giovedì, 17 luglio 2008


Un referendum italiano sul Trattato di Lisbona? (Italiani Liberi, dell' 11 luglio 2008)





Ma il problema è dei cattolici in tutta Europa (il Giornale, del 6 luglio 2008)
martedì, 15 luglio 2008


Il 10 luglio abbiamo riportato un articolo sulla confessione dell'uruguaiano, El Gordo, che ha ucciso Federica Squarise. Il caso, che ha avuto ampia eco dai mezzi di informazione, ha suscitato varie riflessioni da parte del direttore di Effedieffe, Blondet. Vi segnaliamo pertanto due suoi articoli, che forse a qualche lettore potranno apparire non rilevanti per gli argomenti trattati da questo blog. Ma quando si parla di immigrazione e multietnicismo, ovvero degli "altri", non si può fare a meno di parlare anche di "noi" o dei "nostri", in questo caso di certa, tanta, troppa gioventù europea "educata" allo sbando, di giovani che - come scrive Blondet - "credono di «vivere la propria vita» e invece sono vissuti da altri, esprimono opinioni di altri, di maggioranze informi, o di entità ancora più losche". Attenzione: non è un giudizio sulla persona di Federica Squarise, della quale né Blondet né io sappiamo granché. Però queste parole non vi richiamano alla mente il giovanilismo "aperto", "multicolore" e "tollerante" iniettato da programmi televisivi e pubblicità nelle menti in formazione di piccoli e adolescenti? Non vi sembra di sentire l'universitario ventenne che con aria di sufficienza vi dice "l'immigrato è una risorsa, l'immigrato è una ricchezza"?

Gli articoli di Effedieffe:
  1. Ragazze, imparate i codici (del 13 luglio 2008)
  2. Femmine, femministe. E donne (del 15 luglio 2008)
mercoledì, 09 luglio 2008


Fra le molteplici minacce che flussi migratori consistenti (come quelli attuali) comportano per i paesi verso cui sono diretti, esiste anche la sovrappopolazione del territorio e le conseguenti ripercussioni negative inerenti all'impatto ambientale (sfruttamento eccessivo e scarsità delle risorse naturali ed energetiche, aumento dei rifiuti prodotti, del traffico e dell'inquinamento in generale, crescita incontrollata delle aree urbane, esigenza di costruire sempre più abitazioni, scuole, strade e altre infrastrutture,...). Il rapporto tra demografia e sostenibilità ambientale, in Europa e negli Stati Uniti reso progressivamente precario da un'immigrazione incalzante, è un argomento tabù, del quale molto difficilmente avrete sentito o sentirete parlare nei media "ufficiali".

Potete intanto iniziare a farvene un'idea leggendo i due articoli di seguito segnalati, tradotti in italiano dal sito Oilcrash.com. Entrambi riguardano la realtà statunitense e sono rispettivamente del 1992 e del 2003. Anche se i dati in essi contenuti sono da aggiornare rispetto alla situazione attuale, le loro argomentazioni generali restano valide (anzi, nel 2008 lo saranno a maggior ragione!) e non solo per gli USA. Considerate infatti alcuni primi dati di partenza: gli Stati Uniti attualmente hanno una densità media di popolazione che supera i 31
ab./km², contro i circa 198 dell'Italia e i 113 circa dell'Unione Europea. Naturalmente andrebbe affrontato un discorso separato e specifico per ciascun singolo Stato (d'America) o Nazione (d'Europa), ma, come si argomenta nel primo articolo, la disponibilità di ampi spazi (quando presenti) non risolve i problemi delle aree già sovraffollate.

I due articoli tradotti:
  1. Perché l'immigrazione eccessiva danneggia l'ambiente (n° 27a di Population-Environment Balance, giugno 1992)
  2. Una crisi irreversibile, di Barbara Vickroy e Frosty Wooldridge (16 settembre 2003)
Li trovate tutti e due al seguente indirizzo:

http://www.oilcrash.com/italia/immig_01.htm

Le versioni originali in inglese sono in:
  1. http://www.dieoff.org/page52.htm
  2. http://www.frostywooldridge.com/articles/.........html
In Oilcrash.com sono riportati altri articoli dedicati all'argomento e tradotti in italiano. Forse in futuro verranno segnalati in questa sede.
lunedì, 02 giugno 2008




Vedi prima: Un libro contro l'attuale ideologismo culturale: le radici greche dell'Europa (Euro-Holocaust del 30 maggio 2008)



dal blog Euro-Holocaust (02/06/2008):

Caso Sylvain Gouguenheim: ben due liste censorie organizzate contro il suo saggio storico!

Ricordiamo brevemente la questione: Gouguenheim, studioso di storia e docente all'ENS-LSH (l'Ecole normale supérieure de Lettre et Sciences humaines di Lyon) ha pubblicato un paio di mesi fa un saggio (Aristote à Mont-Saint-Michel) la cui tesi centrale è che l'Europa, sostanzialmente, non abbia avuto necessità del mondo maomettano per trasmettere i testi filosofici e scientifici della propria antichità sino in epoca moderna.

Il saggio non ha semplicemente fatto discutere, muovendo tesi contrarie (questo si poteva ben immaginare sarebbe accaduto). Ciò che è più vergognoso è la creazione di liste critiche (ma sostanzialmente censorie) contro il testo. A fine aprile, infatti, una lista è stata organizzata dal noto quotidiano della "gauche", Liberation; un'altra è stata organizzata da un gruppo di colleghi e studenti dell'ENS-LSH. Tutti hanno aspramente criticato sia la tesi sia il presunto sfondo ideologico del testo (più avanti le due liste). A Gouguenheim si contesta non solo il nocciolo del libro, ma anche i ringraziamenti ad un noto saggista vicino a posizioni politiche dell'estrema destra (Renè Marchand). Si contestano anche alcuni passaggi dove si discutono differenze valoriali tra cultura europea e cristiana e mondo maomettano. Tra le varie critiche, ci incuriosiscono quelle relative al mondo bizantino, ritenuto da alcuni differente dal mondo europeo (grottesco modo di vedere l'Europa, che però non stupirà chi, come noi, ha notato tra i politici europei uno spiccato interesse per il Nord Africa e non per i Balcani o l'Europa dell'Est. A proposito: chi afferma la differenza tra mondo bizantino e mondo europeo sarà a favore o contro la Turchia nell'UE?). Altre critiche sono più serie, basandosi su dati storici che andranno ricontrollati (anche se si tratta probabilmente solo di singole questioni, che non tolgono forza alla tesi di fondo), ma rimane la sensazione complessiva del mettersi in moto di una macchina censoria, che non perdona all'autore di pensare con la propria testa e non secondo i canoni dei cortigiani del regno assolutista del multiculturalismo.

