Sono anzitutto i criteri-guida tipici del cosmopolitismo democratico, che portano in modo assolutamente innaturale a trascurare le differenze esistenti tra le varie Nazioni e a respingere la necessità di regolare, in modo diverso, situazioni ed interessi diversi. Avendo la pretesa di ingabbiare tutti i popoli in un unico schema, il liberal-capitalismo non può che fornire, a livello planetario, la stessa approssimativa, generica, semplicistica risposta.
A nessun popolo è consentito dalle regole del mondialismo avere obiettivi originali in relazione tanto alle proprie caratteristiche etniche, quanto a quelle geografiche del territorio su cui vive. Guinzaglio assai corto dunque, sia per ciò che attiene allo sviluppo interno, sia per ciò che riguarda i rapporti internazionali.
La scelta di imporre regole universali si prefigge evidentemente l'eliminazione di qualsiasi dinamica tra gli Stati. Ma chi può avere interesse a una simile anestetizzante prospettiva? Impedire i movimenti a qualsiasi potenziale avversario, spingerne le energie in un alveo privo di incisività, non può che tradursi in un vantaggio per chi punta al mantenimento dello status quo. In modo speculare, chi ha invece rivendicazioni da affacciare, viene ingessato e neutralizzato.
Ecco, sfrondato dalle manipolazioni e dalle drammatizzazioni della storia operate dai vincitori, e quindi da ogni moralismo di comodo, il quadro in cui si consumò l'ultimo grande conflitto mondiale. Uno scenario che è il medesimo nel quale si muove oggi arrogante l'imperialismo anglosionista.
Ecco perché le grandi potenze esaltano e diffondono la "democrazia". Essa è il regime che più fa comodo all'oligarchia mondialista; è il passo necessario per trasformare in plutocrazia qualsiasi regime parlamentare.
Questo tipo di regime ha dunque la funzione di allontanare le coscienze da una visione del mondo nazionalista, e convogliare l'opinione pubblica verso sbocchi innocui per i detentori del Potere planetario. La possibile concorrenza viene sbriciolata, frantumata a livello individuale. L'aggressività naturale dell'uomo è distolta da obiettivi di gruppo, dalle grandi mete che possono mobilitare le masse e unificare i Popoli, e indirizzata a trovare appagamento unicamente nella competizione economica.
Per cogliere questo obiettivo si solletica in modo ossessivo la sfera del privato, si agita la bandiera della felicità individuale, e si dà spazio a tutte quelle posizioni minimali, di stampo buonista e universalista che sono per loro stessa natura portate a posporre alla tutela ipergarantista del singolo, delle minoranze e di tutta la varietà dei diversi, l'interesse delle singole comunità nazionali. Queste vengono convinte, con le buone o con le cattive - con i prestiti, lo strangolamento economico, le minacce, o l'intervento «umanitario» - della necessità di schierarsi dalla parte «giusta». Sono incoraggiate ad accantonare il concetto di Sovranità e quello di Stato.
L'apparato legislativo dei vari Paesi viene così «provincializzato», di fatto asservito a interessi supernazionali, utilizzato dai mondialisti per dare sempre maggiore spazio all'individuo, scavalcando definitivamente ogni barriera nazionale.
Privo di un indirizzo etico, di mete proprie, lo Stato è perciò condannato in "democrazia" a una politica di piccolo cabotaggio che lo costringe a continui compromessi. Non tanto con gli individui, che restano pur sempre figure astratte e di scarso peso, quanto con le lobby finanziarie, con le multinazionali, con le cosiddette forze sociali, confindustria e sindacati. Lo Stato liberalcapitalista si riduce insomma a un marchingegno creato per assicurare un clima propizio ai traffici commerciali e ai maneggi della Grande Finanza. Ampio disgregante spazio assumono in questo contesto quelle congreghe laiche e religiose incaricate di perseguire la «modernizzazione», i grandi cambiamenti del costume auspicati dagli ambienti affaristici. Vediamo così, in un'atmosfera di malaffare e di ingenuità, le associazioni del volontariato battersi per l'integrazione degli stranieri, perché vengano tollerati e accolti nomadi, asociali, immigrati inassimilabili. Ma questa offensiva non si propone solo di minare la compattezza della comunità al fine di renderla meno reattiva, più malleabile; agisce anche per abbassarne qualitativamente il livello con l'accettazione delle devianze sessuali, la banalizzazione della droga, la nobilitazione dell'AIDS. Larghi finanziamenti pubblici e privati sono assorbiti e sprecati nell'assistenza a immigrati e tossicodipendenti. E un pozzo di spesa senza fondo e senza controllo, destinato unicamente a moltiplicare clandestini e 'tossici, a farne anzi dei punti di riferimento etico per i giovani.
Gli intellettuali progressisti cui nei regimi liberalcapitalisti - di destra e di sinistra - viene puntualmente affidata la gestione dei mezzi di informazione, spingono l'opinione pubblica ad accogliere con benevolenza queste disastrose campagne propagandistiche. È recente la notizia di un corso di orientamento sull'omosessualità organizzato per i docenti dal nostro Ministero della Pubblica Istruzione. In Inghilterra è stato diffuso nelle scuole un video che invita - onde i giovani possano decidere con cognizione di causa - ad avere esperienze gay. Il messaggio termina con la sottile, inquietante domanda: «Ma chi vi ha insegnato ad essere eterosessuali?».
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