal-capitalismo non può che fornire, a livello planetario, la stessa approssimativa, generica, semplicistica risposta.

A nessun popolo è consentito dalle regole del mondialismo avere obiettivi originali in relazione tanto alle proprie caratteristiche etniche, quanto a quelle geografiche del territorio su cui vive. Guinzaglio assai corto dunque, sia per ciò che attiene allo sviluppo interno, sia per ciò che riguarda i rapporti internazionali.

La scelta di imporre regole universali si prefigge evidentemente l'eliminazione di qualsiasi dinamica tra gli Stati. Ma chi può avere interesse a una simile anestetizzante prospettiva? Impedire i movimenti a qualsiasi potenziale avversario, spingerne le energie in un alveo privo di incisività, non può che tradursi in un vantaggio per chi punta al mantenimento dello status quo. In modo speculare, chi ha invece rivendicazioni da affacciare, viene ingessato e neutralizzato.

Ecco, sfrondato dalle manipolazioni e dalle drammatizzazioni della storia operate dai vincitori, e quindi da ogni moralismo di comodo, il quadro in cui si consumò l'ultimo grande conflitto mondiale. Uno scenario che è il medesimo nel quale si muove oggi arrogante l'imperialismo anglosionista.

Ecco perché le grandi potenze esaltano e diffondono la "democrazia". Essa è il regime che più fa comodo all'oligarchia mondialista; è il passo necessario per trasformare in plutocrazia qualsiasi regime parlamentare.

Questo tipo di regime ha dunque la funzione di allontanare le coscienze da una visione del mondo nazionalista, e convogliare l'opinione pubblica verso sbocchi innocui per i detentori del Potere planetario. La possibile concorrenza viene sbriciolata, frantumata a livello individuale. L'aggressività naturale dell'uomo è distolta da obiettivi di gruppo, dalle grandi mete che possono mobilitare le masse e unificare i Popoli, e indirizzata a trovare appagamento unicamente nella competizione economica.

Per cogliere questo obiettivo si solletica in modo ossessivo la sfera del privato, si agita la bandiera della felicità individuale, e si dà spazio a tutte quelle posizioni minimali, di stampo buonista e universalista che sono per loro stessa natura portate a posporre alla tutela ipergarantista del singolo, delle minoranze e di tutta la varietà dei diversi, l'interesse delle singole comunità nazionali. Queste vengono convinte, con le buone o con le cattive - con i prestiti, lo strangolamento economico, le minacce, o l'intervento «umanitario» - della necessità di schierarsi dalla parte «giusta». Sono incoraggiate ad accantonare il concetto di Sovranità e quello di Stato.

L'apparato legislativo dei vari Paesi viene così «provincializzato», di fatto asservito a interessi supernazionali, utilizzato dai mondialisti per dare sempre maggiore spazio all'individuo, scavalcando definitivamente ogni barriera nazionale.

Privo di un indirizzo etico, di mete proprie, lo Stato è perciò condannato in "democrazia" a una politica di piccolo cabotaggio che lo costringe a continui compromessi. Non tanto con gli individui, che restano pur sempre figure astratte e di scarso peso, quanto con le lobby finanziarie, con le multinazionali, con le cosiddette forze sociali, confindustria e sindacati. Lo Stato liberalcapitalista si riduce insomma a un marchingegno creato per assicurare un clima propizio ai traffici commerciali e ai maneggi della Grande Finanza. Ampio disgregante spazio assumono in questo contesto quelle congreghe laiche e religiose incaricate di perseguire la «modernizzazione», i grandi cambiamenti del costume auspicati dagli ambienti affaristici. Vediamo così, in un'atmosfera di malaffare e di ingenuità, le associazioni del volontariato battersi per l'integrazione degli stranieri, perché vengano tollerati e accolti nomadi, asociali, immigrati inassimilabili. Ma questa offensiva non si propone solo di minare la compattezza della comunità al fine di renderla meno reattiva, più malleabile; agisce anche per abbassarne qualitativamente il livello con l'accettazione delle devianze sessuali, la banalizzazione della droga, la nobilitazione dell'AIDS. Larghi finanziamenti pubblici e privati sono assorbiti e sprecati nell'assistenza a immigrati e tossicodipendenti. E un pozzo di spesa senza fondo e senza controllo, destinato unicamente a moltiplicare clandestini e 'tossici, a farne anzi dei punti di riferimento etico per i giovani.