Qui potrete trovare molti collegamenti ad articoli sulla questione:

www.fabula.org/actualites/article24000.php

  • Questa è la lista di Liberation (da notare i docenti e ricercatori italiani. La censura è internazionale):

http://euro-holocaust.splinder.com/post/17326458



Avviso ai lettori: cambio provvisorio della linea editoriale
martedì, 13 maggio 2008


dalla rubrica Vivimilano del Corriere della Sera (del 13 maggio 2008):

Penati: l'obiettivo è zero campi rom
Il presidente della Provincia: «Non si risolve il problema con la redistribuzione: la soluzione è il rimpatrio»

MILANO - Sul fronte della sicurezza, uno degli obiettivi per il territorio metropolitano milanese è quello di avere «zero campi Rom». A sostenerlo è il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati [foto sopra, ndr]. «Io - ha osservato nel corso di un incontro con la stampa - sono per dire zero campi Rom. Se si è stanziali - ha aggiunto - bisogna integrarsi, se ci si muove si possono prevedere zone temporanee ma se i campi diventano delle bidonville, questa non è la soluzione dei problemi». Attualmente, ha proseguito, nell'area metroplitana «sono presenti oltre 23mila rom e questo numero non è sostenibile». Il «tema», ha aggiunto ancora, dovrebbe essere quello del «rimpatrio» perche «non si può risolvere» la situazione parlando di semplice «ridistribuzione» dei rom sul territorio.

A giudizio di Penati - che ha inviato al ministro degli Interni, Roberto Maroni una lettera proprio sul tema della sicurezza nell'area milanese - per fronteggiare l'emergenza nella provincia di Milano, occorre, in primo luogo «rivedere gli accordi bilaterali con il Governo romeno al fine di fermare i flussi di Rom» in arrivo sul territorio e, poi, varare «politiche per il rimpatrio». Il numero di 23mila nomadi all'interno della Provincia di Milano, ha ribadito Penati, «non è sostenibile. Sono troppi: se qualcuno pensa» di varare «un piano per ridistribuire la presenza dei Rom se ne assuma le responsabilità. Non si devono ripartire - ha concluso - devono ripartire».

Il pacchetto sicurezza, che il nuovo Esecutivo intende varare, non deve escludere l'area metropolitana milanese, ha poi sottolineato Penati. «Quello della sicurezza - ha osservato - è un problema che va risolto nella sua globalità, non rinchiudendolo nell'ottica miope dei confini del singolo comune: per affrontarlo coerentemente», come segnalato in una missiva spedita a Maroni, «è necessario coinvolgere tutte le istituzioni dell'area metropolitana milanese».

Come sempre, tra il dire e il fare... noi attendiamo il "fare", almeno a partire dai Rom. Certo, non sarà mai abbastanza per contrastare l'aggressione multietnicista, ma avrebbe (il condizionale è d'obbligo) senza dubbio effetti benefici in relazione al degrado urbano e all'ordine pubblico.
giovedì, 08 maggio 2008


E’ uscito il secondo numero della rivista on line del Centro Studi Polaris, Orientamenti & Ricerca.

I temi trattati sono:

- Italia: elezioni e conseguenze
- Cina: le strategie
- Cina: con gli Usa, rivalità o flirt?
- La Yalta della droga
- Giappone: sintomi di risveglio
- Iran: dietro le persiane
- Russia: i nodi per Medvedev
- Italia: riscopriamo il Mediterraneo?
- L’Europa rinasce dai cieli?
- L’incognita Tremonti

Firme di Gabriele Adinolfi, Francesco Boco, Paolo Caioli, Stefano Cortini, Dario Fabris, Andrea Forti, Daniele Lazzeri, Andrea Righini, Ugo Taietti.

La rivista è scaricabile dal sito www.centrostudipolaris.org sul quale è possibile iscriversi per partecipare al forum. Oppure si può ottenere, con tutto l’altro materiale, sulla propria mail per abbonamento gratuito scrvendo a marte.rea@gmail.com. Per collaborazioni: ga@gabrieleadinolfi.it.
Ovviamente chi si sia già prenotato in precedenza lo riceverà a breve.

http://www.centrostudipolaris.org/......../O&R2.pdf

mercoledì, 07 maggio 2008


Maurizio Blondet    07 maggio 2008

«Politica interna ed estera USA: bozza di linea per la prossima Amministrazione»: questo il titolo della prima giornata di riunione della Commissione Trilaterale, tenutasi a Washington il 25-28 aprile, ovviamente e come sempre a porte chiuse. Ma Jim Tucker, il giornalista famoso per «auscultare» le riunioni segrete del Bilderberg, aveva qualche fonte anche lì (1).

E qualcosa ha saputo. Vediamo dunque la «linea» che i più ricchi privati di USA, Europa e Giappone, in rappresentanza delle maggiori multinazionali, dettano al prossimo governo americano.

Secondo il consesso, il futuro presidente dovrà anzitutto aumentare gli aiuti americani ai Paesi esteri, perchè, è stato detto, «L’America non versa la sua giusta parte» degli aiuti internazionali. Il presidente futuro dovrà anche pagare la quota USA per il mantenimento dell’ONU (la Casa Bianca è in arretrato: i neocon che la teleguidano detestano l’ONU).

