domenica, 13 luglio 2008



da Agenzia Multimediale Italiana (11/07/2008):


Kosovo. L'Ue finanzia con 500 milioni di euro la ricostruzione

La Conferenza dei donatori per il Kosovo si è chiusa questo pomeriggio a Bruxelles raccogliendo più di quanto richiesto dal Paese per la ricostruzione: 1,2 miliardi di euro che saranno spesi in infrastrutture.

La Commissione europea è pronta a stanziare un aiuto finanziario pari a 500 milioni di euro per sostenere la ricostruzione economica in Kosovo entro il 2011: lo ha annunciato questa mattina il commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn, ad apertura della conferenza internazionale di donatori per il Kosovo in corso a Bruxelles. Questa somma comprende i circa 350 milioni di euro prelevati dal fondo Ue di pre-adesione e già programmati per il periodo 2008-2011, a cui va aggiunto un nuovo pacchetto di circa 150 milioni per l'assistenza macro-economica, ha precisato una fonte della Commissione. A Bruxelles, Rehn ha espresso la speranza di riuscire a raccogliere «un miliardo di euro» per finanziare in parte un programma di sviluppo socioeconomico di una durata di tre anni (2009-2011) che lui stesso ha elaborato. Questo programma sarà coperto in parte dal bilancio del Kosovo, ma un ulteriore aiuto di 1,4 miliardi di euro è necessario per la sua attuazione. Ieri, gli Usa hanno annunciato un pacchetto di circa 400 milioni di dollari (250 milioni di euro) per il periodo 2008-2011.

Gli Stati Uniti, che hanno supportato e spinto la dichiarazione unilaterale di indipendenza avvenuta nel febbraio scorso, hanno accordato un contributo di 255 milioni di euro, mentre con 100 milioni di euro, la Germania è il paese membro della Ue che ha fatto le promesse più consistenti. L'Italia - hanno riferito fonti europee - ha promesso contributi per 13 milioni di euro. Al momento sono 20 gli Stati membri della Ue che hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo: non tutti però - ha riferito Pierre Mirel, della Commissione europea - hanno dichiarato oggi i loro contributi. Tra gli Stati che lo hanno fatto, la Gran Bretagna ha dato disponibilità per 29 milioni di euro, il Lussemburgo per 26, Finlandia e Olanda per 16 milioni ciascuna, Austria e Danimarca per 13 ognuna. Molto più ridotto il contributo della Francia, che ha promesso appena 2,2 milioni di euro, quasi la metà dei 4 milioni di euro della Repubblica ceca e dei 5 dell'Irlanda.

Il Rappresentante speciale dell'Ue in Kosovo Peter Feith ha dichiarato:«La conferenza di oggi sottolinea che il nostro impegno per un futuro europeo del Kosovo coincide anche con un'assistenza finanziaria più consistente».
ll «successo straordinario» della conferenza dei donatori dimostra che «il mondo crede nel Kosovo». è invece la dichiarazione soddisfatta del premier kosovaro, Haschim Thaci, a conclusione della conferenza. Nel ringraziare tutti i donatori, Thaci ha promesso «una governance buona e responsabile».

(11/07/2008)


http://www.agenziami.it/articolo/1058/..........
giovedì, 10 luglio 2008



da ANSA.it:


Assolto ex comandante Srebrenica

Nasser Oric fu condannato in primo grado a due anni

(ANSA) - BRUXELLES, 3 LUG - Assolto in appello Naser Oric [foto sopra, ndr], ex comandante musulmano delle forze di Srebrenica in Bosnia. Il Tpi lo condanno' nel 2006 a 2 anni. Secondo la Camera d'appello non vi sono dubbi che crimini gravi sono stati commessi contro i serbi detenuti a Srebrenica, ma la prova di questi crimini non e' sufficiente per condannare una persona e non e' stato provato che Oric fosse al corrente dei crimini commessi. Oric, 41 anni, comando' le forze bosniache di Srebrenica dal maggio 1992 all'agosto 1995.



http://www.ansa.it/site/notizie/..........html



da Reuters Italia:


Russia: chiudere il tribunale dell'Aia per i crimini di guerra

giovedì 10 luglio 2008 09:53

MOSCA (Reuters) - La Russia ha detto oggi che il tribunale delle Nazioni Unite per i crimini di guerra dell'Aia è di parte e che le sue attività dovrebbero essere chiuse il prima possibile.
Il ministero degli Esteri russo ha detto che il caso dell'ex-comandante bosniaco musulmano Naser Oric, la cui condanna è stata rovesciata dalla corte, dimostra che il tribunale manca di imparzialità.
"La decisione del tribunale semplicemente conferma la necessità dell'immediata realizzazione di strategie già approvate per chiudere le sue attività", ha detto il ministero in una nota.



http://it.reuters.com/article/topNews/idITPOL02811520080710
mercoledì, 09 luglio 2008



da La Stampa:


9/7/2008 (9:43) - SCENARIO DI CRISI

Caucaso, Mosca accusa gli Usa: copre le "provocazioni" georgiane

Nel giorno della visita di Condoleeza Rice in Georgia il Cremlino accusa gli Usa di interferire nell'architettura di pace del Caucaso del sud

MOSCA
La Russia accusa gli Stati Uniti di «coprire le provocazioni» georgiane nelle regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud (Caucaso) dove nell’ultima settimana si è verificata un’escalation di episodi di violenza.

Una nota del ministero degli Esteri moscovita riferisce che «Coloro che, malgrado i fatti, tentano di non accorgersi del pericolo e si permettono di coprire i provocatori, accusando Mosca di tutto, rendono un cattivo servizio al governo georgiano», perchè lo convincono che «tutto sia permesso. Proprio in tal modo bisogna valutare le recenti dichiarazioni di rappresentanti della segreteria di Stato Usa». Il comunicato, riportato dall’agenzia Ria Novosti, è diffuso nel giorno in cui il segretario di Stato Condoleezza Rice arriva in Georgia, dove discuterà con le autorità di Tbilisi la crisi nelle due regioni separatiste. Anche il rappresentante Ue per la politica estera, Javier Solana, si era detto ieri «seriamente preoccupato» per le esplosioni e le sparatorie che negli ultimi giorni hanno «innalzato le tensioni nelle regioni di conflitto a un livello pericolosamente alto».

La diplomazia russa punta il dito contro gli Usa, accusati apertamente di non voler vedere «la reale minaccia alla pace e alla sicurezza nel Caucaso del Sud» costituita dalle «azioni di Tbilisi (Georgia), che possono portare la regione sull’orlo di un conflitto armato, con conseguenze imprevedibili.»

Secondo il ministero degli Esteri moscovita - che ha ribadito le accuse a Tbilisi di aver compiuto un «aperto atto di aggressione, pianificato per tempo» contro l’Ossezia del sud - il vero obiettivo del presidente Mikheil Saakashvili è «distruggere l’architettura di mantenimento della pace nella regione, che funziona da un quindicennio, con l’idea di sostituirla con nuove strutture di peacekeeping, di maggiore gradimento alla parte georgiana».