Gli intellettuali progressisti cui nei regimi liberalcapitalisti - di destra e di sinistra - viene puntualmente affidata la gestione dei mezzi di informazione, spingono l'opinione pubblica ad accogliere con benevolenza queste disastrose campagne propagandistiche. È recente la notizia di un corso di orientamento sull'omosessualità organizzato per i docenti dal nostro Ministero della Pubblica Istruzione. In Inghilterra è stato diffuso nelle scuole un video che invita - onde i giovani possano decidere con cognizione di causa - ad avere esperienze gay. Il messaggio termina con la sottile, inquietante domanda: «Ma chi vi ha insegnato ad essere eterosessuali?».

[...]

Piero Sella
venerdì, 20 luglio 2007


Dal blog Euro-Holocaust.

Un tempismo sospetto
Matematica economica dell'era globalizzata: prodotti contraffati + politici italiani = laissez faire...
di Lif1

Proprio negli stessi giorni in cui la Coldiretti denuncia il rischio per molte produzioni alimentari italiane, a causa della concorrenza, non sempre pulita, della Cina, e negli stessi giorni in cui si denuncia l'importazione di copie contraffate di dentifrici (ancora da nazioni extracomunitarie), che cosa fa l'attuale Governo italiano?

Elimina l'aspetto penale nei casi di adulterazione dei cibi!

Tranne i casi di gravi intossicazioni (magari con esiti mortali), ogni contraffazione porterà solo a multe, non necessariamente salate. Eh sì! Sembrerebbe questo il modo scelto per difendere i cittadini italiani dal selvaggio mercato globale, ossia facendo un bel regalo proprio ai produttori, italiani o stranieri, di merci e prodotti alimentari non sempre a norma di legge!

Ma oltre a questo strano tempismo (che suona come adesione sempre più sfacciata alle vergogne della globalizzazione), ci sono altri due aspetti altrettanto strani, se non "criminali": uno è il fatto che viene eliminata la possibilità di sequestrare merce sospettata di essere adulterata, a meno che non siano terminate le relative indagini. Ossia, mentre queste sono in corso, da giorni o settimane, nulla di strano che qualche consumatore rischi l'intossicazione. L'altro aspetto è che viene messo un bavaglio all'informazione, dato che sono previste multe per chiunque diffonda notizie capaci di creare allarmismo su simili questioni! Volete la ciliegina sulla torta? Le multe per chi diffonde simili notizie sono curiosamente pari a quelle per chi produce o vende prodotti adulterati!

A che pro tutto questo? Semplice: il processo criminoso e genocida della globalizzazione non deve essere fermato, anche a costo del benessere e della salute dei "poveri mortali".

Lif1

http://euro-holocaust.splinder.com/

Qui le fonti dell'articolo.

venerdì, 20 luglio 2007


Metapedia è una enciclopedia elettronica che tratta argomenti di cultura, arte, scienza, filosofia e politica.

Quali le finalità di Metapedia?
1) Presentare proprie definizioni di concetti ed interpretazioni di vari fenomeni ed eventi storici, parte fondamentale di ogni battaglia culturale e metapolitica.
2) Diventare una risorsa in rete per gli attivisti pro-europei.
3) Fornire un'immagine della lotta pro-europea maggiormente veritiera e scevra dai condizionamenti del pensiero unico.

Per il momento è disponibile soltanto in lingua inglese, francese, tedesca, portoghese, svedese, danese e cèca.
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categoria:segnalazioni, europa, resistenza, storia e cultura, cultura europea
mercoledì, 18 luglio 2007
Tratto da La ragnatela mondiale del sistema, di Guillaume Faye.

Un avvenimento considerevole si produce nel mondo contemporaneo, un avvenimento lento, silenzioso, invisibile: le culture, le civiltà, le nazioni, i paesi vengono fusi progressivamente in una struttura tiepida che trascende le divisioni destra/sinistra, est/ovest, nord/sud, che assorbe le distinzioni politiche e ideologiche, che pialla le geografie, che pietrifica la storia.

Questa struttura è il Sistema planetario. « Sistema », e non « civilizzazione ». Non esiste una civilizzazione mondiale, a dispetto delle fantasticherie di Léopold Senghor [alias], giacché una civilizzazione rimane pur sempre culturale, organica, umana. Ora, il Sistema appare come la metamorfosi mostruosa della civilizzazione occidentale in un gigantesco meccanismo tecnoeconomico.

Il grande conflitto dei tempi a venire non opporrà più il capitalismo al socialismo, ma l'insieme delle forze nazionali, culturali, etniche, alla macchina cosmopolita del sistema occidentale, che sostituisce ai territori le sue « zone », alle sovranità le sue regioni economiche, alle culture il suo discorso massificante. La Terra diventa così un grande circo in cui il Sistema è il domatore.