Peter Sutherland, rappresentante del segretario generale ONU per l’immigrazione, ha caldeggiato una maggiore apertura degli Stati Uniti verso l’immigrazione, raccomandando una amnistia per i milioni di clandestini messicani e sudamericani in USA. Sarà bene notare che Sutherland, questo umanitario, è anche presidente di British Petroleum e Goldman Sachs International, oltrechè un alto esponente del Bilderberg.

Non è dunque un caso se durante il panel intitolato «Global Financial Crisis», si sono sentiti solo interventi attorno al «dovere» dello Stato americano di «intervenire» per soccorrere «le istituzioni finanziarie sotto stress», e nemmeno una parola sul soccorso ai milioni di americani che si vedono pignorare la casa, o caderne tragicamente il valore di mercato.
Il liberismo globale non ammette eccezioni: intervento pubblico è il Male Assoluto, tranne che per le banche loro.

A parlare della crisi c’erano infatti Andrew Crockett, presidente di JP Morgan Chase International, David Rubenstein, gestore del Carlyle Group, Robert Kimmit oggi vicesegratario al Tesoro ma prima altissimo capintesta di Lehman Brothers, oltrechè Martin Feldstein, economista di Harvard, ex consigliere economico di Ronald Reagan, nonchè Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale e da sempre socio del Bilderberg.

C’erano anche giornalisti molto selezionati, da David Gergen dell’US News and World Report, e Lionel Barber, uno dei direttori del Financial Times: che naturalmente non hanno scritto un rigo sulle riunioni, anche se vi hanno partecipato attivamente, presiedendo alcuni panel, oppure «intervistando» per lo scelto pubblico questo o quel grand’uomo. Sul podio, con domande complici, e a porte chiuse.

Il giornalista Bill Emmot, dell’Economist, per esempio ha intrattenuto la cena dei signori allo Smithsonian Art Museum parlando della «crescita dell’Asia». Naturalmente si è molto parlato del «global warming» e si è consigliato il futuro presidente USA di spendere di più contro l’inquinamento; su come ridurre l’effetto-serra, si è ventilata una tassa ecologica sui voli aerei.
Il dollaro a 120, e il cui rincaro dipende al 60% dalla speculazione sui futures petroliferi, non allarma quel nobile consesso. La questione è gestita dal Bilderberg, che nella sua riunione segreta in Germania del maggio 2005, per bocca del suo socio Henry Kissinger, raccomandava un raddoppio del barile (allora era a 40 dollari) entro 12-24 mesi. Il che è avvenuto disciplinatamente.

Nel 2006, a Ottawa, il Bilderberg non si era dimostrato contento dei progressi, ed aveva raccomandato un rincaro sui 105 dollari entro la fine del 2008. Ora Goldman Sachs prevede che si arriverà a 200.

Previsione alla portata di personalità che si incontrano fra banchieri-speculatori e compagnie petrolifere, e che non preoccupa. Loro fanno enormi profitti sui rincari. E il prezzo proibitivo avvicina quella che Barroso suole chiamare
«la rivoluzione post-industriale», che implica fra l’altro la fine del ceto medio.

Rumori di dissenso si sono ascoltati solo quando Robert Blackwill, già vice-consigliere nazionale per l’Iraq, ha intrattenuto i signori sulla necessità di «impegnare (engage) l’Iran e costruire la pace in Medio Oriente». Blackwill ha assicurato che la «opzione militare resta sul tavolo», ma si spera negli sforzi diplomatici.

Più interessanti le conversazioni e i pettegolezzi di corridoio. I signori tengono molto al NAFTA, il mercato comune USA-Messico-Canada, e si sono detti: «John (McCain) è sempre stato a favore del libero commercio, anche davanti ai sindacati; Hil (Clinton)  e Barak (Obama) fingono di eccepire su alcuni punti, ma è recita politica. Sono solidamente a favore». Anzi, «Hil», si ricordavano l’un l’altro i signori, come first lady ha tenuto sedute strategiche con il big business per indurre il Congresso ad approvare il NAFTA.

Molto sarcasmo invece è stato speso contro Ron Paul. Non perchè il candidato indipendente abbia una sola possibilità di occupare la Casa Bianca; ma li preoccupa la moltitudine di giovani che si sono mobilitati per lui, ed ascoltano i suoi discorsi. Questa generazione, si sono detti i trilateralisti, «si sta facendo un’educazione politica» in questo modo. Il che può «causare danni significativi in futuro», visto che Ron Paul non vuol cedere la sovranità nazionale al NAFTA (come gli europei l’hanno ceduta alla UE), si oppone alle missioni di «mantenimento della pace» all’estero, e proclama che bisogna ritirare le truppe dall’Iraq e, peggio, ridurre le imposte non sui ricchi, ma sul ceto medio.

I signori hanno perciò deciso di influire sul partito repubblicano perchè faccia pressione su Ron Paul e lo induca a rinunciare alla corsa al più presto, onde mettere fine ai suoi corsi di educazione politica un po’ troppo affollati. L’incarico è stato assegnato a Thomas Foley, già portavoce della Casa Bianca.

Kissinger era presente ma non ha parlato. E’ decrepito e dicono che abbia problemi alla gola. Fra gli europei, Tucker segnala solo Elisabeth Guigou, già ministra francese per gli affari europei. Nell’insieme, i politici presenti sembravano essere della generazione passata, dell’era Reagan o dell’era Nixon.

Si può ipotizzare che la Trilaterale ritenga di poter riprendere l’influenza che aveva prima dell’avvento dei neocon, che hanno sviato il progetto globalista con il loro bellicismo per Israele? Il futuro lo dirà: i signori erano sicuri di avere in tasca tutti i tre candidati.