Il ministero degli esteri russo ha inoltre dichiarato che è evidente il riferimento alle richieste di Tbilisi di cambiare il formato delle forze di interposizione nelle regioni secessioniste, in particolare in Abkhazia, dove dagli anni novanta, con mandato della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), il controllo delle azioni di peacekeeping è "de facto" affidato al contingente russo. Ieri le autorità separatiste abkhaze hanno respinto la proposta americana per il dispiegamento di una forza internazionale, per ora di non meglio precisata composizione.



http://www.lastampa.it/redazione/..........asp
domenica, 29 giugno 2008


La maggioranza del parlamento olandese si oppone all'apertura delle frontiere nazionali per i lavoratori bulgari e romeni, i quali al momento necessitano di un permesso per lavorare nel paese. I politici di maggioranza ed opposizione dicono di voler prima risolvere i problemi (alloggi e speculazione negli affitti) riguardanti i numerosi immigrati polacchi, che sono circa 1.200.000. Il partito liberal-conservatore VVD è addirittura dell'idea che debbano passare almeno altri 3 anni prima che a Bulgari e Romeni sia concesso di venire a lavorare in Olanda senza restrizioni.

Lo sappiamo: un massiccio afflusso di manodopera straniera, indipendentemente dalla nazionalità, non può che destabilizzare vari settori della vita di un paese (mercato del lavoro, salari, sanità, scuola, ordine pubblico, sicurezza, case e affitti ecc...). Tuttavia ci chiediamo il perché di questa "diffidenza" verso gli slavi dopo che si è consentito ad altre etnie allogene, soprattutto arabo-musulmane, di "scorrazzare" liberamente nel paese, con grave impatto su popolazione e cultura locale. Ci chiediamo perché tale limite venga applicato proprio ai lavoratori provenienti da due paesi dell'Unione Europea (e, specularmente, che senso abbia questa Ue...), mentre non sentiamo mai parlare di restrizioni per gli immigrati extraeuropei, la qual cosa avrebbe molto più senso. Ci chiediamo perché il parlamento olandese non abbia pensato prima a disinnescare il pericolo di tumulti nelle periferie abitate dai magrebini o a come risolvere l'emergenza criminalità all'interno di due comunità immigrate storiche quali la marocchina e quella originaria delle Antille (giusto per fare qualche esempio).

Sulle restrizioni olandesi all'ingresso di immigrati romeni e bulgari si era già espresso il blog Euro-Holocaust in un intervento del 28 ottobre 2006.




da Expatica.com:


Dutch say no to Romania and Bulgaria workers

A majority in parliament wants current problems with Polish workers solved first before opening borders to Romanian and Bulgarian workers.

25 June 2008

THE NETHERLANDS - A majority in parliament is opposed to opening Dutch borders to workers from Romania and Bulgaria despite a serious labour shortage.
Social Affairs Minister Piet Hein Donner wants to admit Romanian and Bulgarian workers from 1 January 2009 but parliament, including the main coalition parties the Christian Democrats (CDA) and Labour (PvdA), believe the current problems with Polish workers should be solved first.
The conservative VVD says estimates of the number of Poles who would come to work in the Netherlands were way off the mark.
Instead of the expected 15,000, as many as 1,207,000 Polish workers migrated to the Netherlands, leading to serious problems. The VVD says it ought to be at least another three years before Romanians and Bulgarians are allowed to work in the country. Minster Donner's own party, the CDA, agrees that the minister is moving too fast, while Labour argues there is not enough housing and the issue of exploitation by slum landlords needs to be dealt with first.
The Socialist Party says the minister is not taking the issue seriously and appears to be living in a dream world.
Towns and cities facing problems providing housing for Polish workers say the government still underestimates the situation.
Some urban councils say the borders should remain closed for longer for new groups such as Bulgarians and Romanians. At present, these nationalities need a permit to work here, and the councils want this situation to remain unchanged.
In 2008, inspectors discovered 170 houses illegally occupied by East European workers.
On Thursday, the city councils will meet Minister Donner to discuss their problems. However, he argues that the government is increasingly successful in bringing the exploitation and illegal accommodation of East European workers under control.



http://www.expatica.com/nl/articles/news/............html
sabato, 21 giugno 2008



da Rinascita:


