venerdì, 18 luglio 2008




Leggi anche: Mafia e mafie: scoperti accordi tra camorra e criminalità cinese all'Esquilino (Roma)



da Rinascita:


Casalesi e mafia cinese: accordo perverso sui rifiuti

Venerdi 18 Luglio 2008 – 14:54 – Fernando Riccardi

Abbiamo parlato di recente (“Rinascita”, 11 luglio 2008) delle tante cosche malavitose che agiscono indisturbate o quasi nel territorio della regione laziale. Abbiamo trascurato, però, di analizzare ciò che di losco avviene nel processo dello smaltimento dei rifiuti che negli ultimi anni si è trasformato in un affare di proporzioni colossali. In questo particolare settore, stando alle indagini espletate dalla Dia, si sarebbe stretto una sorta di patto d’acciaio tra il clan dei Casalesi e la mafia cinese. Il perverso meccanismo andrebbe avanti più o meno così: tonnellate di rifiuti altamente tossici (scarti ospedalieri, solventi, composti chimici, vernici, materiali radioattivi) vengono stipati in capienti container i quali, grazie a documenti di trasporto abilmente contraffatti (l’immane carico di veleni viene fatto passare per ‘materie prime’), dal porto di Napoli salpano in direzione di Hong Kong e della Cina. Qui viene subito avviata una gigantesca operazione di smantellamento dei materiali tossici: centinaia di migliaia di lavoratori locali, in cambio di un risibile compenso (un dollaro e mezzo al giorno), si gettano a capofitto in quell’ammasso putrido di sostanze, incuranti dei rischi e delle contaminazioni, per recuperare pezzi ed elementi che poi saranno trasformati in giocattoli, occhiali da sole, capi di abbigliamento, cinte, scarpe, borse e quant’altro. Oggetti che verranno riversati nel nostro paese compiendo il percorso inverso da Hong Kong a Napoli. Il tutto sotto il controllo vigile dei Casalesi che, grazie alla collaborazione con gli uomini del dragone cinese, stanno facendo affari esorbitanti. Il crocevia di tali loschi traffici, a quanto pare, è il Lazio meridionale e, in particolar modo, la provincia di Frosinone. E la cosa non deve stupire più di tanto: da tempo, infatti, la camorra si è infiltrata profondamente nel cassinate e nella Ciociaria propriamente detta, mettendo in piedi una efficiente organizzazione che spazia dal mercato immobiliare alle attività commerciali, dall’usura allo sfruttamento della prostituzione, per finire, ovviamente, al traffico illecito dei rifiuti, l’affare del secolo. Senza dimenticare, poi, la favorevole posizione geografica di Frosinone e provincia, giusto al centro della Penisola, e la sua vicinanza con il porto di Napoli, punto focale dei traffici illeciti. Il giochetto, però, non avrebbe avuto così tanto successo se i clan nostrani non si fossero ‘gemellati’ con la malavita orientale. Non si può ignorare, infatti, che in Cina le norme in materia di rifiuti sono molto più elastiche delle nostre. In Italia, per smaltire legalmente 15 tonnellate di rifiuti pericolosi, si pagano all’incirca 60.000 euro. A Hong Kong, invece, per la stessa quantità, ne vengono chiesti soltanto 2.500. Ecco perché il ‘mercato dei rifiuti’ è così redditizio. Ecco perché quantità ingenti di scarti tossici, fatti passare per materie prime, da Napoli prendono la via dell’estremo Oriente. Un gigantesco business che è conveniente a 360 gradi. Alle aziende nostrane che per lo smaltimento pagano costi assolutamente irrisori e agli stessi clan malavitosi, italiani e cinesi che, controllando il traffico, introitano cifre colossali. E, sotto sotto, si fregano le mani anche politici e amministratori locali che non vedono l’ora di liberarsi delle ingombranti cataste di rifiuti che ammorbano il territorio. Tutti contenti, dunque. E pazienza, poi, se i nostri bimbi si troveranno a giocare con peluche al cadmio o con macchinine radioattive rigorosamente ‘made in China’. Questo, alla fin fine, è il prezzo che si dovrà pagare affinché ogni tassello vada ad incastrarsi nel suo giusto posto. Di fronte al ‘business’, del resto, non possono esistere scrupoli.


http://www.rinascita.info/cc/RQ_Politica/........shtml
venerdì, 18 luglio 2008



da Romauno News:


Esquilino: camorra e criminalità cinese. Sette arresti

15/07/2008 ore 16:05
CRONACA

La camorra controllava l’importazione di merce contraffatta dalla Cina e poi reinvestiva gli introiti milionari in immobili e attivita’ imprenditoriali. La Dia, la direzione investigativa antimafia della polizia, dopo una serie di intercettazioni telefoniche, ha scoperto il sistema di importazione della merce falsa dalla Cina al quartiere dell’Esquilino e poi in tutta Italia. La merce veniva praticamente imposta ai commercianti dell’Esquilino, sia cinesi che italiani. Alcuni di loro, stanchi delle minacce, sono stati costretti a chiudere. Dal paese asiatico la merce arrivava in primo luogo a Napoli, qui sui capi di abbigliamento venivano apposte le etichette contraffatte delle più importanti marche. La merce diventata “griffata" e veniva poi tenuta a Cassino nei magazzini di altri affiliati all'organizzazione criminale. Poi la merce arrivava all'Esquilino pronta ad essere immessa sul mercato romano. Al termine dell’operazione, denominata “Grande muraglia”, sono state eseguite 7 ordinanze di custodia cautelare tra Roma, Napoli e Cassino e sono stati sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro. A capo dell’organizzazione c’era Salvatore Giuliano, pentito, anche grazie alle sue testimonianze si e’ riusciti a ricostruire il modo in cui operava il gruppo che gestiva l’importazione di merce falsa. Giuliano era un capo camorrista del rione Forcella di Napoli, il clan aveva messo su una rete di rapporti tra Cina, Napoli, Cassino e Roma anche con lo scopo di controllare gli affari dell'Esquilino, i soldi del “mercato del falso” venivano reinvestiti in concessionari di automobili, bar e ristoranti. Le persone arrestate sono tutte italiane, due invece gli imprenditori cinesi indagati. Il gruppo camorristico, insieme agli intermediari cinesi, si riuniva in via Principe Amedeo, vicino Termini. Nella sede della Dafa consulenze, qui venivano presi accordi per affari commerciali e immobiliari.

(Redazione di Romauno)

http://www.romauno.tv/newstestuale.php?id=5164
mercoledì, 09 luglio 2008


Fra le molteplici minacce che flussi migratori consistenti (come quelli attuali) comportano per i paesi verso cui sono diretti, esiste anche la sovrappopolazione del territorio e le conseguenti ripercussioni negative inerenti all'impatto ambientale (sfruttamento eccessivo e scarsità delle risorse naturali ed energetiche, aumento dei rifiuti prodotti, del traffico e dell'inquinamento in generale, crescita incontrollata delle aree urbane, esigenza di costruire sempre più abitazioni, scuole, strade e altre infrastrutture,...). Il rapporto tra demografia e sostenibilità ambientale, in Europa e negli Stati Uniti reso progressivamente precario da un'immigrazione incalzante, è un argomento tabù, del quale molto difficilmente avrete sentito o sentirete parlare nei media "ufficiali".

Potete intanto iniziare a farvene un'idea leggendo i due articoli di seguito segnalati, tradotti in italiano dal sito Oilcrash.com. Entrambi riguardano la realtà statunitense e sono rispettivamente del 1992 e del 2003. Anche se i dati in essi contenuti sono da aggiornare rispetto alla situazione attuale, le loro argomentazioni generali restano valide (anzi, nel 2008 lo saranno a maggior ragione!) e non solo per gli USA. Considerate infatti alcuni primi dati di partenza: gli Stati Uniti attualmente hanno una densità media di popolazione che supera i 31
ab./km², contro i circa 198 dell'Italia e i 113 circa dell'Unione Europea. Naturalmente andrebbe affrontato un discorso separato e specifico per ciascun singolo Stato (d'America) o Nazione (d'Europa), ma, come si argomenta nel primo articolo, la disponibilità di ampi spazi (quando presenti) non risolve i problemi delle aree già sovraffollate.