Può darsi che trovino una convergenza in un senso preciso: mano pesante alla israeliana contro le opinioni pubbliche contrarie alla globalizzazione. Il direttore di Newsweek, Fareed Zakarias [foto sopra, ndr], uno dei giornalisti invitati, ha appena elevato un rimprovero agli americani, convinti all’80% che il Paese sia sulla strada sbagliata (saranno i mutui sub-prime e la rovinosa costosissima guerra in Iraq?).

«Miliardi di persone sono uscite dalla abbietta miseria» grazie alla globalizzazione, li rimprovera Zakarias, il giornalista-impiegato della Trilateral, «il mondo sarà arricchito e nobilitato via via che diventano consumatori, produttori, inventori, sognatori...il 40% delle superlauree in America lo guadagnano gli immigrati» (2).

Niente sugli immigrati che lavano i pavimenti. Nè sulla fame prodotta dai nuovissimi rincari sugli alimentari di base: anzi quella è buona, perchè segnala «l’aumento dei consumi» nel mondo globalizzato. E nemmeno una parola sui 10 milioni di tedeschi che, in uno dei pochi Paesi in pieno boom economico, sono usciti dalla classe media in questi anni, per accrescere le fila dei nuovi poveri. O sui milioni di francesi che subiranno un ulteriore taglio alle pensioni, grazie a Sarkozy.

«Viviamo nel periodo più pacifico mai provato dalla specie umana» [come no, si vede!, ndr], si arrabbia Zakarias, ma noi americani «siamo diventati sospettosi del commercio, dell’apertura, dell’immigrazione, degli investimenti esteri».

Così non va. Se siete scontenti, vi metteremo in riga. La presidenza Bush ha visto l’allestimento di campi di raccolta e detenzione allo scopo – com’è detto ufficialmente – di «sostenere il rapido sviluppo di nuovi programmi».

In cosa consistano i nuovi programmi non viene detto. Essi sono compresi nel «continuity of goverment», il programma generale di mantenimento del governo in casi di emergenza estrema e non specificata. A questa necessità provvedono programmi software che indentificano, attraverso un filtro chiamato «social network analysis», a identificare persone che manifestano qualche scontentezza sull’andamento delle cose.

Nel database, gestito dai militari, ci sono già 8 milioni di americani segnalati come sospetti di scontentezza, o di volontà d’opposizione (3). Vi godrete la globalizzazione, che lo vogliate o no.



1)
James Tucker, «Global elite gather in DC», American Free Press, 6 maggio 2008.
2) Fareed Zakarias, «The rise of the rest», Newsweek, 3 maggio 2008.
3) Ed Martin, «If you are reading this, Bush has reserved a bunk for you in one of his detention camps», OpEdNews, 6 maggio 2008. «In the spring of 2007, a retired senior official in the U. S. Justice department sat before Congress and told a story so odd and ominous, it could have sprung from the pages of a pulp political thriller.  It was about a principled bureaucrat struggling to protect his country from a highly classified program with sinister implications.  (…) The bureaucrat was James Comey, John Ashcroft's second-in-command at the Department of Justice during Bush's first term. In his testimony before the Senate Judiciary Committee, he described how he had grown increasingly uneasy reviewing the Bush administration's various domestic surveillance and spying programs.  Much of his testimony centered on an operation so clandestine he wasn't allowed to name it or even describe what it did.  (…)  the program that Comey found so disturbing went forward at the demand of the White House, "without a signature from the Department of Justice attesting as to it's legality," he testified. What is this program?  A former military operative has been told that the program utilizes software that makes predictive judgments of targets' behavior and tracks their circle of associations with "social network analysis». (…) Bush, in one of his addresses to the nation, said the program was part of planning to assess threats to the "continuity of our government".


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mercoledì, 07 maggio 2008


da Etleboro Italia (del 5 maggio 2008)

Hanno “neificato“ i neo-fascisti

Un'analisi della manipolazione da parte dei "baluardi dell'informazione" delle fotografie dei "neo-fascisti di Verona". Il Corriere della sera e il Messaggero hanno volutamente ritoccato le fotografie originali dei ragazzi di Verona accusati di aggressione, inserendo un particolare non originale, ossia un orecchino nero, quasi un neo, per suscitare un senso di settarismo mescolato ad aggressività. Viene così costruita l’idea della setta "neo-fascista" violenta e razzista, racchiusa in semplici segnali che colpiscono in maniera profonda la psiche umana, magari al fine di creare una psicosi collettiva.

Mentre le notizie scorrono veloci e le facce degli aggressori dominano sulle prime pagine dei giornali, politici e arci-gay si apprestano a definire dei ragazzi i "neofascisti". Tutti si scandalizzano per ciò che è accaduto a Verona in questi giorni, sollevando un’incessante polemica sull’inarrestabile diffusione del nuovo fenomeno del "neofascismo", ultima piaga della nostra annoiata società. È naturale, infatti, che un atto di inciviltà e di barbaria come questo possa suscitare tali emozioni, ma bisognerebbe tener conto che simili episodi si ripetono quotidianamente, in ambienti meno visibili agli occhi del "grande fratello" dei media, come quelli degli extra-comunitari e delle fasce sociali più basse, senza che a loro sia data la medesima considerazione. Basta vedere cosa internet ci offre, considerando che ogni giorno vengono inseriti centinaia di filmati amatoriali provenienti da tutto il mondo nei quali la violenza gratuita è esibita come "trofeo". Parlare oggi di neo-fascismo, solo perchè assistiamo ad un pestaggio, è solo una manovra di propaganda, un'accusa politicizzata da parte di chi ne vuole trarre un vantaggio. Si nasconde in questo modo una verità più semplice, ossia quella della violenza in aumento che non ha bandiere o credo politico, ma è un male sociale che scaturisce dalla continua perdita di valori somministrata dalla irresponsabilità di questo tipo di politica e dei media, che manipolano l'informazione e così anche il nostro pensiero, la nostra vita.