La rinascita russa

Giovedì 12 Giugno 2008 – 16:57 – Alfredo Musto

La fine dell’Urss ha attraversato le sale delle cancellerie, delle diplomazie e degli ambienti intellettuali come un evento tra l’inevitabile ed il sorprendente, aprendo uno squarcio nello scenario geopolitico mondiale di enorme portata.
Tale fine si riteneva inevitabile nell’ottica di un giudizio fondato sull’analisi del comunismo sovietico come esperienza storica comunque votata al fallimento, oppure recante in sé degli elementi di subalternità al polo nemico statunitense, tali da non potersi più permettere la rincorsa verso la meta di un apparato atomico più elevato e una contesa territoriale e delle influenze ormai già compromessa, con la debacle afghana e la Prima Guerra del Golfo che segnava la partenza delle nuove prospettive egemoniche americane. La stessa perestroika di Gorbaciov nutriva al suo interno i germi della caduta, una caduta non solo di una Russia artefice della propria implosione ma anche nata dalla sapiente opera di mani esterne.
Per intendere, invece, quanto sia stata sorprendente la fine sovietica occorrerebbe tenere in conto che in molti immaginavano un processo riformatore che avanzasse verso un disegno politico più aperto, che altri la attendevano sì, ma non all’improvviso e nelle forme repentine in cui è avvenuta. Però, se per alcuni ha prevalso il fattore sorpresa, per altri si è trattato di aver azzeccato più o meno i calcoli, soprattutto per coloro che avevano predisposto nel tempo le mosse giuste, affinché l’esito fosse quello non solo sperato bensì designato.
Il punto nevralgico, lo snodo argomentativo si riflette, però, in una considerazione: la fine dell’Urss è la caduta della Russia, ma la caduta della Russia non è la sua fine.
Con un ribaltamento maturato negli ultimi anni non solo a livello istituzionale quanto soprattutto sul piano più strettamente geopolitico, l’Orso russo ha deciso di rialzarsi e di rimodellarsi, di spezzare catene che sentiva estranee e di tracciare una nuova via nella storia, innanzitutto nella propria, ma per di più in quella di un mondo che pare tendere verso un ordine multipolare.
Le svolte si rivelano nei fatti ma anche nei volti dei personaggi che li determinano o li guidano, e quello di Vladimir Putin è il volto simbolo del ritorno della Russia.
Dalle parti dell’Occidente filtra troppo spesso un’informazione settaria e fuorviante dei fenomeni che si sviluppano altrove, sia per una forma mentis autoreferenziale che non ammette la ricezione delle diversità ma mostra diffidenza o direttamente esclusione, sia per una certa strategia, per esempio mediatica, strumentale a determinati interessi e manovre.
Con troppa faciloneria si dipinge l’apparato di potere russo come una cricca di oligarchi che grava sulle sorti del suo popolo e l’uomo forte al comando come un autocrate affabulatore che non lesina metodi cinici e spietati. Verrebbe da evidenziare che un tale parametro di valutazione poco giudizioso e molto ideologico è ormai abusato e logoro, specie se i pulpiti cui fa capo non brillano sul terreno della virtù e dell’etica, ma casomai su quello della morale che in questo caso è doppia.
Putin e i suoi uomini non sono semplicemente un’emanazione dell’ex KGB atta alla prosecuzione di un potere autoreferenziale e autoritario tout court, ma incarnano delle linee politiche russe con riferimenti e radici molto datati ma che rappresentano una costante zarista-sovietica. Nella nuova Russia non ci sono uomini che vengono dal nulla o uomini solamente ansiosi di una nuova collocazione nella burocrazia o nel mondo degli affari dopo anni di squilibrio ed incertezza. La base su cui si poggia l’operato del Cremlino è molto più politica di quanto si possa credere. Sarebbe erroneo ritenere di avere a che fare semplicemente con un irrinunciabile partner strategico che vuole legare le nostre sorti alle sue fonti di approvvigionamento.
Una miriade di gruppi politico-culturali, che all’occidentale definiremmo lobbie, sta ridisegnando gli ambiti di gestione del potere e un nuova prospettiva geopolitica per una Russia che debba muoversi nello spazio come attore protagonista.
Affermano che il tempo delle comparse è finito, che quello dell’impero non è un fantasma ma un processo in itinere. L’edificazione di una nuova gestione del potere, il recente balzo economico, l’arma potenziata delle risorse energetiche, i rinnovati progetti militari, le nuove traiettorie di politica estera trovano le proprie ragioni non nell’estemporaneità di un’azione politica quanto piuttosto in un progetto geopolitico che, seppure fra intoppi e contraddizioni, viene eseguito.
E’ bene sottolinearlo: non sarà una terza via, ma è uno strappo considerevole nell’attuale dimensione globalista.
Uno degli aspetti da valutare relativamente al nuovo corso della Russia è quello di una visione imperiale che al proprio interno sviluppi un modello democratico.
Partendo da alcuni presupposti: che l’impero non implichi automaticamente una concezione di tipo autoritaria e negativa, distinguendosi quindi dalla definizione di imperialismo; che la democrazia da realizzare non abbia le peculiarità di tipo occidentale, ma percorra una via propria nel solco della tradizione identitaria di un Paese che si sente a cavallo tra Asia e Occidente e non vuole lasciarsi racchiudere in definizioni secondo parametri di rilevazione estranei alle vicende storiche e ai fattori culturali che lo caratterizzano.
La dimensione imperiale è una costante storica russa, è strettamente correlata alla consapevolezza di essere un’entità nello spazio geografico e di attribuire a tale spazio, nello stesso tempo, un valore non meramente geografico ma di identità e di volontà. Si potrebbe configurare la triade stato-volontà-impero come forza motrice della geopolitica russa. Alla base riscontriamo delle peculiarità quali la statalizzazione del territorio, il centralismo, la particolare valenza delle frontiere esterne ed interne, la composizione multietnica, multinazionale e multireligiosa, peculiarità che evidenziano la diversità e la specificità della Russia, senza le quali essa non avrebbe più da essere un impero. E senza essere impero smarrirebbe se stessa, il suo modo di stare al mondo, di immaginarsi al proprio interno e in relazioni con gli attori esterni. Inevitabilmente la vastità e la contiguità del suo territorio hanno imposto una gestione secondo delle linee guida che hanno varcato i secoli e che presentano la fondamentale esigenza di adattarsi ai tempi. Al variare del tempo non può non corrispondere una variazione di se stessi nel proprio spazio.
E le forme di questo necessario riadattamento, sostengono negli ambienti politico-culturali russi, devono essere frutto di un processo non forzato ma elaborato, non imposto ma condiviso nel solco del proprio cammino storico.
Da qui, dunque, il modo di rapportarsi alla democrazia. Non seguendo i criteri liberali e progressisti dell’Occidente che hanno determinato nel Paese una drammatica situazione di disgregazione e impoverimento nel periodo di Eltsin, ma portando alla luce una nuova gestione del potere che tenga conto della irrinunciabile commistione tra spazio e diversità come fattore di identità.
Non possono più accettarsi i parametri politologici e sociologici dettati da centri di pensiero e di pressione degli occidentali e in particolar modo degli americani. I russi pretendono che si riconosca una loro via alla rappresentanza democratica come una loro risposta alle istanze della modernizzazione.
Una tesi fondamentale è quella della “democrazia sovrana”, elaborata dalle elite del potere e che vede tra gli artefici uno ideologo di punta come Vladislav Surkov.