I due articoli tradotti:
  1. Perché l'immigrazione eccessiva danneggia l'ambiente (n° 27a di Population-Environment Balance, giugno 1992)
  2. Una crisi irreversibile, di Barbara Vickroy e Frosty Wooldridge (16 settembre 2003)
Li trovate tutti e due al seguente indirizzo:

http://www.oilcrash.com/italia/immig_01.htm

Le versioni originali in inglese sono in:
  1. http://www.dieoff.org/page52.htm
  2. http://www.frostywooldridge.com/articles/.........html
In Oilcrash.com sono riportati altri articoli dedicati all'argomento e tradotti in italiano. Forse in futuro verranno segnalati in questa sede.
lunedì, 07 luglio 2008



da Effedieffe:


Rallentano i trasporti globali: male per la Cina

Maurizio Blondet    07 luglio 2008

«Vediamo navi in partenza dall’Asia non a pieno carico: è il segno che viviamo un vero rallentamento dell’economia reale»: l’ha detto Jacques Saadé (origine libanese), il capo supremo del colosso francese della navigazione CMA CMG.

Saadè ha ammesso che ha fatto abbassare la velocità di crociera dei suoi cargos da 22 a 19 nodi, per risparmiare sul carburante.  «Il costo del carburante costituisce il 60% dei costi di nolo», dice, e si lamenta dell’assurdo prezzo del greggio. «Questo rincaro è artificiale, solo la speculazione può spiegarlo. I governi devono fare qualcosa per mettere un freno». E il rincaro avviene «mentre l’America importa di meno, e così l’Europa» [sulle speculazioni si veda l'articolo del Manifesto segnalato dal blog Euro-Holocaust in data 29 giugno 2008, ndr].

Anche il Baltic Dry Index, che misura i prezzi per i trasporti navali di carichi secchi (dal carbone ai grani), è calato del 23% in un mese. Questo si ripercuoterà - anzi lo sta già facendo - sul celebrato boom economico cinese (1). Anzi per tutta l’Asia, dove prodotti e semilavorati passano vorticosamente per nave o treno da un paese all’altro alla caccia di «vantaggi competitivi» anche minimi (e con profitti all’osso), per poi arrivare o tornare di nuovo in Cina per l’assemblaggio finale e l’esportazione allo stupido Occidente.

Il grande gioco globale diventa difficile da sostenere con successo, da quando il costo di trasporto di un container da 40 piedi fra Shanghai e Rotterdam è triplicato. Si aggiunga che da pochi giorni anche i trasporti interni cinesi per ferrovia sono rincarati del 17%.

Peggio: la Cina consuma, per unità di prodotto lordo, cinque volte più energia del Giappone, e tre volte più che gli Stati Uniti. Ciò significa che le sue celebrate industrie esportatrici sono in generale inefficienti, e che la loro «competitività» è tutta basata sullo sfruttamento di manodopera a basso costo, su uno yuan artificialmente sottovalutato, e sul presupposto che i costi dell’energia siano trascurabili, e lo restino all’infinito.

In Cina, lo erano per un semplice motivo: il regime ha sempre «venduto» energia alle fabbriche a prezzi agevolati, con sussidi coperti dalla spesa pubblica. Ora i sussidi vengono tolti, e le imprese subiscono i veri costi energetici, proprio mentre questi aumentano astronomicamente sui mercati mondiali. Un altro modo di dire la stessa cosa è che la Cina ha investito in industrie inefficienti o marginali, sostenendole con sussidi pubblici. Tutte cose che si sapevano, ma oggi sono insostenibili.

Non è certo un caso se la borsa di Shanghai ha perso, da ottobre scorso, il 56%. E che 2.331 fabbriche di scarpe nello Guangdong hanno chiuso i battenti nell’ultimo anno. Anche i salari aumentano, non foss’altro perchè l’inflazione è (ufficialmente) vicina all’8%. Ed oggi, coprire le distanze dell’export globale diventa un costo rilevante per i carichi voluminosi a bassa tecnologia che sono tipici dell’industria cinese, mentre i mercati di sbocco (USA ed Europa) cadono in recessione (o depressione in USA) ed assorbono volumi minori. Lo stesso dicasi per le importazioni cinesi, che sono voluminose e pesanti, e per di più enormemente rincarate: materie prime, carbone, acciaio, minerali metallici e no.

La mostruosa festa olimpica di Pechino rischia di essere il canto del cigno del boom cinese. E del suo modello «capitalista», dove la nomenklatura comunista pretende di gestire dirigisticamente l’economia secondo il vangelo del capitalismo terminale, che è stata l’ultima ad apprendere e di cui è stata esaltata come prima della classe.

Poi, ci sarà stagnazione, sovrapproduzione, arretramento dell’occupazione; e non sono da escludere disordini  politico-sociali. Ma già, quelli il regime sa come trattarli. La repressione è il suo miglior asso nella manica.



1) Ambrose Evans Pritchard, «Oil price shock means China is at risk of blowing up», Telegraph, 7 luglio 2008.



http://www.effedieffe.com/content/view/3826/179/
sabato, 21 giugno 2008



da Rinascita:


La rinascita russa

Giovedì 12 Giugno 2008 – 16:57 – Alfredo Musto

La fine dell’Urss ha attraversato le sale delle cancellerie, delle diplomazie e degli ambienti intellettuali come un evento tra l’inevitabile ed il sorprendente, aprendo uno squarcio nello scenario geopolitico mondiale di enorme portata.
Tale fine si riteneva inevitabile nell’ottica di un giudizio fondato sull’analisi del comunismo sovietico come esperienza storica comunque votata al fallimento, oppure recante in sé degli elementi di subalternità al polo nemico statunitense, tali da non potersi più permettere la rincorsa verso la meta di un apparato atomico più elevato e una contesa territoriale e delle influenze ormai già compromessa, con la debacle afghana e la Prima Guerra del Golfo che segnava la partenza delle nuove prospettive egemoniche americane. La stessa perestroika di Gorbaciov nutriva al suo interno i germi della caduta, una caduta non solo di una Russia artefice della propria implosione ma anche nata dalla sapiente opera di mani esterne.
Per intendere, invece, quanto sia stata sorprendente la fine sovietica occorrerebbe tenere in conto che in molti immaginavano un processo riformatore che avanzasse verso un disegno politico più aperto, che altri la attendevano sì, ma non all’improvviso e nelle forme repentine in cui è avvenuta. Però, se per alcuni ha prevalso il fattore sorpresa, per altri si è trattato di aver azzeccato più o meno i calcoli, soprattutto per coloro che avevano predisposto nel tempo le mosse giuste, affinché l’esito fosse quello non solo sperato bensì designato.
Il punto nevralgico, lo snodo argomentativo si riflette, però, in una considerazione: la fine dell’Urss è la caduta della Russia, ma la caduta della Russia non è la sua fine.
Con un ribaltamento maturato negli ultimi anni non solo a livello istituzionale quanto soprattutto sul piano più strettamente geopolitico, l’Orso russo ha deciso di rialzarsi e di rimodellarsi, di spezzare catene che sentiva estranee e di tracciare una nuova via nella storia, innanzitutto nella propria, ma per di più in quella di un mondo che pare tendere verso un ordine multipolare.
Le svolte si rivelano nei fatti ma anche nei volti dei personaggi che li determinano o li guidano, e quello di Vladimir Putin è il volto simbolo del ritorno della Russia.
Dalle parti dell’Occidente filtra troppo spesso un’informazione settaria e fuorviante dei fenomeni che si sviluppano altrove, sia per una forma mentis autoreferenziale che non ammette la ricezione delle diversità ma mostra diffidenza o direttamente esclusione, sia per una certa strategia, per esempio mediatica, strumentale a determinati interessi e manovre.
Con troppa faciloneria si dipinge l’apparato di potere russo come una cricca di oligarchi che grava sulle sorti del suo popolo e l’uomo forte al comando come un autocrate affabulatore che non lesina metodi cinici e spietati. Verrebbe da evidenziare che un tale parametro di valutazione poco giudizioso e molto ideologico è ormai abusato e logoro, specie se i pulpiti cui fa capo non brillano sul terreno della virtù e dell’etica, ma casomai su quello della morale che in questo caso è doppia.
Putin e i suoi uomini non sono semplicemente un’emanazione dell’ex KGB atta alla prosecuzione di un potere autoreferenziale e autoritario tout court, ma incarnano delle linee politiche russe con riferimenti e radici molto datati ma che rappresentano una costante zarista-sovietica. Nella nuova Russia non ci sono uomini che vengono dal nulla o uomini solamente ansiosi di una nuova collocazione nella burocrazia o nel mondo degli affari dopo anni di squilibrio ed incertezza. La base su cui si poggia l’operato del Cremlino è molto più politica di quanto si possa credere. Sarebbe erroneo ritenere di avere a che fare semplicemente con un irrinunciabile partner strategico che vuole legare le nostre sorti alle sue fonti di approvvigionamento.
Una miriade di gruppi politico-culturali, che all’occidentale definiremmo lobbie, sta ridisegnando gli ambiti di gestione del potere e un nuova prospettiva geopolitica per una Russia che debba muoversi nello spazio come attore protagonista.
Affermano che il tempo delle comparse è finito, che quello dell’impero non è un fantasma ma un processo in itinere. L’edificazione di una nuova gestione del potere, il recente balzo economico, l’arma potenziata delle risorse energetiche, i rinnovati progetti militari, le nuove traiettorie di politica estera trovano le proprie ragioni non nell’estemporaneità di un’azione politica quanto piuttosto in un progetto geopolitico che, seppure fra intoppi e contraddizioni, viene eseguito.
E’ bene sottolinearlo: non sarà una terza via, ma è uno strappo considerevole nell’attuale dimensione globalista.
Uno degli aspetti da valutare relativamente al nuovo corso della Russia è quello di una visione imperiale che al proprio interno sviluppi un modello democratico.
Partendo da alcuni presupposti: che l’impero non implichi automaticamente una concezione di tipo autoritaria e negativa, distinguendosi quindi dalla definizione di imperialismo; che la democrazia da realizzare non abbia le peculiarità di tipo occidentale, ma percorra una via propria nel solco della tradizione identitaria di un Paese che si sente a cavallo tra Asia e Occidente e non vuole lasciarsi racchiudere in definizioni secondo parametri di rilevazione estranei alle vicende storiche e ai fattori culturali che lo caratterizzano.
La dimensione imperiale è una costante storica russa, è strettamente correlata alla consapevolezza di essere un’entità nello spazio geografico e di attribuire a tale spazio, nello stesso tempo, un valore non meramente geografico ma di identità e di volontà. Si potrebbe configurare la triade stato-volontà-impero come forza motrice della geopolitica russa. Alla base riscontriamo delle peculiarità quali la statalizzazione del territorio, il centralismo, la particolare valenza delle frontiere esterne ed interne, la composizione multietnica, multinazionale e multireligiosa, peculiarità che evidenziano la diversità e la specificità della Russia, senza le quali essa non avrebbe più da essere un impero. E senza essere impero smarrirebbe se stessa, il suo modo di stare al mondo, di immaginarsi al proprio interno e in relazioni con gli attori esterni. Inevitabilmente la vastità e la contiguità del suo territorio hanno imposto una gestione secondo delle linee guida che hanno varcato i secoli e che presentano la fondamentale esigenza di adattarsi ai tempi. Al variare del tempo non può non corrispondere una variazione di se stessi nel proprio spazio.
E le forme di questo necessario riadattamento, sostengono negli ambienti politico-culturali russi, devono essere frutto di un processo non forzato ma elaborato, non imposto ma condiviso nel solco del proprio cammino storico.
Da qui, dunque, il modo di rapportarsi alla democrazia. Non seguendo i criteri liberali e progressisti dell’Occidente che hanno determinato nel Paese una drammatica situazione di disgregazione e impoverimento nel periodo di Eltsin, ma portando alla luce una nuova gestione del potere che tenga conto della irrinunciabile commistione tra spazio e diversità come fattore di identità.
Non possono più accettarsi i parametri politologici e sociologici dettati da centri di pensiero e di pressione degli occidentali e in particolar modo degli americani. I russi pretendono che si riconosca una loro via alla rappresentanza democratica come una loro risposta alle istanze della modernizzazione.
Una tesi fondamentale è quella della “democrazia sovrana”, elaborata dalle elite del potere e che vede tra gli artefici uno ideologo di punta come Vladislav Surkov.
Una precisa volontà anima questa tesi: riconquistare e riorganizzare la propria sovranità. Dopo la democrazia di rapina, la Russia deve ritornare ad essere padrona del suo destino e dei suoi mezzi per attuarlo. Il periodo di gestione eterodiretta e americano-centrica l’aveva privata della facoltà di decidere e affermarsi, legandola allo strapotere degli oligarchi russi e non, soggiogandola alle direttive del FMI e della BM, portandola verso la dissoluzione delle strutture statali con le privatizzazioni. Il rublo era come polverizzato e il popolo in ristrettezza economica. Il risultato è stato una Russia depotenziata e prossima a divenire un vuoto geopolitico che nulla più potesse contare sullo scacchiere globale. Mentre, evidenzia lo studioso Eduard Batalov, “in Russia lo Stato viene considerato come spina dorsale della civiltà, come garante dell’integrità e dell’esistenza della società, come ordinatore della vita anche economica. Una tale considerazione è stata il riflesso, sebbene in forma un po’ ipertrofica, del ruolo reale dello stato in un paese dotato di specifici requisiti geopolitici e geografici e sprovvisto di una società civile” (Limes n.4/2007). Verticalità del potere e della rappresentanza.
La sovranità riconquistata mira a trarla fuori dal naufragio scaturito dall’ondata liberale, avvertita come tentativo di colonizzazione e sradicamento, causa di una lacerante scollatura tra le priorità del Paese e le istanze sociali del popolo.
Non più una guida esterna, quindi, ma una verticalità del potere che ripristini l’autorità necessaria affinché il Paese sia guidato senza condizionamenti di attori statali, internazionali e privati. In questo senso Surkov sottolinea l’obiettivo di una “forma di vita politica della società, nella quale le autorità, i loro organi e i loro atti sono eletti, sono formati e sono indirizzati esclusivamente dalla nazione russa in tutta la sua multiformità e integrità” (Limes n.4/2007). Sicché si può parlare di una Russia “definitivamente consapevole del suo posto nel mondo”. La sovranità non intesa come una sorta di retaggio passatista o revanscismo autoritario, bensì come il più legittimo e valido mezzo per ritornare padroni del proprio destino, nell’epoca della globalizzazione, sotto il profilo politico, economico, culturale e spirituale. E nella storia della Russia la proiezione nel destino costituisce un formidabile veicolo identitario.