Confrontate le immagini delle foto originali e quelle opportunamente manipolate

 

Guardate attentamente le immagini che vi mostriamo, considerando il confronto tra le foto originali e quelle opportunamente manipolate. Come potrete notare, "baluardi dell'informazione" - come il Corriere della Sera, storico quotidiano della "politica di destra" (?) Messaggero - hanno deliberatamente manomesso le immagini, distorcendole in maniera tale da dare al lettore un messaggio ben preciso. Così, il Corriere della Sera e il hanno volutamente ritoccato le fotografie inserendo un particolare non originale, ossia un orecchino nero, quasi un neo, per suscitare un senso di settarismo mescolato ad aggressività, ancorato a questo piccolo simbolo. Viene così costruita l’idea della setta "neo-fascista" violenta e razzista, racchiusa in semplici segnali che colpiscono in maniera profonda la psiche umana, magari al fine di creare una psicosi collettiva. Saremo davvero curiosi di conoscere l'ideatore di questo subliminale complotto giudaico-massonico (??), che in modo geniale ed inventivo ha "neificato i neofascisti". Sappiamo bene che i protagonisti sono sempre gli stessi, quelli che creano dei miti e affossano degli innocenti, quelli che creano delle campagne diffamatorie perché pagati per farlo, e dediti solo al proprio tornaconto personale. Oggi una disgrazia non è una disgrazia ma un'occasione per portare acqua avvelenata al mulino di turno, e contribuire all’allucinazione di massa. Ieri era il terrorismo la matrice del nemico, domani sarà il neo-nazismo o l’ultra-nazionalismo a dare vita ai nuovi terroristi, per imputare a dei gruppi "ideologicamente deviati" episodi di violenza incontrollabile. Per tale scopo vengono create anche delle nuove parole, delle nuove categorie di pensiero, in grado di classificare le persone, per poi additarle e isolarle. In questo modo si evita di dare un vero volto al male sociale, imputabile al malessere economico e alla continua distorsione della realtà in cui ognuno è calato.

http://italia.etleboro.com/?read=8655

Si veda inoltre: Speculando sulla tragedia di Verona: dal sito del Corriere della Sera... [Euro-Holocaust]
martedì, 06 maggio 2008


dal blog Euro-Holocaust

L'assurda morte del giovane veronese Nicola Tommasoli ha scatenato polemiche che sarebbero state più utili qualora fossero indirizzate alle vere ragioni dell'omicidio, ossia la bestialità di fin troppo ampie sacche di popolazione (autoctona o allogena), dovuta all'imbarbarimento continuo della società in cui viviamo.

Coloro che parlano di "Verona nera", di "nazifascismo" (neanche fossimo nella Seconda Guerra Mondiale!) e di movimenti politici organizzati dovrebbero anche far convivere questo con le testimonianze dei presenti, gli amici dell'ucciso, i quali parlano di una sigaretta rifiutata e non di altro. Se oggi si è bulli (e qualche volta peggio) a 14 anni, verso i 20 (l'età degli assassini di Verona) si diventa peggio. Non è un fatto di politica intesa come "schieramenti opposti", ma di politica intesa come ripristino di una vera legalità, la quale non può che accompagnarsi all'assunzione di un ordine sociale e valoriale (ossia morale), adesso assente del tutto.

Chi (a sinistra -o quel che ne rimane-) grida al "fascista!" altro non fa che trovare una rivalsa dopo le elezioni politiche dell'aprile 2008 e la vittoria di Gianni Alemanno per il Comune di Roma. Basterebbe guardare ai forum di sinistra (riformista o pseudo-comunista), i quali, sino a pochi giorni fa altro non erano che teatri di guerre civili isteriche e risentimenti malcelati, mentre adesso chiamano alla mobilitazione in strada. Detto altrimenti, una cagnara per impedire l'evoluzione del pensiero e una reale critica e autocritica politica. Anche perchè, al di là di articoli di giornale poco chiari, la militanza dei 5 assassini è molto dubbia (se non, forse, di uno solo di loro).

Chi, invece, (a destra -o quel che ne rimane-) afferma che bruciare bandiere israeliane sia peggiore, ebbene, l'assassinio di un ragazzo comune ci pare ben peggiore. Una bandiera che brucia è "solo" un simbolo (criticabile o meno), ma una vita spenta gratuitamente e brutalmente è un vicolo senza uscita.

Per inciso, in Francia, 4 anni fa, un ragazzo di 14 anni venne assassinato (a colpi di ascia!) da parte del clandestino marocchino Hamadi Ed-Debch, di 21 anni, per la stessa identica (non) ragione, una sigaretta rifiutata. Non solo in Francia non scoppiò alcuna polemica contro gli immigrati, ma, per quel poco che se ne parlò, i genitori del ragazzo vennero quasi additati come razzisti perchè trovarono la sentenza di condanna troppo leggera. Quel ragazzo si chiamava Romain Bénavent [articolo del 4 luglio 2006]. Tanto per notare come le morti acquistano o meno rilevanza...

Detto tutto questo, facciamo notare un particolare interessante e inquietante. Nel pomeriggio di ieri notiamo alcuni articoli, sul sito del Corriere della Sera, dedicati alla vicenda veronese. Questa la sequenza dei titoli:
  1. Aggressione neonazista a Verona, fermati altri due picchiatori
  2. Gli amici del ragazzo aggredito: «Erano delle bestie»
  3. Veltroni: «Inquietante attacco: occorre vigilare»
  4. Protezione territorio
  5. «L'abbiamo picchiato noi»
  6. La Digos li seguiva già da un anno
Tutti articoli dedicati alla morte di Nicola Tommasoli. Apparentemente... Aprendo, infatti, il quarto di questi ("La protezione del territorio"), a firma di Michele Salvati, ci saremmo aspettati, dal titolo, una disamina delle azioni del branco criminale, con magari violenze per imporre una zona di terrore ad altri gruppi. E invece ci siamo ritrovati con ben altro, nient'affatto facente riferimento ai fatti veronesi.