Una precisa volontà anima questa tesi: riconquistare e riorganizzare la propria sovranità. Dopo la democrazia di rapina, la Russia deve ritornare ad essere padrona del suo destino e dei suoi mezzi per attuarlo. Il periodo di gestione eterodiretta e americano-centrica l’aveva privata della facoltà di decidere e affermarsi, legandola allo strapotere degli oligarchi russi e non, soggiogandola alle direttive del FMI e della BM, portandola verso la dissoluzione delle strutture statali con le privatizzazioni. Il rublo era come polverizzato e il popolo in ristrettezza economica. Il risultato è stato una Russia depotenziata e prossima a divenire un vuoto geopolitico che nulla più potesse contare sullo scacchiere globale. Mentre, evidenzia lo studioso Eduard Batalov, “in Russia lo Stato viene considerato come spina dorsale della civiltà, come garante dell’integrità e dell’esistenza della società, come ordinatore della vita anche economica. Una tale considerazione è stata il riflesso, sebbene in forma un po’ ipertrofica, del ruolo reale dello stato in un paese dotato di specifici requisiti geopolitici e geografici e sprovvisto di una società civile” (Limes n.4/2007). Verticalità del potere e della rappresentanza.
La sovranità riconquistata mira a trarla fuori dal naufragio scaturito dall’ondata liberale, avvertita come tentativo di colonizzazione e sradicamento, causa di una lacerante scollatura tra le priorità del Paese e le istanze sociali del popolo.
Non più una guida esterna, quindi, ma una verticalità del potere che ripristini l’autorità necessaria affinché il Paese sia guidato senza condizionamenti di attori statali, internazionali e privati. In questo senso Surkov sottolinea l’obiettivo di una “forma di vita politica della società, nella quale le autorità, i loro organi e i loro atti sono eletti, sono formati e sono indirizzati esclusivamente dalla nazione russa in tutta la sua multiformità e integrità” (Limes n.4/2007). Sicché si può parlare di una Russia “definitivamente consapevole del suo posto nel mondo”. La sovranità non intesa come una sorta di retaggio passatista o revanscismo autoritario, bensì come il più legittimo e valido mezzo per ritornare padroni del proprio destino, nell’epoca della globalizzazione, sotto il profilo politico, economico, culturale e spirituale. E nella storia della Russia la proiezione nel destino costituisce un formidabile veicolo identitario.
Il senso dello Stato e della Nazione si legittima nell’esistenza di un’idea guida, di una missione che travalica il contingente e attrae il futuro.
Un’ideocrazia moderna anima oggi i gruppi e i movimenti politici e culturali che ruotano intorno al potere e che a vari livelli ed intensità lo influenzano o lo indirizzano.
L’ideocrazia della potenza russa cerca di coniugare tradizione e modernità come è nelle corde dei grandi popoli che si sono imposti nella storia. Rivendica una propria originalità sulla base della integrità territoriale, della centralizzazione e soprattutto statalizzazione del potere e del peso effettivo e simbolico di una forte personalità. Così, a partire da questi tre elementi di fondo (semplificando), si sviluppa un nuovo progetto di rinascita nazionale che si immagina rivolto a tutte le genti della sterminata esperienza imperiale e storica zarista-sovietica.
Non ci sono standard di civiltà cui omologarsi, ma un ideale metastorico da coltivare. Il politologo Maler lo precisa efficacemente: “La Russia si è sempre affermata come portatrice di qualche progetto metastorico che le ha permesso di mantenere il gigantesco territorio di tutta l’Eurasia settentrionale e con alterne fortune di realizzare un proprio controllo geopolitico per tutto il mondo.
Un paese confinante con la Norvegia e la Corea non può permettersi di trasformarsi in una riserva geografica” (Limes n.4/2007).
Il dibattito sulla proiezione della Russia e di un certo suo modello nella storia attraversa diverse correnti di pensiero e di rielaborazione politico-filosofica, con gli inevitabili riflessi geopolitici. A partire da un assunto: la Russia vive nella storia e la storia vive nella Russia.
La geopolitica russa si caratterizza per diverse tendenze, tuttavia riconducibili ai tre principali filoni degli occidentalisti, degli slavofili e degli eurasisti. Al variare delle vicende storiche esse hanno pesato alternativamente in vari gradi e forme. Oggi si dibatte, anche all’interno stesso della Russia, su quale corrente sia preponderante.
E qui, dunque, occorre ribadire come Putin, Medvedev e le nomenclature non siano da inquadrare sotto il profilo di una classe di potere votata al business energetico, con qualche venatura ortodossa, presa da fobie di accerchiamento, chiusa nella sua autoreferenzialità. Dietro c’è di più. Gli ambienti culturali, militari e diplomatici si caratterizzano per figure oscillanti tra le varie correnti, che a loro volta si connotano per varie sfumature.
Il rifiuto e la repulsione antiliberale ha messo alla porta buona parte della rappresentanza affaristico-politica dell’immediato dopo Urss. Gli oligarchi di stampo occidentale tramano solo da Londra e altrove ma non più a Mosca. I personaggi e i partiti neofiti del liberalismo politico-economico tout-court e riconducibili all’eredità esterofila del tipo Pietro il Grande oggi in stile fortemente global, molto foraggiati e preparati dai centri di destabilizzazione in stile Freedom House, hanno la strada sbarrata. Certo, una certa elite borghese, quella legata al mondo della finanza e del lusso, ha messo le radici soprattutto in taluni quartieri e circoli moscoviti e pietroburghesi. Tuttavia, seppure consideratone il peso e i mezzi relativi ad industrie e ong, ricondotta alla complessità del territorio e della popolazione della Federazione Russa, essa ne occupa una ridottissima fetta senza neanche molte simpatie. Ebbene, nelle gerarchie politico-intellettuali che contano, il peso degli anni “all’occidentale”, quelli dell’umiliazione, non può non essere ancora oggi rivissuto come un pericolo sempre in agguato che si incarna nelle diverse formazioni liberal-democratiche dove dall’estero (o da qualche residuo finanziatore interno) affluiscono i soldi delle varie lobbie. Si spiega in questo senso perché Putin abbia parlato di avvoltoi.
E allora, come aprirsi ad una più ampia e plurale rappresentanza partitica quando poi questa, retta in modo evidente secondo i criteri del “soft power”, porterebbe ad una nuova politica di rapina delle ricchezze della nazione, ne minerebbe l’apparato strategico-militare, ne svilirebbe il ruolo di potenza parallelamente all’azione disgregatrice delle frontiere (si pensi all’Ucraina, alla Georgia, al Caucaso e al terrorismo) e trasferirebbe un “american way of life” antitetico al tessuto culturale e sociale della Russia? Da qui la deduzione che se tutto ciò significa non fare gli interessi storici del Paese ma anzi quelli progettati dai nemici, per esempio da Brzezinski, il confronto e le soluzioni sul nuovo “che fare?” russo ammetteranno solo quanti hanno intenzione di operare nell’ottica della “democrazia sovrana”. Una percorso democratico proprio ed originale dove non sono ammessi soldi e strumenti per i referenti interni dell’atlantismo, perché la Russia non è Occidente.
Pur constatando, tuttavia, l’evidente assenza di un indirizzo occidentalista, parimenti non si escluda la presenza di elementi riconducibili ad una certa corrente liberale che permane in taluni settori e prova a pesare su determinate decisioni.
Nel tentativo di inquadrare a più ampio raggio la prospettiva di azione geopolitica russa alcuni riducono la valutazione alla prevalenza della componente slavofila che, ad esempio, si manifesterebbe nel caso del sostegno alla Serbia e ai ricostituiti rapporti preferenziali con la Chiesa ortodossa, nonché ad un certo razzismo verso componenti della Federazione ritenute “estranee”. Da qui, dunque, si starebbe portando avanti una fase di arretramento dall’impero allo Stato-nazione, trainato da un nazionalismo russo esclusivista, ma incline a simpatie panslaviste, che vorrebbe chiudere con l’esperienza della convivenza multietnica e multiconfessionale imperiale.
Il panslavismo non è un fattore inesistente oggi come ieri, anzi ha caratterizzato molto la politica estera della Russia.