Il senso dello Stato e della Nazione si legittima nell’esistenza di un’idea guida, di una missione che travalica il contingente e attrae il futuro.
Un’ideocrazia moderna anima oggi i gruppi e i movimenti politici e culturali che ruotano intorno al potere e che a vari livelli ed intensità lo influenzano o lo indirizzano.
L’ideocrazia della potenza russa cerca di coniugare tradizione e modernità come è nelle corde dei grandi popoli che si sono imposti nella storia. Rivendica una propria originalità sulla base della integrità territoriale, della centralizzazione e soprattutto statalizzazione del potere e del peso effettivo e simbolico di una forte personalità. Così, a partire da questi tre elementi di fondo (semplificando), si sviluppa un nuovo progetto di rinascita nazionale che si immagina rivolto a tutte le genti della sterminata esperienza imperiale e storica zarista-sovietica.
Non ci sono standard di civiltà cui omologarsi, ma un ideale metastorico da coltivare. Il politologo Maler lo precisa efficacemente: “La Russia si è sempre affermata come portatrice di qualche progetto metastorico che le ha permesso di mantenere il gigantesco territorio di tutta l’Eurasia settentrionale e con alterne fortune di realizzare un proprio controllo geopolitico per tutto il mondo.
Un paese confinante con la Norvegia e la Corea non può permettersi di trasformarsi in una riserva geografica” (Limes n.4/2007).
Il dibattito sulla proiezione della Russia e di un certo suo modello nella storia attraversa diverse correnti di pensiero e di rielaborazione politico-filosofica, con gli inevitabili riflessi geopolitici. A partire da un assunto: la Russia vive nella storia e la storia vive nella Russia.
La geopolitica russa si caratterizza per diverse tendenze, tuttavia riconducibili ai tre principali filoni degli occidentalisti, degli slavofili e degli eurasisti. Al variare delle vicende storiche esse hanno pesato alternativamente in vari gradi e forme. Oggi si dibatte, anche all’interno stesso della Russia, su quale corrente sia preponderante.
E qui, dunque, occorre ribadire come Putin, Medvedev e le nomenclature non siano da inquadrare sotto il profilo di una classe di potere votata al business energetico, con qualche venatura ortodossa, presa da fobie di accerchiamento, chiusa nella sua autoreferenzialità. Dietro c’è di più. Gli ambienti culturali, militari e diplomatici si caratterizzano per figure oscillanti tra le varie correnti, che a loro volta si connotano per varie sfumature.
Il rifiuto e la repulsione antiliberale ha messo alla porta buona parte della rappresentanza affaristico-politica dell’immediato dopo Urss. Gli oligarchi di stampo occidentale tramano solo da Londra e altrove ma non più a Mosca. I personaggi e i partiti neofiti del liberalismo politico-economico tout-court e riconducibili all’eredità esterofila del tipo Pietro il Grande oggi in stile fortemente global, molto foraggiati e preparati dai centri di destabilizzazione in stile Freedom House, hanno la strada sbarrata. Certo, una certa elite borghese, quella legata al mondo della finanza e del lusso, ha messo le radici soprattutto in taluni quartieri e circoli moscoviti e pietroburghesi. Tuttavia, seppure consideratone il peso e i mezzi relativi ad industrie e ong, ricondotta alla complessità del territorio e della popolazione della Federazione Russa, essa ne occupa una ridottissima fetta senza neanche molte simpatie. Ebbene, nelle gerarchie politico-intellettuali che contano, il peso degli anni “all’occidentale”, quelli dell’umiliazione, non può non essere ancora oggi rivissuto come un pericolo sempre in agguato che si incarna nelle diverse formazioni liberal-democratiche dove dall’estero (o da qualche residuo finanziatore interno) affluiscono i soldi delle varie lobbie. Si spiega in questo senso perché Putin abbia parlato di avvoltoi.
E allora, come aprirsi ad una più ampia e plurale rappresentanza partitica quando poi questa, retta in modo evidente secondo i criteri del “soft power”, porterebbe ad una nuova politica di rapina delle ricchezze della nazione, ne minerebbe l’apparato strategico-militare, ne svilirebbe il ruolo di potenza parallelamente all’azione disgregatrice delle frontiere (si pensi all’Ucraina, alla Georgia, al Caucaso e al terrorismo) e trasferirebbe un “american way of life” antitetico al tessuto culturale e sociale della Russia? Da qui la deduzione che se tutto ciò significa non fare gli interessi storici del Paese ma anzi quelli progettati dai nemici, per esempio da Brzezinski, il confronto e le soluzioni sul nuovo “che fare?” russo ammetteranno solo quanti hanno intenzione di operare nell’ottica della “democrazia sovrana”. Una percorso democratico proprio ed originale dove non sono ammessi soldi e strumenti per i referenti interni dell’atlantismo, perché la Russia non è Occidente.
Pur constatando, tuttavia, l’evidente assenza di un indirizzo occidentalista, parimenti non si escluda la presenza di elementi riconducibili ad una certa corrente liberale che permane in taluni settori e prova a pesare su determinate decisioni.
Nel tentativo di inquadrare a più ampio raggio la prospettiva di azione geopolitica russa alcuni riducono la valutazione alla prevalenza della componente slavofila che, ad esempio, si manifesterebbe nel caso del sostegno alla Serbia e ai ricostituiti rapporti preferenziali con la Chiesa ortodossa, nonché ad un certo razzismo verso componenti della Federazione ritenute “estranee”. Da qui, dunque, si starebbe portando avanti una fase di arretramento dall’impero allo Stato-nazione, trainato da un nazionalismo russo esclusivista, ma incline a simpatie panslaviste, che vorrebbe chiudere con l’esperienza della convivenza multietnica e multiconfessionale imperiale.
Il panslavismo non è un fattore inesistente oggi come ieri, anzi ha caratterizzato molto la politica estera della Russia.
Il binomio panslavismo-ortodossia aveva sorretto le ambizioni zariste nei Balcani e nel Mediterraneo, aveva delineato il profilo di un grande e naturale protettore dei popoli slavi, pronto a sostenere le rivendicazioni di quelli in rivolta conto l’impero ottomano. Fu anche, per certi aspetti, un residuo collante del post-Urss, come nei sogni dell’ “Unione slava” - Russia, Bielorussia, Ucraina - riferibili ad Aleksandr Solgenitsin, l’intellettuale che riconosce oggi un nuovo cammino della Santa Madre Russia.
Premesso ciò, ci sono alcuni elementi che avvicinano la condotta di questi anni, sviluppata nell’arcipelago dei gruppi neoconservatori, a quella eurasista, riconducibile al modello di “Rivoluzione conservatrice” che si elabora di continuo nel corso della storia russa. Tant’è, che tra i sostenitori dichiarati di Putin e della sua politica sono riscontrabili aspetti che riconducono al comune denominatore dell’eurasismo. Ciò, al di là del fatto (appunto) che Putin, il suo successore e gli “oligarchi” non siano prettamente degli ideologi, quanto piuttosto abbiano dietro un apparato politico-culturale che elabora i progetti del Paese.
Nell’approccio a tale ordine di cose è utile mettere completamente da parte le categorie abusatissime destra-sinistra, onde evitare il rischio di un panorama deformato.
A tal proposito si può avere in considerazione la visione neoimperiale del segretario del Partito Comunista Russo, Gennadij Zjuganov, racchiusa nel suo saggio “Stato e Potenza”, il quale richiama all’impegno di unire tutte le forze politiche che operino per il mantenimento ed il rilancio della piattaforma imperiale russa secondo una nuova logica di potenza.
L’eurasismo vanta un insieme di movimenti e personaggi che cercano di dare una maggiore organizzazione e struttura all’ideale di un unicum europeo fino a Vladivistock, come evidenzia un intellettuale di primo piano su questo fronte, Alexander Dugin. Il termine Eurasia riecheggia anche nei discorsi di ministri quali Lavrov e più argomentatamente in quelli di diplomatici e pensatori dalle parti del Cremlino.
L’Eurasia come entità naturale geografica e politica da edificare posta a cavallo tra Occidente e Oriente (se ricorriamo a categorie classiche non sempre pertinenti). Nella dimensione russa essa vuol dire il superamento del vecchio e di un certo nuovo nazionalismo russo nonché del panslavismo, nell’ottica di una sintesi delle genti slavo-germaniche su di un versante e di quelle turco-mongole sull’altro, ponendosi oltre i contrasti e le antitesi del passato.
I russi in questi anni hanno dibattuto molto circa progettualità e mezzi per un’alternativa storica che andasse nella direzione di una contrapposizione all’atlantismo e di creazione di un sistema multipolare.
Il multipolarismo come una delle chiavi di volta.
Putin ne conferma le intenzioni. A Monaco, il 10 febbraio 2007, nel suo discorso che non è un discorso qualunque, in occasione della 43esima “Conferenza sulla sicurezza” egli ribadiva l’attenzione della Russia al mondo e, reclamando per il suo Paese l’attenzione del mondo, precisava: “Io ritengo che il mondo unipolare non sia solo inaccettabile ma anche impossibile nel mondo attuale. E non solo perché se a guidare il mondo di oggi - e soprattutto di oggi - ci fosse un’unica potenza le risorse militari, politiche ed economiche non sarebbero sufficienti. Ancora più importante è il fatto che il modello stesso è difettoso, perché alla sua base non ci sono e non ci possono essere i principi morali della civiltà moderna. Inoltre, ciò che ora sta accadendo nel mondo è la conseguenza del tentativo di introdurre nelle relazioni internazionali proprio questo concetto di mondo unipolare. E qual è il risultato? Le azioni unilaterali e spesso illegittime non hanno risolto alcun problema. Inoltre, hanno generato nuove tragedie umanitarie e nuovi focolai di tensione”. E dopo aver denunciato “un uso quasi incontenibile e ipertrofico della forza negli affari internazionali”, osservava “un disprezzo sempre maggiore dei principi basilari del diritto internazionale. E le norme legali indipendenti si stanno di fatto sempre più avvicinando al sistema legale di un unico Stato, e precisamente gli Stati Uniti d’America, i quali hanno varcato i propri confini nazionali in tutte le sfere: economica, politica e umanitaria, e si sono imposti sugli altri Stati. A chi va bene questo? A chi va bene? “. E ancora l’indice puntato contro le manovre dell’atlantismo: “Penso che sia ovvio che l’espansione della Nato non ha niente a che fare con la modernizzazione dell’Alleanza stessa o con la necessità di rendere più sicura l’Europa. Al contrario, rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione?”