Più avanti troverete l'articolo. Diciamo solo che tale centrale inserimento e la tesi di fondo lì espressa non possono essere un caso, dato che Salvati sintetizza l'attuale quadro politico italiano, oscillante tra conservatorismo (sempre più tradizionalista, secondo il giornalista) e liberal-progressismo. Inutile dire dove penda la preferenza della penna del Corriere della Sera (e dello stesso Corriere).

Inutile precisare quanto episodi tragici come quello di Verona siano utili per montare campagne-stampa creanti un clima ad un tempo favorevole al ritorno della "strategia della tensione" (evidentemente, soprattutto a sinistra, molti non hanno imparato alcunchè), ma anche ad una più sottile propaganda ideologica, favorevole (seconda la tradizione dello stesso quotidiano) al liberismo globalista.

Qui potete trovare le immagini dal sito del Corriere della Sera di ieri, 5 maggio 2008, alle ore 15:01. La seconda immagine mostra lo spazio dedicato alla vicenda di Verona.

Home Page del sito del Corriere della Sera

[Clicca sul link in basso per leggere l'articolo di Michele Salvati]

http://euro-holocaust.splinder.com/post/17008103/Un+inserimento+sospetto
giovedì, 27 marzo 2008


25 MARZO

Le rivolte di monaci e di nazionalisti tibetani contro l’autorità cinese a Lhasa hanno dato il via ad una serie di dibattiti che vedono due posizioni contrapposte. C’è chi è schierato decisamente e incondizionatamente con i tibetani (e tra questi qualcuno ritiene che le Olimpiadi che si svolgeranno a Pechino meritino il boicottaggio), e chi invece pensa che quella scoppiata in Tibet sia una protesta ispirata da potenze occidentali allo scopo di far trionfare anche in questa parte di mondo una nuova rivoluzione democratica in funzione anticinese e pro statunitense.
Ancora una volta ci troviamo su posizioni diverse rispetto a quelle di entrambi gli schieramenti, e, pur avendo una parziale comprensione per coloro che sospettano lo zampino di Washington dietro agli avvenimenti di Lhasa, riteniamo pura oppressione l’azione condotta da Pechino contro il popolo tibetano.
Ci spieghiamo. Le cosiddette “rivoluzioni arancioni” (che ovviamente nulla hanno a che vedere con il colore delle vesti dei monaci buddisti) che hanno investito l’Europa negli ultimi anni, e che marciavano sulla fanfara e sui dollari americani, hanno giustamente diffuso tra chi è più attento alle questioni di geopolitica, un senso di diffidenza nei confronti di ogni movimento che possa in qualche modo ricordare queste operazioni pianificate dal Dipartimento di Stato.
In questa diffidenza ci riconosciamo, e troviamo l’unico punto di incontro con coloro che oggi, per la questione tibetana, fanno gli avvocati difensori della Cina.
La diffidenza è giustificata: a Dharamsala, la città indiana in cui è ospitato il governo in esilio del Tibet, sventolano decine di bandiere a stelle e strisce. Lo stesso cosiddetto leader spirituale dei Tibetani, e dei Buddisti in genere, il Dalai Lama è personaggio dalla non cristallina reputazione, quando si parli di diritto dei popoli all’autodeterminazione, visto che il suo spirito non violento doveva essersi distratto per un po’, quando appoggiò i criminali bombardamenti della Nato contro l’orgoglio serbo.
Ma, come dicemmo mesi fa in occasione dell’insurrezione dei monaci birmani contro la giunta di Rangoon, non ci bastano queste ipotesi di “contaminazione” per schierarci dalla parte della repressione.
Abbiamo letto in questi giorni molti commenti a sostegno della posizione filocinese: in uno in particolare si sottolineava l’appoggio che l’industria cinematografica di Hollywood starebbe garantendo, “per motivi imperialistici” alla causa tibetana, attraverso la produzione di pellicole dedicate all’argomento. Cito testualmente da un articolo di Sara Flounders apparso su “Workers World”: “Uno di quest film, "Sette anni in Tibet", è stato basato su di un libro scritto da un nazista austriaco, Heinrich Harrer, coinvolto in alcuni dei crimini più brutali dei nazi-fascisti austriaci. Harrer finì in Tibet durante la seconda guerra mondiale in missione segreta per l'imperialismo tedesco, che stava tentando di competere con l'imperialismo britannico in Asia. Egli fu accettato nel circolo più ristretto, fra la nobiltà tibetana”.
A parte le imprecisioni contenute nel paragrafo, crediamo volutamente inserite al fine di rafforzare il trinomio nazismo-tibet-crimini brutali, la Flounders non ottiene altro effetto, per quanto ci riguarda, di farci guardare con maggiore simpatia alla nobiltà tibetana che accolse nel suo ristretto circolo lo scalatore Heinrich Harrer (a differenza di quanto avrebbero fatto di lì a qualche anno le forze di occupazione cinesi, i nazionalsocialisti ebbero nei confronti del Tibet, della sua storia e delle sue tradizioni un grande rispetto ed un sincero interesse legato in gran parte alla convinzione dell’esistenza di un legame spirituale tra Ariani e Tibetani ). Il linguaggio e la metodologia utilizzati in questo articolo del “Workers World” sono esattamente gli stessi che la macchina propagandistica israelostatunitense mette in campo quando si tratta di screditare e demonizzare movimenti o leader della resistenza all’egemonia mondialista. L’accostamento a qualche impresentabile nazista, il riferimento a crimini brutali dell’accoppiata nazifascista, l’allusione alla sottintesa arretratezza della società contro cui è indirizzato l’attacco (in questo caso rappresentata dalla nobiltà tibetana, emblema di un mondo indigesto sia per i marxisti che per i liberalcapitalisti).