Il binomio panslavismo-ortodossia aveva sorretto le ambizioni zariste nei Balcani e nel Mediterraneo, aveva delineato il profilo di un grande e naturale protettore dei popoli slavi, pronto a sostenere le rivendicazioni di quelli in rivolta conto l’impero ottomano. Fu anche, per certi aspetti, un residuo collante del post-Urss, come nei sogni dell’ “Unione slava” - Russia, Bielorussia, Ucraina - riferibili ad Aleksandr Solgenitsin, l’intellettuale che riconosce oggi un nuovo cammino della Santa Madre Russia.
Premesso ciò, ci sono alcuni elementi che avvicinano la condotta di questi anni, sviluppata nell’arcipelago dei gruppi neoconservatori, a quella eurasista, riconducibile al modello di “Rivoluzione conservatrice” che si elabora di continuo nel corso della storia russa. Tant’è, che tra i sostenitori dichiarati di Putin e della sua politica sono riscontrabili aspetti che riconducono al comune denominatore dell’eurasismo. Ciò, al di là del fatto (appunto) che Putin, il suo successore e gli “oligarchi” non siano prettamente degli ideologi, quanto piuttosto abbiano dietro un apparato politico-culturale che elabora i progetti del Paese.
Nell’approccio a tale ordine di cose è utile mettere completamente da parte le categorie abusatissime destra-sinistra, onde evitare il rischio di un panorama deformato.
A tal proposito si può avere in considerazione la visione neoimperiale del segretario del Partito Comunista Russo, Gennadij Zjuganov, racchiusa nel suo saggio “Stato e Potenza”, il quale richiama all’impegno di unire tutte le forze politiche che operino per il mantenimento ed il rilancio della piattaforma imperiale russa secondo una nuova logica di potenza.
L’eurasismo vanta un insieme di movimenti e personaggi che cercano di dare una maggiore organizzazione e struttura all’ideale di un unicum europeo fino a Vladivistock, come evidenzia un intellettuale di primo piano su questo fronte, Alexander Dugin. Il termine Eurasia riecheggia anche nei discorsi di ministri quali Lavrov e più argomentatamente in quelli di diplomatici e pensatori dalle parti del Cremlino.
L’Eurasia come entità naturale geografica e politica da edificare posta a cavallo tra Occidente e Oriente (se ricorriamo a categorie classiche non sempre pertinenti). Nella dimensione russa essa vuol dire il superamento del vecchio e di un certo nuovo nazionalismo russo nonché del panslavismo, nell’ottica di una sintesi delle genti slavo-germaniche su di un versante e di quelle turco-mongole sull’altro, ponendosi oltre i contrasti e le antitesi del passato.
I russi in questi anni hanno dibattuto molto circa progettualità e mezzi per un’alternativa storica che andasse nella direzione di una contrapposizione all’atlantismo e di creazione di un sistema multipolare.
Il multipolarismo come una delle chiavi di volta.
Putin ne conferma le intenzioni. A Monaco, il 10 febbraio 2007, nel suo discorso che non è un discorso qualunque, in occasione della 43esima “Conferenza sulla sicurezza” egli ribadiva l’attenzione della Russia al mondo e, reclamando per il suo Paese l’attenzione del mondo, precisava: “Io ritengo che il mondo unipolare non sia solo inaccettabile ma anche impossibile nel mondo attuale. E non solo perché se a guidare il mondo di oggi - e soprattutto di oggi - ci fosse un’unica potenza le risorse militari, politiche ed economiche non sarebbero sufficienti. Ancora più importante è il fatto che il modello stesso è difettoso, perché alla sua base non ci sono e non ci possono essere i principi morali della civiltà moderna. Inoltre, ciò che ora sta accadendo nel mondo è la conseguenza del tentativo di introdurre nelle relazioni internazionali proprio questo concetto di mondo unipolare. E qual è il risultato? Le azioni unilaterali e spesso illegittime non hanno risolto alcun problema. Inoltre, hanno generato nuove tragedie umanitarie e nuovi focolai di tensione”. E dopo aver denunciato “un uso quasi incontenibile e ipertrofico della forza negli affari internazionali”, osservava “un disprezzo sempre maggiore dei principi basilari del diritto internazionale. E le norme legali indipendenti si stanno di fatto sempre più avvicinando al sistema legale di un unico Stato, e precisamente gli Stati Uniti d’America, i quali hanno varcato i propri confini nazionali in tutte le sfere: economica, politica e umanitaria, e si sono imposti sugli altri Stati. A chi va bene questo? A chi va bene? “. E ancora l’indice puntato contro le manovre dell’atlantismo: “Penso che sia ovvio che l’espansione della Nato non ha niente a che fare con la modernizzazione dell’Alleanza stessa o con la necessità di rendere più sicura l’Europa. Al contrario, rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione?”
Negli ambienti russi, pur con una forte inclinazione al pragmatismo e con una spinta inversa a quella forzata dell’unipolarismo ma senza cercare lo scontro frontale, si immagina la combinazione dell’unificazione strategica delle grandi aree continentali con il sistema multidimensionale delle autonomie nazionali, culturali ed economiche. Nella consapevolezza che la vecchia forma dello Stato-Nazione non può essere strategicamente adeguata di fronte alle nuove complessità globali.
In gioco c’è anche il fondamentale aspetto identitario e culturale, che ad un livello unipolare è soffocato, sterilizzato.
Il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, intervenendo all’assemblea del “Consiglio per la Politica Estera e la Difesa” il 17 marzo 2007, evidenziava la necessità di una diplomazia di rete, cioè un’orizzontalità delle relazioni internazionali che sopperisca alle insufficienze di una struttura gerarchica, anche sul piano di “civiltà”. “La Russia si oppone ai tentativi che mirano a dividere il mondo tra la cosiddetta “umanità civilizzata” e tutti gli altri. Questo condurrebbe ad una catastrofe globale che solo l’inerzia intellettuale e i pregiudizi da Guerra Fredda possono suggerire… Noi non ci lasceremo trascinare in uno scontro con il mondo islamico”. Ed ecco una differenziale di fondo nell’analisi e nella prospettiva: ”Ritengo che il paradigma delle relazioni internazionali contemporanee sia determinato proprio dalla competizione nel suo senso più ampio, soprattutto quando coinvolge la scelta di valori e i modelli di sviluppo. Tutto questo non implica affatto uno scontro. La novità della situazione consiste nel fatto che l’Occidente sta perdendo il suo monopolio sui processi di globalizzazione. Evidentemente da questo derivano i tentativi di presentare ciò che sta accadendo come una minaccia all’Occidente, ai suoi valori e al suo stile di vita… Nessun tipo di disciplina di blocco o ideologica funziona più automaticamente, anche se assistiamo a tentativi di rimpiazzarla con la solidarietà di un’unica civiltà contro tutte le altre”.
L’affermazione di un modello multipolare in quanto imperativo della politica estera russa passa per un sistema di alleanze strategiche.
Si possono individuare delle categorie di partner sulla base di tale assunto (riferendoci anche alle indicazioni di Dugin).
Una prima categoria è quella delle formazioni regionali, che siano Paesi o gruppi di Paesi, con cui sussiste una certa complementarietà simmetrica rispetto alla Russia: Ue, Giappone, Iran e India. Caduto il pericolo sovietico, questi attori non hanno più motivo di soggiacere alla logica di un pericolo incombente né a quella di un’inevitabile saldatura agli Stati Uniti (per quanto riguarda Ue e Giappone), per cui dovrebbero costituire gli attori principali del maturando ordine multipolare.
A loro la Russia offre risorse, potenziale strategico, armamenti e l’appoggio per un maggiore peso politico; di riflesso essa riceve l’indispensabile supporto economico e tecnologico dall’Europa e dal Giappone e una partnership politico-strategico al sud con Iran e India.
Una seconda categoria di attori, non automaticamente complementari ma validi intermediari, è quella della Cina, del Pakistan e dei Paesi arabi. Del resto, un rafforzarsi del legame con quelli della prima categoria determina un rafforzarsi dei rivali regionali di quelli della seconda.