Negli ambienti russi, pur con una forte inclinazione al pragmatismo e con una spinta inversa a quella forzata dell’unipolarismo ma senza cercare lo scontro frontale, si immagina la combinazione dell’unificazione strategica delle grandi aree continentali con il sistema multidimensionale delle autonomie nazionali, culturali ed economiche. Nella consapevolezza che la vecchia forma dello Stato-Nazione non può essere strategicamente adeguata di fronte alle nuove complessità globali.
In gioco c’è anche il fondamentale aspetto identitario e culturale, che ad un livello unipolare è soffocato, sterilizzato.
Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, intervenendo all’assemblea del “Consiglio per la Politica Estera e la Difesa” il 17 marzo 2007, evidenziava la necessità di una diplomazia di rete, cioè un’orizzontalità delle relazioni internazionali che sopperisca alle insufficienze di una struttura gerarchica, anche sul piano di “civiltà”. “La Russia si oppone ai tentativi che mirano a dividere il mondo tra la cosiddetta “umanità civilizzata” e tutti gli altri. Questo condurrebbe ad una catastrofe globale che solo l’inerzia intellettuale e i pregiudizi da Guerra Fredda possono suggerire… Noi non ci lasceremo trascinare in uno scontro con il mondo islamico”. Ed ecco una differenziale di fondo nell’analisi e nella prospettiva: ”Ritengo che il paradigma delle relazioni internazionali contemporanee sia determinato proprio dalla competizione nel suo senso più ampio, soprattutto quando coinvolge la scelta di valori e i modelli di sviluppo. Tutto questo non implica affatto uno scontro. La novità della situazione consiste nel fatto che l’Occidente sta perdendo il suo monopolio sui processi di globalizzazione. Evidentemente da questo derivano i tentativi di presentare ciò che sta accadendo come una minaccia all’Occidente, ai suoi valori e al suo stile di vita… Nessun tipo di disciplina di blocco o ideologica funziona più automaticamente, anche se assistiamo a tentativi di rimpiazzarla con la solidarietà di un’unica civiltà contro tutte le altre”.
L’affermazione di un modello multipolare in quanto imperativo della politica estera russa passa per un sistema di alleanze strategiche.
Si possono individuare delle categorie di partner sulla base di tale assunto (riferendoci anche alle indicazioni di Dugin).
Una prima categoria è quella delle formazioni regionali, che siano Paesi o gruppi di Paesi, con cui sussiste una certa complementarietà simmetrica rispetto alla Russia: Ue, Giappone, Iran e India. Caduto il pericolo sovietico, questi attori non hanno più motivo di soggiacere alla logica di un pericolo incombente né a quella di un’inevitabile saldatura agli Stati Uniti (per quanto riguarda Ue e Giappone), per cui dovrebbero costituire gli attori principali del maturando ordine multipolare.
A loro la Russia offre risorse, potenziale strategico, armamenti e l’appoggio per un maggiore peso politico; di riflesso essa riceve l’indispensabile supporto economico e tecnologico dall’Europa e dal Giappone e una partnership politico-strategico al sud con Iran e India.
Una seconda categoria di attori, non automaticamente complementari ma validi intermediari, è quella della Cina, del Pakistan e dei Paesi arabi. Del resto, un rafforzarsi del legame con quelli della prima categoria determina un rafforzarsi dei rivali regionali di quelli della seconda.
Sul versante russo-cinese, ci sono molte questioni sul tavolo e i russi mostrano una pragmatica diffidenza, anche in considerazione del pericolo demografico giallo che preme sulle zone poco popolate della Siberia e della esigua offerta cinese sul piano tecnologico e finanziario. E’ ovvio che nei confronti di tali partner la Russia non può immaginare un’azione imperiale di inclusione, ma lo scopo è di non lasciare che cadano nella rete unipolare americanocentrica. E in effetti, Mosca teme “Chimerica”, vale a dire il delinearsi di una più stretta cooperazione tra Cina e Usa, specie col consolidarsi della “dottrina Zoellick”, in base alla quale il gigante cinese deve fungere da “stakeholder” [portatore di interesse, ndr] di supporto all’ordine mondiale della globalizzazione a guida americana.
Una terza categoria è quella dei Paesi classificabili come “minori”, dato che non hanno i mezzi per emergere in maniera rilevante sul piano delle decisioni internazionali. Sicché la Russia applica una politica differenziata in combinazione con le altre potenze del blocco eurasiatico, tentando di sostenere un rafforzamento del Giappone nell’area del Pacifico, auspicando un maggiore ruolo dell’Europa nel mondo arabo e in Africa.
Una quarta categoria, Usa e i Paesi del continente americano.
Premesso che con gli Usa la partita si gioca su più livelli, i russi lavorano ai fianchi nel tentativo di indurre al fallimento la tentazione unipolare. In questo senso operano per limitare gli interessi geopolitici americani nel “cortile di casa”, come dimostra l’asse realizzato col Venezuela bolivariano, che è frutto anche dell’interesse a sostenere le tendenze antiamericane che si rinfocolano nella regione centro-sud.
Un altro aspetto cruciale per Mosca è ovviamente quello della Csi (Comunità degli Stati indipendenti). Qui, del resto, si misura la cifra della propensione imperiale della Russia, del suo sapersi rapportare alla questione di frontiere che tali non sono considerate, poiché la Federazione russa necessita della fondamentale integrazione con le repubbliche ex-sovietiche, le quali non possono sfuggire alla sua influenza, tanto più che storicamente ne hanno costituito l’impero.
Tutt’oggi ne ereditano strutture vitali nonché un rapporto politico naturale, da considerarsi appunto come una naturale direttrice geopolitica. Ne sono la prova l’Uea (Unione eurasiatica), l’Otsc (Organizzazione del Trattato di Sicurezza collettiva) e la Ceea (Comunità economica euroasiatica). Occorre valutarne l’efficacia, come nel caso della Sco (Shangai Cooperation Organization), cui aderisce anche la Cina, e che risulta essere un nucleo strategico-militare ancora lontano dal poter effettivamente competere con la Nato, anche se è un indice della spinta multipolare in atto. Dunque, nonostante le pesanti influenze cinesi, il fattore geopolitico qui è fortemente eurasiatico. Teoricamente il processo dovrebbe condensarsi in una trasformazione dalla Csi all’Unione Eurasiatica su di un piano multidimensionale: politico, economico, strategico, culturale, informatico e linguistico. Questa implicherebbe un nuovo sistema amministrativo con un passaggio da vecchi a nuovi soggetti, nell’idea di andare oltre una semplice associazione di Stati o una versione allargata della Federazione Russa.
E allargando un attimo la visuale, è interessante notare come Dugin, nel suo “I principi fondamentali della politica eurasista”, elevando l’eurasismo, sulla base delle radici storiche, a “equilibrio ragionevole tra l’idea nazionale russa e i diritti di numerosi popoli che vivono in Russia e in Eurasia”, sottolinea che “alcuni aspetti precisi dell’eurasismo sono già utilizzati dalle nuove autorità russe, orientate verso una soluzione creativa dei complessi problemi storici che la Russia deve affrontare nel nuovo secolo… Il processo d’integrazione nella CSI… i passi della nuova politica estera della Federazione Russa verso l’Europa, il Giappone, l’Iran e i paesi del Vicino Oriente, la creazione di un sistema di distretti federali, il rinforzo della linea verticale del potere, l’indebolimento dei clan oligarchici, la politica del patriottismo e del senso dello Stato… sono tutti punti importanti, essenziali dell’eurasismo”.
Sempre Dugin, però, precisa come quella attuale sia ancora una fase di passaggio, giacché “questi elementi (dell’eurasismo) sono mescolati al permanere per inerzia di tendenze proprie di altri modelli (liberaldemocratico e sovietico)”. Ribadendo che si tratta di un processo evolutivo graduale, egli scrive che “appare perfettamente chiaro che l’eurasismo ascende con fermezza verso il suo zenit, mentre gli altri due modelli conducono unicamente una battaglia di retroguardia”.
L’impero russo ha un’arma strategica fondamentale attraverso cui sta rientrando nel novero degli attori primari sullo scacchiere globale: l’energia.
Il potere geoenergetico come efficace vettore di crescita delle risorse finanziarie, di modernizzazione e di influenza nelle varie aree internazionali. Esso permette di incidere sulle sorti delle Repubbliche centroasiatiche, di consolidare la Russia come indispensabile referente per i Paesi europei, di scongiurare nuove “rivoluzioni colorate” ai propri confini, di sottrarsi al necessario passaggio per Washington per quanto concerne le relazioni internazionali. E’ un punto di forza concorrenziale, anche contro i tentativi di respingere la Russia nel proprio “guscio” regionale.
L’energia per produrre diplomazia.
La Federazione russa è il principale esportatore mondiale di petrolio e di gas; il 63% delle sue esportazioni è dato proprio dalle commodities. Il 34% dal petrolio, il 13% dal gas naturale. Le riserve petrolifere dovrebbero aggirarsi intorno ai 60 miliardi di barili, premesso che il territorio siberiano è non ancora interamente sondato, mentre quelle di gas sono il 26% di quelle mondiali.
I parametri macroeconomici russi registrano un forte segnale positivo.
Al notevole volume delle esportazioni si affiancano i crescenti investimenti stranieri.
Il Pil è in aumento del 7.3%, la produzione industriale del 7.7% (si consideri anche il settore manifatturiero in crescita più di quello energetico), la bilancia commerciale è in saldo attivo di 61 miliardi di dollari, il flusso di capitali è di 67.1 ( tra entrate e uscite), le riserve valutarie oltre i 416.