Come nel caso dei Karen in Birmania, il rischio di sfruttamento di una vicenda che coinvolge un intero popolo da parte delle élite mondialiste effettivamente esiste. Ecco perché ci troviamo distanti anche da coloro che acriticamente si gettano tra le fila della crociata anticinese diventando strumento della propaganda occidentale. Va evidenziato che lo sfruttamento delle esplosive situazioni autonomiste da parte occidentale non viene attuato fomentando la rivolta di questi popoli nei confronti dell’oppressore (sia esso la Cina o il regime militare birmano), bensì cercando di guadagnarsi la loro fiducia e la loro amicizia attraverso ipocrite e sterili condanne politiche della repressione. A costo zero. Il tempo del finanziamento delle guerriglie anticomuniste è finito da un pezzo, ricordiamolo. Oggi si finanziano guerriglie dedite al narcotraffico, come l’UCK kosovaro. O quelle che mettono i bastoni tra le ruote della Russia che punisce gli oligarchi.
Dovrebbe risultare del tutto evidente che Cina e Stati Uniti (per non parlare di altri paesi europei o di “entità” sovrastatali dedite ad attività criminal-finanziarie) fanno parte dello stesso fronte. Il peso economico della Cina (e delle sue banche!) sull’Occidente in genere e sugli USA in particolare è enorme. Il mercato cinese inoltre rappresenta per le democrazie liberiste la grande occasione per ridare fiato alle loro economie oramai moribonde. I gangsters di Stato cinesi, veri e propri capitalisti che sfruttano il lavoro di milioni di schiavi e stringono favolosi contratti commerciali con imprenditori di tutto il mondo, bruciano (assieme agli statunitensi e agli indiani) la grande maggioranza delle risorse energetiche del pianeta e sono i principali inquinatori della terra, si trovano perfettamente a loro agio con i gentiluomini mondialisti di casa nostra.
Per non andare tanto lontano, basti ricordare che i principali sponsor di più strette ed amichevoli relazioni con il gigante dagli occhi a mandorla sono Carlo Azeglio Ciampi, Cesare Romiti e il coccolato nipote dell’Avvocato, John Elkann, membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Italia-Cina. Francamente non mi sembrano soggetti dalla grande sensibilità per istanze popolari e per battaglie identitarie.
E per quale motivo secondo voi i leader mondiali non hanno messo in dubbio la loro presenza alle cerimonie di apertura delle Olimpiadi? Perché lo stesso Dalai Lama, oramai evidentemente non più legittima bandiera della sua gente, si affretta a dichiarare che i Giochi non vanno boicottati? Ovvio, la Cina sta entrando con giudizio nella grande famiglia del WTO (l’Organizzazione del Commercio Mondiale), e seppur in concorrenza commerciale con i Paesi occidentali, è una pedina dello stesso gioco. Anzi, ne è divenuta una colonna portante. Ecco perché il solo fatto che qualche drappo americano sventoli a Dharamsala non ci basta per liquidare la lotta del popolo tibetano come una invenzione di qualche “think-tank” californiano. Quale abissale differenza c’è tra le facce degli aderenti alle rivoluzioni di marca “Soros” e questi “brutti, sporchi e cattivi” montanari tibetani che prendono a calci in culo i freddi mercanti cinesi che hanno colonizzato il loro paese!
In Thailandia gli americani stanno distribuendo permessi di immigrazione negli States a migliaia di profughi Karen. Condannano verbalmente la giunta di Rangoon, ma anziché fornire reali aiuti al popolo Karen perché resista e sopravviva all’estinzione, favorisce quest’ultima disperdendo i suoi figli tra le fabbriche del sistema capitalistico.
Non è forse questo un sistema per uccidere un popolo? O pensate veramente che Washington stia dietro le rivolte delle minoranze etniche birmane? I leader combattenti Karen fanno di tutto per cercare di riportare in Birmania la loro gente, per cercare di ricostruire una società tradizionale in grado di difendersi e di produrre mezzi di sostentamento, e intanto gli americani sottraggono loro le forze che dovrebbero contribuire a questo progetto rivoluzionario.
Ah, dimenticavamo, un progetto che i soliti articolisti definirebbero “feudale” e “reazionario” poiché non costruito su protocolli di chiara ortodossia modernista.
Pensare dall’altra parte che la Cina rappresenti in qualche modo il contrappeso al soffocante ed intollerabile predominio statunitense, e per questo vada scusata quando reprime la lotta per una maggiore autonomia (non indipendenza) dei Tibetani ci pare fuori dalla realtà.
Lo ribadiamo, siamo per la difesa della identità culturale e del patrimonio spirituale dei Popoli. Sostenere che il Tibet non abbia diritto ad una maggiore autonomia e al rispetto delle sue tradizioni perché “non è mai stata una entità autonoma” è per noi inaccettabile. Correre a sostegno delle tesi Cinesi solo perché c’è il pericolo che il Tibet cada nella rete statunitense denota una impotenza e una rinuncia alla “terza via” allarmanti. In tal modo riteniamo che si privino le stesse genti in lotta, della consapevolezza del valore assoluto che va attribuito alle loro radici. Il che è esattamente ciò che fa il mondialismo, favorendo artificiali gemellaggi tra società tradizionali e società secolarizzate che si concludono fatalmente con la capitolazione delle prime.
Noi cercheremo sempre, con i pochissimi mezzi a nostra disposizione, di batterci affinché si diffonda la cultura della resistenza antimondialista basata sull’eredità culturale propria dei Popoli coinvolti. Perché Impero ed imperialismo, ci par di ricordare, sono cose diametralmente diverse. E perché laddove sventolano i simboli solari sentiamo il richiamo irresistibile di comuni radici spirituali.
venerdì, 21 marzo 2008