Sul versante russo-cinese, ci sono molte questioni sul tavolo e i russi mostrano una pragmatica diffidenza, anche in considerazione del pericolo demografico giallo che preme sulle zone poco popolate della Siberia e della esigua offerta cinese sul piano tecnologico e finanziario. E’ ovvio che nei confronti di tali partner la Russia non può immaginare un’azione imperiale di inclusione, ma lo scopo è di non lasciare che cadano nella rete unipolare americanocentrica. E in effetti, Mosca teme “Chimerica”, vale a dire il delinearsi di una più stretta cooperazione tra Cina e Usa, specie col consolidarsi della “dottrina Zoellick”, in base alla quale il gigante cinese deve fungere da “stakeholder” [portatore di interesse, ndr] di supporto all’ordine mondiale della globalizzazione a guida americana.
Una terza categoria è quella dei Paesi classificabili come “minori”, dato che non hanno i mezzi per emergere in maniera rilevante sul piano delle decisioni internazionali. Sicché la Russia applica una politica differenziata in combinazione con le altre potenze del blocco eurasiatico, tentando di sostenere un rafforzamento del Giappone nell’area del Pacifico, auspicando un maggiore ruolo dell’Europa nel mondo arabo e in Africa.
Una quarta categoria, Usa e i Paesi del continente americano.
Premesso che con gli Usa la partita si gioca su più livelli, i russi lavorano ai fianchi nel tentativo di indurre al fallimento la tentazione unipolare. In questo senso operano per limitare gli interessi geopolitici americani nel “cortile di casa”, come dimostra l’asse realizzato col Venezuela bolivariano, che è frutto anche dell’interesse a sostenere le tendenze antiamericane che si rinfocolano nella regione centro-sud.
Un altro aspetto cruciale per Mosca è ovviamente quello della Csi (Comunità degli Stati indipendenti). Qui, del resto, si misura la cifra della propensione imperiale della Russia, del suo sapersi rapportare alla questione di frontiere che tali non sono considerate, poiché la Federazione russa necessita della fondamentale integrazione con le repubbliche ex-sovietiche, le quali non possono sfuggire alla sua influenza, tanto più che storicamente ne hanno costituito l’impero.
Tutt’oggi ne ereditano strutture vitali nonché un rapporto politico naturale, da considerarsi appunto come una naturale direttrice geopolitica. Ne sono la prova l’Uea (Unione eurasiatica), l’Otsc (Organizzazione del Trattato di Sicurezza collettiva) e la Ceea (Comunità economica euroasiatica). Occorre valutarne l’efficacia, come nel caso della Sco (Shangai Cooperation Organization), cui aderisce anche la Cina, e che risulta essere un nucleo strategico-militare ancora lontano dal poter effettivamente competere con la Nato, anche se è un indice della spinta multipolare in atto. Dunque, nonostante le pesanti influenze cinesi, il fattore geopolitico qui è fortemente eurasiatico. Teoricamente il processo dovrebbe condensarsi in una trasformazione dalla Csi all’Unione Eurasiatica su di un piano multidimensionale: politico, economico, strategico, culturale, informatico e linguistico. Questa implicherebbe un nuovo sistema amministrativo con un passaggio da vecchi a nuovi soggetti, nell’idea di andare oltre una semplice associazione di Stati o una versione allargata della Federazione Russa.
E allargando un attimo la visuale, è interessante notare come Dugin, nel suo “I principi fondamentali della politica eurasista”, elevando l’eurasismo, sulla base delle radici storiche, a “equilibrio ragionevole tra l’idea nazionale russa e i diritti di numerosi popoli che vivono in Russia e in Eurasia”, sottolinea che “alcuni aspetti precisi dell’eurasismo sono già utilizzati dalle nuove autorità russe, orientate verso una soluzione creativa dei complessi problemi storici che la Russia deve affrontare nel nuovo secolo… Il processo d’integrazione nella CSI… i passi della nuova politica estera della Federazione Russa verso l’Europa, il Giappone, l’Iran e i paesi del Vicino Oriente, la creazione di un sistema di distretti federali, il rinforzo della linea verticale del potere, l’indebolimento dei clan oligarchici, la politica del patriottismo e del senso dello Stato… sono tutti punti importanti, essenziali dell’eurasismo”.
Sempre Dugin, però, precisa come quella attuale sia ancora una fase di passaggio, giacché “questi elementi (dell’eurasismo) sono mescolati al permanere per inerzia di tendenze proprie di altri modelli (liberaldemocratico e sovietico)”. Ribadendo che si tratta di un processo evolutivo graduale, egli scrive che “appare perfettamente chiaro che l’eurasismo ascende con fermezza verso il suo zenit, mentre gli altri due modelli conducono unicamente una battaglia di retroguardia”.
L’impero russo ha un’arma strategica fondamentale attraverso cui sta rientrando nel novero degli attori primari sullo scacchiere globale: l’energia.
Il potere geoenergetico come efficace vettore di crescita delle risorse finanziarie, di modernizzazione e di influenza nelle varie aree internazionali. Esso permette di incidere sulle sorti delle Repubbliche centroasiatiche, di consolidare la Russia come indispensabile referente per i Paesi europei, di scongiurare nuove “rivoluzioni colorate” ai propri confini, di sottrarsi al necessario passaggio per Washington per quanto concerne le relazioni internazionali. E’ un punto di forza concorrenziale, anche contro i tentativi di respingere la Russia nel proprio “guscio” regionale.
L’energia per produrre diplomazia.
La Federazione russa è il principale esportatore mondiale di petrolio e di gas; il 63% delle sue esportazioni è dato proprio dalle commodities. Il 34% dal petrolio, il 13% dal gas naturale. Le riserve petrolifere dovrebbero aggirarsi intorno ai 60 miliardi di barili, premesso che il territorio siberiano è non ancora interamente sondato, mentre quelle di gas sono il 26% di quelle mondiali.
I parametri macroeconomici russi registrano un forte segnale positivo.
Al notevole volume delle esportazioni si affiancano i crescenti investimenti stranieri.
Il Pil è in aumento del 7.3%, la produzione industriale del 7.7% (si consideri anche il settore manifatturiero in crescita più di quello energetico), la bilancia commerciale è in saldo attivo di 61 miliardi di dollari, il flusso di capitali è di 67.1 ( tra entrate e uscite), le riserve valutarie oltre i 416.
La scelta strategica di Mosca è la nazionalizzazione del settore strategico, un atto rivoluzionario in tempi di globalizzazione, frutto dell’annunciato ritorno alla sovranità. Nel 2005, per esempio, l’azienda di Stato Rosneft ha acquisito gli asset della Yukos, la Gazprom ha assorbito la Sibneft.
La Gazprom è “un’istituzione” imperiale: detiene il monopolio delle risorse, della produzione e dei gasdotti; ha il primato mondiale nella produzione di gas ed è la terza società per capitalizzazione; ricopre il 25% del fabbisogno energetico di 15 membri dell’Ue e l’80% di quello delle Repubbliche ex-sovietiche baltiche e centroasiatiche. Gazprom, dunque la Russia.
Il suo peso è decisivo tanto più se si considera che oggi le compagnie petrolifere multinazionali gestiscono solo il 20% delle riserve mondiali di petrolio e gas a fronte dell’80% controllato dai Paesi produttori, il che lascia intendere quanto in futuro conterà più la politica del mercato e l’Opec stesso andrebbe superato.
Quindi, Mosca vuole impiantare una rete geoenergetica di interdipendenza relativamente alle varie aree geografiche. E relativamente ai propri interessi nazionali, nel senso di una maggiore stabilità politica e crescita economica, di un miglioramento degli standard quantitativi e qualitativi di vita del popolo, di una riduzione dell’indebitamento (ha già chiuso i conti con il Fmi), di un controllo dell’inflazione.
Come sottolineato dal ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, la Russia applica una politica di controllo statale delle risorse energetiche che controbilancia la concentrazione di alta tecnologia nelle mani delle grosse compagnie transazionali private. La politica di isolazionismo antirussa di matrice statunitense cosi come una nuova politica di potenza della Russia stessa passano per strumenti imprescindibili che simboleggiano il collegamento che intercorre tra i vari soggetti sulla scena: gli oleodotti e i gasdotti. Il loro percorso, di fatti, di quelli che ci sono e soprattutto di quelli che vedranno la luce, disegnano abbastanza chiaramente le direttrici di alleanze o comunque di convergenze che maturano tra i vari Paesi, e la stessa Europa ne è decisamente coinvolta. Vi è una continua oscillazione tra instabilità politica e costruzione di nuovi oleodotti.