La scelta strategica di Mosca è la nazionalizzazione del settore strategico, un atto rivoluzionario in tempi di globalizzazione, frutto dell’annunciato ritorno alla sovranità. Nel 2005, per esempio, l’azienda di Stato Rosneft ha acquisito gli asset della Yukos, la Gazprom ha assorbito la Sibneft.
La Gazprom è “un’istituzione” imperiale: detiene il monopolio delle risorse, della produzione e dei gasdotti; ha il primato mondiale nella produzione di gas ed è la terza società per capitalizzazione; ricopre il 25% del fabbisogno energetico di 15 membri dell’Ue e l’80% di quello delle Repubbliche ex-sovietiche baltiche e centroasiatiche. Gazprom, dunque la Russia.
Il suo peso è decisivo tanto più se si considera che oggi le compagnie petrolifere multinazionali gestiscono solo il 20% delle riserve mondiali di petrolio e gas a fronte dell’80% controllato dai Paesi produttori, il che lascia intendere quanto in futuro conterà più la politica del mercato e l’Opec stesso andrebbe superato.
Quindi, Mosca vuole impiantare una rete geoenergetica di interdipendenza relativamente alle varie aree geografiche. E relativamente ai propri interessi nazionali, nel senso di una maggiore stabilità politica e crescita economica, di un miglioramento degli standard quantitativi e qualitativi di vita del popolo, di una riduzione dell’indebitamento (ha già chiuso i conti con il Fmi), di un controllo dell’inflazione.
Come sottolineato dal ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, la Russia applica una politica di controllo statale delle risorse energetiche che controbilancia la concentrazione di alta tecnologia nelle mani delle grosse compagnie transazionali private. La politica di isolazionismo antirussa di matrice statunitense cosi come una nuova politica di potenza della Russia stessa passano per strumenti imprescindibili che simboleggiano il collegamento che intercorre tra i vari soggetti sulla scena: gli oleodotti e i gasdotti. Il loro percorso, di fatti, di quelli che ci sono e soprattutto di quelli che vedranno la luce, disegnano abbastanza chiaramente le direttrici di alleanze o comunque di convergenze che maturano tra i vari Paesi, e la stessa Europa ne è decisamente coinvolta. Vi è una continua oscillazione tra instabilità politica e costruzione di nuovi oleodotti.
La direzione occidentale a guida statunitense sin qui tenuta ha mirato ad evitare percorsi che toccassero i territori russi, con l’obiettivo palese di mettere fuori gioco la Russia mediante il controllo dei corridoi strategici tra Asia centrale ed Europa da parte delle multinazionali angloamericane e mediante un processo di rafforzamento e assoggettamento dei Paesi ex-sovietici, così da sottrarre questi al loro storico ruolo di interlocutori di Mosca.
Tra i vari progetti, possono individuarsene alcuni significativi a seconda delle aree geografiche, come nel caso dell’Europa, quali i gasdotti Blue Stream, North Stream e South Stream.
L’arma degli idrocarburi va comunque analizzata alla luce di tutta una serie di problematiche e dinamiche , quali la costruzione di numerose infrastrutture, la tenuta dei giacimenti già sfruttati e la ricerca di nuovi, l’incognita del peak-oil, il livello della domanda interna e quello della domanda mondiale (il fabbisogno è in drastica ascesa).
La questione energetica non si esaurisce tra gas e petrolio, anzi la Russia è impegnata nella riorganizzazione della produzione. Ad esempio, prevede sopperire al proprio fabbisogno di energia elettrica per il 50% mediante il ricorso all’idroelettrico (grandi investimenti in Siberia), al carbone pulito e al nucleare (anche per limitare l’uso del gas naturale, dovendo ottemperare agli accordi di fornitura stipulati all’estero). Il nucleare è un discorso complesso e di sicuro una prospettiva fondamentale. Basta accennare che la Russia è uno dei grandi esportatori di combustibile nucleare, con riserve di uranio pari al 5% di quelle mondiali, e rifornisce l’Europa per un terzo del suo fabbisogno ricevendo in cambio l’opera di “bonifica” della parte in dismissione dell’arsenale nucleare. E poi ha dato l’avvio alla costruzione di impianti di nucleare civile su vasta scala, per esempio in Cina, India, Iran, Sud Africa, Argentina, ma anche Lituania, Slovacchia, Bulgaria ecc.
Il rilancio come potenza nucleare civile (in questo caso) si esplicita nel programma di “Sviluppo del complesso energetico e industriale nucleare della Russia in 2007-2010 e in prospettiva fino al 2015”, il quale dovrebbe portare, oltre al rimodernamento delle centrali già esistenti, all’attivazione di 10 nuove unità ad alto potenziale e alla fabbricazione di nuovi reattori di terza generazione. Dei precisi provvedimenti, che hanno anche ridisegnato le funzioni dell’Agenzia federale nucleare Rosatom, consolidano (anche in questo caso) una forte presenza statale nell’intero settore nucleare, perché ovviamente ritenuto strategico.
La direzione politica sin qui tenuta da Vladimir Putin ha imposto un cambio di marcia ancora in fieri mediante un abile pragmatismo, provando a valorizzare le sue risorse nei vari ambiti, cioè non solo in quello delle commodities. Ciò vuol dire anche una fase di riassestamento interno a fronte di non pochi delicati fattori. Tra i quali si può evidenziare il ruolo della classe di oligarchi che aveva privatizzato risorse e imprese e volentieri fuggiva l’imposizione fiscale (simbolico, in questo senso, è stato l’affaire Yukos); il ruolo di un apparato pubblico elefantiaco eppure privatizzato da pochi nei profitti, sorretto da una corruzione capace di incidere sui flussi della spesa pubblica.
Da rilevare, poi, che il malcontento montante nel dopo guerra fredda in buona parte aveva la testa rivolta all’indietro, nutrendosi di rimpianto per il soviet, propedeutico ad un vicolo cieco senza futuro.
Sembrava che né la popolazione, né la burocrazia né gli oligarchi fossero disponibili a forme di compromesso. Le lentezze e le chiusure del sistema Paese risentono ancora oggi di storture che vengono da lontano. Tuttavia, l’azione-reazione del Cremlino ha una propria legittimazione a fronte dei tentativi di quanti pensavano di modellare il gigante russo nelle forme o di un emirato o della Nigeria.
Dunque, la politica ha ribadito il suo carattere gestionale anche nei confronti del mondo degli affari, in cui il privato è ammesso ma all’interno di una disciplina fiscale e a patto di non travalicare i propri confini. Questo segna una differenza strutturale: sono ammessi in un sistema di regole i privati, oligarchi compresi , che operino nella visione e sulla linea dello Stato, mentre quanti perseverano nella condotta di un business svincolato da responsabilità sono spinti fuori. Londoningrad è così l’anti-Mosca.
Il settore delle corporazioni russe viene consolidato soprattutto con un interventismo statale (è stato lanciato pure un vasto programma militare di ripotenziamento tecnologico e razionalizzazione dell’esercito). Tutti i campi legati alla sfera strategica, come il complesso militare e industriale, l’educazione, la sicurezza, la sanità… sono controllati dallo Stato. In parallelo, la piccola e media produzione, il settore dei servizi, l’industria del divertimento sono legati all’iniziativa privata (a meno di conflittualità con le linee guida).
La rilevanza geopolitica del nuovo corso della Russia si caratterizza anche per l’essere una precisa controtendenza rispetto a quella che è stata la graduale destrutturazione del Patto di Varsavia, all’interno del quale risiede lo spazio eurasiatico. Se, infatti, sotto il profilo ideologico esso aveva i connotati di un’economia socialista e una base filosofica marxista, sotto il profilo geopolitico costituiva un’aggregazione continentale che incarnava la medesima funzione strategica dell’impero zarista. Una dimensione, quindi, rossa all’esterno e bianca all’interno, nel suo nocciolo.
Per questo ritorno imperiale russo non può non valere tale funzione strategica. Ecco perché l’integrazione nell’ambito Csi, nei termini di una sintesi eurasiatica con i vari soggetti che sono sorti, propende verso una più profonda dimensione politica, almeno nelle intenzioni del Cremlino. Ecco perché non può sussistere una forma rozza di nazionalismo, liberale o conservatore che sia.
I grandi spazi formano gli imperi.
Bloccare la fase disgregatrice è automaticamente contrapporsi all’atlantismo, che Mosca avverte tanto dall’Est Europa all’Afghanistan. Vale a proposito la complessa questione dello scudo spaziale, rispetto alla quale ci limitiamo a riportare le parole del ministro Lavrov nel già citato discorso: “Ci opponiamo a giochi strategici in Europa che abbiano come obiettivo quello di creare, a partire dal nulla, uno scontro potenziale e di plasmare una politica europea basata sul principio nostro/loro. Il progetto degli Stati Uniti di dispiegare in Europa elementi del loro sistema di difesa antimissile può portare solo a questo. Possiamo solo considerarlo una provocazione sula scala della politica europea e globale. Tanto più che questo progetto unilaterale ha un’alternativa collettiva sotto forma di sistema di difesa antimissile di teatro in Europa, con la partecipazione della Nato e della Russia. L’approccio collettivo eliminerebbe il problema. Il dispiegamento del sistema antimissile americano in Europa è inaccettabile, questo è il problema. E inciderà sui nostri rapporti con la Nato. Se l’Alleanza è inadeguata come organizzazione di sicurezza collettiva e si trasforma in un paravento per delle misure unilaterali pregiudizievoli per la sicurezza della Russia, che senso possono avere le nostre relazioni con essa? Qual è il valore aggiunto del Consiglio Russia-Nato? I nuovi missili in Europa sono un dèjà vu con conseguenze piuttosto prevedibili del tipo dei primi anni Ottanta”.
Vale la massima di Halford Mackinder: "Chi domina l’Europa orientale domina l’Heart-land; chi domina l’Heart-land domina l’Eurasia; chi domina l’Eurasia domina il mondo".