[...]

mercoledì, 18 luglio 2007


Sembra che in Francia ogni evento o ricorrenza importante sia il pretesto per scatenare rivolte urbane di "giovani" (in gergo, racaille) con bottiglie incendiarie e pietre alla mano. Come già nella notte di San Silvestro o in occasione delle elezioni presidenziali, anche la festa nazionale del 14 luglio è stata "celebrata" non soltanto a suon di fuochi d'artificio: veicoli ribaltati e incendiati, bidoni delle immondizie dati alle fiamme, scontri con la polizia e aggressioni alle squadre d'intervento dei pompieri hanno fatto da cornice alle celebrazioni in varie periferie urbane.
Alcune compagnie assicurative denunciano un incremento medio rispetto allo scorso anno di 50 auto bruciate ogni giorno. Stando alle cifre fornite dai vigili del fuoco, solo nel primo semestre del 2007 ammonterebbe già a 1.981 il numero dei veicoli incendiati, contro i 2.778 nell'intero arco del 2006.
Ma vediamo più nel dettaglio cosa è successo in alcune realtà locali la sera del 14 luglio o nella notte del giorno precedente.

Parigi. A Sarcelles una sessantina di giovani hanno lanciato proiettili e petardi sulle forze dell'ordine, ferendo leggermente tre poliziotti. A Seine Saint-Denis si sono contati una trentina di veicoli bruciati, una quindicina a Val-de-Marne e a Seine-et-Marne.

Lione. Una ventina di veicoli sono stati dati alle fiamme nella notte tra il 13 e il 14 luglio. Una farmacia è stata in gran parte distrutta da un incendio. Scontri tra la polizia e bande di "giovani" a Vaulx-en-Velin. Un mezzo dei pompieri è stato il bersaglio di lanci di pietre.

Marsiglia. Auto e cassonetti dell'immondizia ribaltati e incendiati in vari quartieri della città. Bande di individui incappucciati o con il passamontagna, armati di cocktail Molotov e pietre, hanno ingaggiato la guerriglia. Verso le 3 del mattino, il bilancio era di una quarantina di veicoli e di circa 150 cassonetti consumati dal fuoco. Nel solo giorno del 14 luglio, i vigili sono intervenuti ben 585 volte (quasi il doppio di un giorno ordinario).

Lascio all'intelligenza del lettore capire chi siano stati i responsabili dei suddetti disordini.
 
Fonti:
1. Daily motion (video - telegiornale nazionale)
2. leJDD.fr
3. Novopress.info Lyon
4. La Provence

2.
Société 15/07/2007 - 12:37
14 juillet: Des incidents en région parisienne
Quelques incidents ont éclaté dans la région parisienne en marge des festivités du 14 juillet. A Sarcelles, une soixantaine de jeunes gens ont lancé des projectiles et des pétards sur les forces de l'ordre, blessant légèrement trois policiers. On compte également une bonne trentaine de voitures brûlées en Seine Saint-Denis, une quinzaine dans le Val-de-Marne et en Seine-et-Marne. Paris intra-muros s'este en revanche montré très calme. Malgré un concert gratuit où plus de 600 000 personnes se sont massés, aucun incident n'est à déplorer. Une soirée finalement assez satisfaisante selon la Préfecture de police de Paris.

3. Lyon: en attendant le 14 juillet, la racaille s'entra
îne.
Une vingtaine de véhicules a été incendiée dans la nuit de vendredi à samedi dans l’agglomération lyonnaise.
Des incidents ont opposé des groupes de “jeunes“à la police à Vaulx-en-Velin, une pharmacie a été en grande partie détruite par un incendie, vers 2h du matin et un véhicule de pompiers a eu son pare-brise endommagé par des jets de pierre.

4.
Le 14 Juillet, prétexte pour mettre le feu dans les cités
Publié le lundi 16 juillet 2007 à 07H55
40 voitures brûlés et 12 interpellations à l'occasion de la fête nationale

Des voitures retournées, en flammes, en guise de remparts. Des grappes d’individus, le visage sous une cagoule ou une capuche, armés de cocktails Molotov dans une main et de pierres dans l’autre. Des barrages de poubelles incendiées… Dans plusieurs quartiers marseillais, samedi soir, la Fête nationale avait des allures de "révolution urbaine" avec un goût amer de déjà vu.  "Dans certaines villes, c’est pour la Saint-Sylvestre. Chez nous, c’est pour le 14-Juillet que ça flambe" , se désespère Pierre Carton, directeur départemental de la sécurité publique.