La direzione occidentale a guida statunitense sin qui tenuta ha mirato ad evitare percorsi che toccassero i territori russi, con l’obiettivo palese di mettere fuori gioco la Russia mediante il controllo dei corridoi strategici tra Asia centrale ed Europa da parte delle multinazionali angloamericane e mediante un processo di rafforzamento e assoggettamento dei Paesi ex-sovietici, così da sottrarre questi al loro storico ruolo di interlocutori di Mosca.
Tra i vari progetti, possono individuarsene alcuni significativi a seconda delle aree geografiche, come nel caso dell’Europa, quali i gasdotti Blue Stream, North Stream e South Stream.
L’arma degli idrocarburi va comunque analizzata alla luce di tutta una serie di problematiche e dinamiche , quali la costruzione di numerose infrastrutture, la tenuta dei giacimenti già sfruttati e la ricerca di nuovi, l’incognita del peak-oil, il livello della domanda interna e quello della domanda mondiale (il fabbisogno è in drastica ascesa).
La questione energetica non si esaurisce tra gas e petrolio, anzi la Russia è impegnata nella riorganizzazione della produzione. Ad esempio, prevede sopperire al proprio fabbisogno di energia elettrica per il 50% mediante il ricorso all’idroelettrico (grandi investimenti in Siberia), al carbone pulito e al nucleare (anche per limitare l’uso del gas naturale, dovendo ottemperare agli accordi di fornitura stipulati all’estero). Il nucleare è un discorso complesso e di sicuro una prospettiva fondamentale. Basta accennare che la Russia è uno dei grandi esportatori di combustibile nucleare, con riserve di uranio pari al 5% di quelle mondiali, e rifornisce l’Europa per un terzo del suo fabbisogno ricevendo in cambio l’opera di “bonifica” della parte in dismissione dell’arsenale nucleare. E poi ha dato l’avvio alla costruzione di impianti di nucleare civile su vasta scala, per esempio in Cina, India, Iran, Sud Africa, Argentina, ma anche Lituania, Slovacchia, Bulgaria ecc.
Il rilancio come potenza nucleare civile (in questo caso) si esplicita nel programma di “Sviluppo del complesso energetico e industriale nucleare della Russia in 2007-2010 e in prospettiva fino al 2015”, il quale dovrebbe portare, oltre al rimodernamento delle centrali già esistenti, all’attivazione di 10 nuove unità ad alto potenziale e alla fabbricazione di nuovi reattori di terza generazione. Dei precisi provvedimenti, che hanno anche ridisegnato le funzioni dell’Agenzia federale nucleare Rosatom, consolidano (anche in questo caso) una forte presenza statale nell’intero settore nucleare, perché ovviamente ritenuto strategico.
La direzione politica sin qui tenuta da Vladimir Putin ha imposto un cambio di marcia ancora in fieri mediante un abile pragmatismo, provando a valorizzare le sue risorse nei vari ambiti, cioè non solo in quello delle commodities. Ciò vuol dire anche una fase di riassestamento interno a fronte di non pochi delicati fattori. Tra i quali si può evidenziare il ruolo della classe di oligarchi che aveva privatizzato risorse e imprese e volentieri fuggiva l’imposizione fiscale (simbolico, in questo senso, è stato l’affaire Yukos); il ruolo di un apparato pubblico elefantiaco eppure privatizzato da pochi nei profitti, sorretto da una corruzione capace di incidere sui flussi della spesa pubblica.
Da rilevare, poi, che il malcontento montante nel dopo guerra fredda in buona parte aveva la testa rivolta all’indietro, nutrendosi di rimpianto per il soviet, propedeutico ad un vicolo cieco senza futuro.
Sembrava che né la popolazione, né la burocrazia né gli oligarchi fossero disponibili a forme di compromesso. Le lentezze e le chiusure del sistema Paese risentono ancora oggi di storture che vengono da lontano. Tuttavia, l’azione-reazione del Cremlino ha una propria legittimazione a fronte dei tentativi di quanti pensavano di modellare il gigante russo nelle forme o di un emirato o della Nigeria.
Dunque, la politica ha ribadito il suo carattere gestionale anche nei confronti del mondo degli affari, in cui il privato è ammesso ma all’interno di una disciplina fiscale e a patto di non travalicare i propri confini. Questo segna una differenza strutturale: sono ammessi in un sistema di regole i privati, oligarchi compresi , che operino nella visione e sulla linea dello Stato, mentre quanti perseverano nella condotta di un business svincolato da responsabilità sono spinti fuori. Londoningrad è così l’anti-Mosca.
Il settore delle corporazioni russe viene consolidato soprattutto con un interventismo statale (è stato lanciato pure un vasto programma militare di ripotenziamento tecnologico e razionalizzazione dell’esercito). Tutti i campi legati alla sfera strategica, come il complesso militare e industriale, l’educazione, la sicurezza, la sanità… sono controllati dallo Stato. In parallelo, la piccola e media produzione, il settore dei servizi, l’industria del divertimento sono legati all’iniziativa privata (a meno di conflittualità con le linee guida).
La rilevanza geopolitica del nuovo corso della Russia si caratterizza anche per l’essere una precisa controtendenza rispetto a quella che è stata la graduale destrutturazione del Patto di Varsavia, all’interno del quale risiede lo spazio eurasiatico. Se, infatti, sotto il profilo ideologico esso aveva i connotati di un’economia socialista e una base filosofica marxista, sotto il profilo geopolitico costituiva un’aggregazione continentale che incarnava la medesima funzione strategica dell’impero zarista. Una dimensione, quindi, rossa all’esterno e bianca all’interno, nel suo nocciolo.
Per questo ritorno imperiale russo non può non valere tale funzione strategica. Ecco perché l’integrazione nell’ambito Csi, nei termini di una sintesi eurasiatica con i vari soggetti che sono sorti, propende verso una più profonda dimensione politica, almeno nelle intenzioni del Cremlino. Ecco perché non può sussistere una forma rozza di nazionalismo, liberale o conservatore che sia.
I grandi spazi formano gli imperi.
Bloccare la fase disgregatrice è automaticamente contrapporsi all’atlantismo, che Mosca avverte tanto dall’Est Europa all’Afghanistan. Vale a proposito la complessa questione dello scudo spaziale, rispetto alla quale ci limitiamo a riportare le parole del ministro Lavrov nel già citato discorso: “Ci opponiamo a giochi strategici in Europa che abbiano come obiettivo quello di creare, a partire dal nulla, uno scontro potenziale e di plasmare una politica europea basata sul principio nostro/loro. Il progetto degli Stati Uniti di dispiegare in Europa elementi del loro sistema di difesa antimissile può portare solo a questo. Possiamo solo considerarlo una provocazione sula scala della politica europea e globale. Tanto più che questo progetto unilaterale ha un’alternativa collettiva sotto forma di sistema di difesa antimissile di teatro in Europa, con la partecipazione della Nato e della Russia. L’approccio collettivo eliminerebbe il problema. Il dispiegamento del sistema antimissile americano in Europa è inaccettabile, questo è il problema. E inciderà sui nostri rapporti con la Nato. Se l’Alleanza è inadeguata come organizzazione di sicurezza collettiva e si trasforma in un paravento per delle misure unilaterali pregiudizievoli per la sicurezza della Russia, che senso possono avere le nostre relazioni con essa? Qual è il valore aggiunto del Consiglio Russia-Nato? I nuovi missili in Europa sono un dèjà vu con conseguenze piuttosto prevedibili del tipo dei primi anni Ottanta”.
Vale la massima di Halford Mackinder: "Chi domina l’Europa orientale domina l’Heart-land; chi domina l’Heart-land domina l’Eurasia; chi domina l’Eurasia domina il mondo".