http://www.rinascita.info/cc/RQ_Analisi/EkEFklkyFlvYpFPDrd.shtml
domenica, 15 giugno 2008


da Effedieffe:

Gli eurocrati ci impediscono di fare l’Europa

Maurizio Blondet   
15 giugno 2008

Gli oligarchi-burocrati s’erano fatti una legge. La legge diceva: il trattato di Lisbona  è privo di valore legale (null and void) se un solo Stato-membro non lo ratifica. Oggi che l’Irlanda ha rifiutato di ratificare, Napolitano sostiene che il Trattato di Lisbona resta in vigore, e la volontà di un solo Paese non conta nulla, perchè è piccolo.  Già dimentico che anche Francia ed Olanda, Paesi fondatori, hanno detto no nel 2005.

Questo è il modo con cui lorsignori intendono la «legalità»: si rimangiano le loro stesse «norme». Piuttosto che dichiarare nullo il loro trattato, distillato a porte chiuse, dichiarano nulli i popoli. Ed ora, si riuniscono in settimana allo scopo di distillare un nuovo inghippo «legale» per imporre la loro volontà burocratica. Questo è il problema europeo.

L’Europa, 490 milioni di abitanti, potenza economica primaria, è tragicamente indebolita. Resta un’unione monetaria senza Stato nè sovranità (1), dunque incapace di proiettare il suo potere politico sul mondo: e ciò nel momento di una crisi storica epocale, segnata dal declino degli Stati Uniti come potenza egemone globale e l’emergere di potenze extra-europee ed extra-occidentali (o anti-occidentali) come Cina, Russia e India. Nel momento del cambiamento epocale, non siamo presenti nè capaci di parlare con una voce, e sovrana.

Ma la colpa non è degli irlandesi, come amano ripetere i Napolitano e gli altri nipoti massonici di Jean Monnet (2). La colpa è loro: di come hanno voluto fare l’Europa. Di nascosto.

«Come sottoprodotto tacito e quasi occultato», come scrisse Padoa Schioppa, di direttive e regolamenti distillati in stanze chiuse da funzionari che nessuno ha eletto. Hanno tentato un esperimento inaudito, creare un’entità politica all’insaputa del popolo, una sovranità fatta di amministratori occulti, nella illibertà, come congiura e doppiezza. Non ci si riuscirà mai. Ma loro insistono. E insistendo, impediscono la nascita dell’Europa di cui abbiamo bisogno.

Perchè, come ha notato persino il Financial Times, nè i francesi nè gli olandesi nè gli irlandesi sono anti-europeisti. Se hanno detto «no», lo hanno detto ad una direzione e a un metodo che non va nella giusta strada, che non capiscono e non approvano. Non hanno detto no all’Europa, ma ai Napolitano e ai Padoa Schioppa. Governata da banchieri ed oligarchi irresponsabili, che recitano su un copione dettato  da altri poteri, extra-europei.

Per esempio: a che serve l’Unione Europea, se è aperta a tutti i venti della concorrenza globale, anzi se la Kommissione di Bruxelles ne ha fatto il cavallo di Troia della globalizzazione, che annulla il lavoro da noi per darlo ai cinesi?