Malgré les 200 policiers nationaux répartis aux quatre coins de la ville, renforcés par 96 municipaux, Marseille n’a donc pas été épargnée par une série de violences urbaines qui ont éclaté dans certaines cités sensibles, notamment dans les quartiers Nord et Est de la ville. A Air Bel, à la Pomme, les CRS ont dû faire usage de gaz lacrymogènes pour refroidir les esprits.
En milieu de nuit, vers 3h du matin, une quarantaine de véhicules et quelque 150 poubelles avaient été incendiés. Les marins-pompiers ont en outre traité 200 feux d’herbe et 13 feux de détritus.  "De 22 à 23h, le standard a traité 602 appels , souligne-t-on au Bataillon des marins-pompiers. Nous sommes intervenus 585 fois pour la seule journée du 14-Juillet" . Soit près du double que pour un jour ordinaire.

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Par Laetitia Sariroglou (lsariroglou@laprovence-presse.fr)

martedì, 17 luglio 2007


Tratto da Il Legionario.

L'Europa verso licenziamenti più flessibili
di Marco Cottignoli

E’ inutile farsi inutili speranze. E’ del tutto fuorviante credere che la politica e l’economia lavorino per fare crescere socialmente l’Europa, per creare maggior occupazione, per trasformare i lavori precari in stabili, per aumentare il salario minimo, per incrementare le pensioni più basse. Solamente una decina di giorni fa il Consiglio europeo ha pubblicato l‘ennesimo documento sulla flexicurity, affermando che la protezione e la stabilità del lavoro non sono abbastanza moderni e che sono un ostacolo alle prestazioni economiche per contrastare le sfide della globalizzazione. La Commissione mirerebbe a soluzioni contrattuali flessibili, accompagnate da modalità di protezione sociale che garantiscano un adeguato sostegno durante i periodi di disoccupazione, azioni preventive di educazione permanente, agenzie del lavoro funzionanti, intendendo, in tale maniera, ridurre il divario tra coloro che hanno una occupazione a tempo indeterminato, i garantiti, ed i precari. In pratica abbattimento delle residue tutele lavorative ancora esistenti ed estremizzazione della libertà di assunzione temporanea o della facilità di licenziamento. Questa la strategia comunitaria messa in atto con la vergognosa scusa di agevolare la mobilità, l’occupazione e l’adattabilità dei lavoratori. Un progetto dequalificante per i lavoratori europei, destinati a diventare succubi di contratti capestro, senza garanzie né sicurezze, e costretti meramente ad adattarsi alle esigenze del mercato e non, invece, a riqualificarsi con opportuni corsi di aggiornamento. Il piano è questo; ridurre precari tutti i lavoratori, rendendoli tutti supinamente disponibili a tempo, se e quando servono. Questo l’auspicio di Bruxelles che afferma che la precarietà e la temporaneità dei posti di lavoro sono causati principalmente dalla rigidità delle tutele del lavoro stabile ed a tempo indeterminato! In cosa consiste la tutela per i lavoratori, così tanto propagandata con la flexicurity? La proposta dei burocrati europei sembra piuttosto quella la demolizione del modello sociale europeo. Tuttavia ci sembra che la tendenza generale, soprattutto dopo la nefasta legge Bolkestein, sia quella di aprire sempre più alle liberalizzazioni nel mondo del lavoro. La cupa sensazione è che si cerchi di favorire sempre e comunque gli interessi del mondo economico come se questi dovessero coincidere con il bene di tutti. Il problema fondamentale risiede proprio nella ricetta economica imposta al mondo del lavoro negli ultimi anni: la flessibilità, cioè il precariato protratto e continuativo. Le aziende hanno sicuramente tratto notevoli vantaggi da questo sistema, assumendo giovani lavoratori a tempo ed eliminando quelli più anziani sindacalizzati. Questo modello ha garantito sicuri vantaggi economici alle industrie ma ha annichilito le certezze lavorative, economiche e di progetti di vita di milioni di lavoratori. Intanto in Spagna, dopo anni di flessibilità e di lavoro precario, si segnala una sintomatica tendenza all’impiego del tempo indeterminato: nei primi tre mesi dell’anno 812.900 nuovi posti fissi, con una crescita del 9,8% rispetto all’anno precedente mentre il lavoro temporaneo è diminuito del 1,6%, con 69.100 posti in meno. Una strada che dovremmo seguire anche da noi.

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martedì, 17 luglio 2007
postato da: Filippo84 alle ore 03:29 | Permalink | commenti (3)
categoria:unione europea, comunicazioni e petizioni