Interessante questo studio monografico in francese [cliccare sull'indirizzo in fondo] pubblicato dall'associazione Contribuables Associés e realizzato da Jean-Paul Gourévitch, esperto internazionale in risorse umane e migrazioni. Il tema è tabù in Francia (ma anche in Italia e nel resto d'Europa): il costo reale dell'immigrazione, compreso quello immateriale. Lo studio si articola nell'analisi dei seguenti aspetti:
  • costi dell'emigrazione verso la Francia (per i paesi di origine e per gli immigrati stessi);
  • costi dell'immigrazione in Francia (sicurezza, fisco, previdenza sociale, istruzione, integrazione, disoccupazione);
  • bilancio delle entrate derivanti dall'immigrazione (saldo negativo fra spese ed introiti di 26,19 miliardi di euro);
  • conclusioni: possibili strade per ridurre i costi.

http://www.contribuables.org/...monographie14_le_cout_reel_de_limmigration.pdf
giovedì, 20 marzo 2008


Maurizio Blondet    19 marzo 2008

Avverrà nel 2009. Tutto è già deciso, anche se come al solito sopra le teste dei cittadini europei e a loro insaputa. La UE sarà «integrata» nella NATO (1), o se volete la NATO nella UE: il che significa molte cose allarmati.

Anzitutto, in ogni caso, la militarizzazione dell’Europa per servire meglio agli Stati Uniti. Lo ha lasciato capire Jaap De Hoop Scheffer, segretario generale della NATO (tutta una carriera nell’eurocrazia a-democratica e mai votata) al German Marshall Fund di Bruxelles.

«Sono convinto che prendere sul serio la riforma della NATO significa cercare maggiori sinergie con l’Unione Europea», ha detto l’olandese: «Voglio vedere molta messa in comune delle nostre capacità, specialmente in aree come trasporti ed elicotteri, ricerca e sviluppo, armonizzazione [questa parola non mi è nuova e mi ricorda un certo accordo transatlantico dell'anno scorso, ndr] e addestramento.…E’assolutamente essenziale che la totalità delle capacità che siamo capaci di generare da questo bacino di forze siano egualmente a disposizione della NATO e della UE».

Si legga bene l’ultima frase, la più inquietante, alla luce della insoddisfazione del Pentagono per la renitenza degli alleati europei a mandare rinforzi nelle zone di combattimento in Afghanistan. Nel progetto del massone olandese, uomo di fiducia delle entità sovrannazionali che l’hanno messo lì, le forze armate italiane o tedesche saranno automaticamente «a disposizione della NATO». Come anche della Unione Europea, dice mellifluo l’eurocrate olandese.
«Egualmente a disposizione».

E questo significa, tra le righe, qualcosa di ancora più inquietante: la trasformazione della NATO - che è nata come entità inter-statale, alleanza di Stati sovrani - in una UE burocratico-militare: e la UE è una entità non già inter-statale, ma sovra-nazionale; in essa gli Stati non hanno sovranità (2), e sono tenuti ad obbedire (ratificare) le normative confezionate dalle oligarchie di Bruxelles e dalle loro lobby di riferimento. La proposta di De Hoop Scheffer è dunque che la NATO diventi un nucleo militare sovrannazionale, i cui Paesi membri non possono negare «l’accesso» alle loro forze, soldati e armamenti.

Ma la NATO non è solo europea. E’ anche americana, anzi Washington esercita nella NATO la sua egemonia assoluta. Dunque, se De Hoop Scheffer l’avrà vinta, il Pentagono avrà «accesso diretto» alle forze armate dei venti Paesi europei della UE-NATO, senza possibilità per i Paesi membri di opporre un rifiuto. Da alleanza fra Stati sovrani a servitù totale, sovrannazionale.

Ciò che sta per nascere è un mostro geneticamente modificato, un ibrido «NEUTO»  che unisce le peggiori caratteristiche oligarchico a-democratiche dell’Unione Europea con il militarismo neo-coloniale globale della NATO. Il peggio delle due cose. Sarà l’opaca oligarchia di Bruxelles a farci sapere che siamo in guerra, contro chi e a quale distanza dalla nostra area, e quali elementi delle forze armate ci toccherà fornire alle guerre decise non solo «altrove», ma non si sa bene dove, esattamente come non si sa dove e come la UE concepisca le sue «direttive» che dobbiamo applicare.

Questa opacità non è casuale, ma voluta. L’Unione Europea, che ha privato i governi della loro sovranità, non dichiara se stessa sovrana: è una entità di gestione, in qualche modo «a-politica», ed è proprio con questa scusa che può fare a meno del controllo democratico, di obbedire alla volontà popolare, di attenersi alle decisioni del parlamento (quello europeo è solo consultivo, ossia è niente).

Non ha potere legislativo, e il suo potere esecutivo è la «Commissione», nome che evoca non decisione politica, ma amministrazione burocratica. La Commissione non «decide», emana «regolamenti» e «direttive». E’ irresponsabile. Non può essere chiamata a rendere conto, né bocciata con elezioni. Questa assenza di sovranità, comodissima per l’oligarchia burocratica i cui membri si cooptano a vicenda, è peggio di ogni totalitarismo classico.

Conosciamo i danni che ha prodotto la (volontaria) rinuncia alla sovranità monetaria degli Stati europei, non sostituita dalla sovranità della UE: la Banca Centrale è totalmente irresponsabile e le sue azioni sono dettate da automatismi, dedotti dall’ideologia economica corrente, nella più assoluta indifferenza alla realtà e ai problemi dei popoli.

Portata nel settore militare, questa perdita di sovranità non sostituita da una sovranità politica europea (l’Europa non è nemmeno una federazione, è qualcosa di politicamente e giuridicamente indefinibile), porta ad esiti anche più devastanti. I burocrati possono decidere - ma non parleranno mai di decisione, mai se ne assumeranno la responsabilità - quanti uomini, elicotteri e cingolati l’Italia deve mandare in Afghanistan o, domani, in Georgia per difendere questa nuova «democrazia» dalla Russia [chiaramente, noi come Blondet, sappiamo benissimo che non è la democrazia il vero motivo del contendere fra il "l