De Gaulle evocò un’altra Europa: una «Europa delle patrie» libere e sovrane, e una «Fortezza europea» con alte mura contro l’invasione di merci straniere, dietro alle quali si salvassero posti di lavoro e competenze varie e preziose nella loro pluralità.

Questa idea di Europea non ha mai avuto la possibilità di esporsi, come alternativa, alla volontà popolare. Gli eurocrati per primi sanno che, per referendum, gli europei voterebbero eccome la «fortezza delle patrie» fraterne. Per questo hanno impedito che questa alternativa venisse anche solo a conoscenza della pubblica opinione; e si sono assicurati che nessun De Gaulle, ossia nessun grande statista con prestigio proprio e indipendenza di pensiero, emergesse al potere. Si sono allevati servi e maggiordomi, e ce li hanno dati da votare.

Un esempio di come lorsignori intendono il «governo» ci viene dal Telegraph che ricorda: dieci anni fa, quando l’Irlanda stava per entrare nell’euro, il capo della Bundesbank tedesca avvertì gli irlandesi di non aspettarsi pietà dalla Banca Centrale se fossero finiti nei guai. «La Banca Centrale Europea sarà cieca ai bisogni dell’Irlanda, e sorda alle grida di aiuto» (3).

Con questo programma da usurai - ciechi e sordi ai bisogni dei popoli - non si può creare una sovranità. La sovranità politica nasce nel modo esattamente contrario, come risposta ai bisogni. Altrimenti è dominio oligarchico: radicalmente illegittimo, e perciò con piedi d’argilla nelle crisi mondiali. Non si può chiedere ai popoli di combattere e sacrificarsi uniti per poteri ciechi e sordi. Persino gli oligarchi dovrebbero capire che c’è qui un errore ideologico, oltretutto sorpassato, inautentico.

Tale errore ideologico nacque nei circoli bancari americani - la Lazard di André Meyer, la Lehman Brothers di George Ball, la Commissione Trilaterale - che si appropriarono dei fondi (pagati dal contribuente USA) del Piano Marshall, ed affidarono ad uno di loro - Jean Monnet, il loro fiduciario bancario, mai presentatosi ad alcuna elezione - il compito di distribuire quei fondi. La loro idea da banchieri è che le guerre, in Europa, erano causate dalla esistenza di sovranità nazionali. E dunque, Monnet avrebbe offerto i soldi del piano Marshall in cambio di cessioni di sovranità da parte dei Paesi beneficiati.

La sua Comunità del Carbone e dall’Acciaio (CECA), il germe dell’eurocrazia oligarchica, nacque  appunto così: l’esproprio della Ruhr carbonifero-metallurgica (antica contesa fra Francia e Germania, supposta causa delle guerre franco-tedesche dal 1870) ai francesi e ai tedeschi, per metterla sotto un Kommissar sovrannazionale.

I tedeschi erano disfatti ed occupati, amministrati da un generale americano e all’est, dai sovietici, e non poterono opporsi; Parigi era governata dalla massoneria radicale, guadagnata al progetto oligarchico per principio; entrambi avevano bisogno disperato dei soldi del piano Marshal per la ricostruzione. Monnet ebbe il gioco facile. «Dietro le quinte», come ebbe a dire. Come sempre.

L’errore - errore volontario, ideologico - era evidente, perchè già la Seconda Guerra Mondiale non era scoppiata per la Ruhr; era scoppiata su due visioni del mondo, la social-nazionale, e la collettivista-comunista. E nel primo blocco, quello grosso modo fascista, già s’era visto il germe di un’Europa delle patrie, di regimi indipendenti ma fraterni - e su una scala così vasta, che tutta la propaganda dei vincitori ha dovuto nasconderla alle nuove generazioni con una durissima «damnatio memoriae» demonizzante (4).

Ma non solo Germania e Italia, ma un’Europa che si estendeva dalla penisola iberica all’Ucraina, con romeni ed ungheresi, belgi e francesi, si schierò in quella guerra; e nel sangue si videro spagnoli e valloni e fiamminghi, e russi bianchi e  svedesi, baltici e magiari combattere e sacrificarsi  per una unità nascente - tanto disposti a combattere, che l’alleanza anglo-americana e sovietica dovette stroncarli con mezzi enormi e crudeltà senza limiti, riempiendo i gulag e i campi di prigionia occidentali. Oggi, almeno, sarebbe bene ricordarlo.

I vincitori dunque vollero un’«Europa artificiale, emasculata, e soprattutto ‘mercato’ aperto per le multinazionali americane». Perciò, fin dall’inizio, vollero sventare che una nazione Europa si sostituisse ai nazionalismi sconfitti.

«Il pubblico della maggior parte dei Paesi continua a vivere in un universo mentale che non esiste più: un mondo di nazioni separate», come si legge nel rapporto della Commissione Trilaterale 1973. Quel mondo di nazioni non esiste più, beninteso, per le multinazionali: quelle che già allora progettavano di spostare i fattori della produzione dove il costo del lavoro era più economico, e venderlo dove le merci spuntavano i prezzi più alti.

Come decretò George Ball (direttore della Lehman, l’ex Kuhn & Loeb, che aveva finanziato l’ascesa di Lenin in Russia), nel mondo disfatto dall’America, «tutti i fattori della produzione - capitali, manodopera, materie prime, impianti e distribuzione - devono essere resi assolutamente mobili secondo il concetto della massima efficienza. E ciò può avvenire soltanto quando i confini nazionali non giocheranno più alcun ruolo nel definire gli orizzonti economici».

Questo è esattamente il progetto per cui ha lavorato tutta la sua vita Napolitano, il «comunista» con visto permanente per gli USA fin dagli anni ‘50, ed «europeisti» come Ciampi e Padoa Schioppa, La Malfa e Malagodi, Gaetano Martino e Altiero Spinelli.

Il deficit di democrazia della UE non è un incidente, è lo strumento necessario per attuare questo progetto.

Anche questo, anche il metodo di esproprio della democrazia, i nostri Napolitano e Padoa Schioppa  - che di pensare in proprio non hanno l’abitudine - l’hanno ricevuto dalla Trilateral e dal Council on Foreign Relations.

Samuel Huntington - lo stesso che più di recente ha lanciato la «guerra di civiltà», il nuovo credo  anglo-bancario - lo spiegò chiaramente nella riunione della Trilaterale di Tokio, tenutasi il 30-31 maggio 1975: «La democrazia durerà di più se limitata», sancì (5). Ricordò i bei tempi in cui «Truman riuscì a governare con la cooperazione di un gruppo relativamente piccolo di avvocati e banchieri di Wall Street», come esempio di «democrazia funzionante». «L’operatività efficace di un sistema democratico esige un certo grado di apatia e non-coinvolgimento di gruppi e individui».

Il guaio, aggiunse, è che i corpi elettorali di cittadini, quando sono attivi, mettono in discussione «la legittimità della gerarchia (dei banchieri), della coercizione, della disciplina, della segretezza e dell’inganno, inevitabili attributi del processo di governo».

La legittimità dell’inganno e della segretezza: è questa che proclamano i Napolitano e i Padoa Schioppa.

Huntington istruì su come «moderare la democrazia: attraverso il controllo della stampa, la cooptazione dei capi sindacali, la tacitazione degli ‘intellettuali orientati ai valori’» anzichè al business. Il progetto è riuscito.

Questo è lo stato in cui ci hanno ridotto: ci lasciamo tosare e derubare da conventicole segrete che ci ingannano, la bandiera nazionale la mettiamo al balcone per le partite di calcio ed è un sinonimo di tifoseria [l'hanno capito anche gli immigrati che sventolare una bandiera non è una manifestazione di attaccamento identitario, ma in certe occasioni potrebbe rivelarsi utile..., ndr], l’apatia e il non-coinvolgimento di massa - il nostro peggior nemico - è un dato di fatto, ottenuto a forza di pornografia e idiozia televisiva, consumismo dozzinale e i