http://www.rinascita.info/cc/RQ_Analisi/EkEFklkyFlvYpFPDrd.shtml
giovedì, 19 giugno 2008



da ANSA.it (Speciale Balcani):


GRECIA: 'ORTODOSSIA O MORTE', MONACI ATHOS PRONTI A TUTTO

(ANSA) - ATENE, 16 GIU - 'Ortodossia o morte!'. La frase sventola sul monastero di Esfigmenou, sul monte Athos, i cui monaci, condannati come ''scismatici'' dal Patriarca di Costantinopoli per rifiutare ''l'eresia dell'ecumenismo'', si dicono pronti a resistere sino alle estreme conseguenze all'embargo e alla minaccia di intervento della polizia. ''Dio e' con noi'' assicura all'ANSA padre Gregorio, braccio destro dell'abate Metodio che guida il monastero che, da anni, non puo' ricevere rifornimenti di cibo, medicinali e posta e la cui linee telefoniche fisse, l'acqua e l'elettricita' sono state tagliate. Nei giorni scorsi centinaia di agenti hanno fatto la loro comparsa sul monte Athos in occasione delle festivita' religiose. ''Chiediamo al governo greco di rispettare i nostri diritti come quelli di ogni altro cittadino. E siamo pronti a rivolgerci alla Corte europea dei diritti umani'' dice all'ANSA, con uno dei due telefoni cellulari rimasti, padre Gregorio. L'Abate Metodio, capo supremo del monastero e' stato ''scomunicato'' per aver respinto qualsiasi 'comunione' tra Ortodossi e Cattolici, culminata con la visita del papa alla sede del Patriarcato di Costantinopoli nel 2006 e con quella di Bartolomeo in Vaticano nel 2007. La repubblica monastica del monte Athos, alle propaggini orientali della penisola calcidica, e' una comunita' autonoma all'interno della sovranita' greca, ma dipende spiritualmente dal Patriarca Bartolomeo I. Questi, fautore del dialogo con i cattolici, ha formalmente condannato nel 2002 i monaci di Esfigmenou provocando la loro espulsione dalla comunita' e un duro embargo [tempi duri per chi rifiuta di omologarsi..., ndr]. Recentemente il procuratore di Salonicco, Vassili Floridis, ha chiesto al governo greco, che non sembra pero' molto intenzionato a farlo, di intervenire per sloggiare con la forza i 107 monaci che essendo stati dichiarati ''scismatici'' dovrebbero, secondo una legge dello Stato, abbandonare il monastero dove la comunita' vive da cinque secoli. ''Sappiamo che Dio e' con noi e non abbiamo intenzione di cedere perche' senza Ortodossia non abbiamo piu' ragione di vita'' confida Gregorio sostenendo che il monastero e' stato pronto sin dal principio al dialogo con il Patriarca Bartolomeo, il quale non ha pero' mai risposto preferendo la repressione. ''Ma non sono soli, hanno un grande appoggio in Grecia, ed e' per questo che il governo esita ad usare la forza'' assicura Iraklis Moraitis, portavoce laico dei monaci che, quando puo', fa giungere loro aiuti e medicine. ''Questi santi uomini - afferma - chiedono solo di essere lasciati alle loro preghiere''. Tutto comincio' nel 1964 con l'abbraccio tra l'allora patriarca Atanagora e Paolo VI, che spinse i 20 monasteri del monte Athos per protesta contro ''l'eresia ecumenica'' a non commemorare piu' nelle loro preghiere il Patriarca, spiega l'avvocato Nektarios Polikroniou. ''In seguito a forti pressioni'' tutti pero' fecero poco a poco marcia indietro. Eccetto Esfigmenou. E da allora e' cominciata ''la persecuzione''. Una ''persecuzione'' culminata nel 2002 con la condanna per ''scisma'' da parte del Patriarcato, seguita dalla decisione del Consiglio del Monte Athos di ordinare ai monaci di lasciare Esfigmenou. La corte suprema ha respinto gli appelli di Esphigmenou. E intanto continua l'''assedio'' intorno a Esfigmenou. ''Neppure il medico puo' visitarli liberamente, e sono gia' sei i religiosi morti durante questo periodo'' accusa Moraitis. [la "civiltà" dei fautori del dialogo..., ndr] GEL
16/06/2008 20:02

http://www.ansa.it/balcani/grecia/...........html



Della notizia parla anche il blog Saura Plesio (Nessie):

http://sauraplesio.blogspot.com/2008/06/..........html
giovedì, 19 giugno 2008



da ANSA.it (Speciale Balcani):


KOSOVO: SERBIA; TADIC, NON ACCETTIAMO NUOVA COSTITUZIONE

(ANSA-AFP) - BELGRADO, 15 GIU - Il presidente serbo Boris Tadic ha detto che la nuova costituzione del Kosovo, entrata in vigore oggi, non ha alcun valore giuridico e che il territorio ''resta una provincia meridionale della Serbia''. ''Non accettiamo questa costituzione, e' un atto politicamente nocivo e privo di qualsiasi valore legale'', ha affermato Tadic in dichiarazioni alla stampa. Il presidente ha ribadito anche di essere pronto a nuovi negoziati con la maggioranza albanese del Kosovo. Il premier uscente serbo Vojislav Kostunica, dal canto suo, ha chiesto la convocazione di una seduta straordinaria del parlamento serbo ''per annullare l'atto con cui e' stata sancita l'entrata in vigore della nuova carta costituzionale in Kosovo''. A quattro mesi dalla proclamazione unilaterale di indipendenza, la nuova costituzione per il Kosovo rappresenta un significativo passo in avanti verso la piena autonomia dopo nove anni di amministrazione dell'Onu. Nonostante l'opposizione di Belgrado e della Russia, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban ki-Moon ha messo a punto un piano per trasferire le competenze dell'Unmik, la missione Onu, all'Unione europea. (ANSA-AFP). ZU
15/06/2008 19:19

http://www.ansa.it/balcani/serbiamontenegro/.........html



da ANSA.it (Speciale Balcani):


KOSOVO: MOSCA, NUOVA COSTITUZIONE E' ALTRO PASSO ILLEGALE

(ANSA) - MOSCA, 16 GIU - Mosca condanna l'entrata in vigore ieri della costituzione kosovara come ''un altro atto nella catena di mosse per formalizzare arbitrariamente la sovranita' della provincia''. Una rottura, sostiene il ministero degli esteri russo nel suo sito, ''della legge internazionale che non puo' far altro che aggravare la tesa situazione in Kosovo''. Mosca chiede ''il ripristino del ruolo della legge negli affari del Kosovo'' ammonendo che ''ogni altra via e' gravida di conseguenze negative per la sicurezza della regione e la stabilita' internazionale''. (ANSA) SAV
16/06/2008 18:04

http://www.ansa.it/balcani/serbiamontenegro/.........html
venerdì, 13 giugno 2008


Clicca sull'immagine per ingrandirla



Avevamo già accennato alla questione, segnalando alcuni articoli, nell'intervento Kosovo e geopolitica risalente al 26 febbraio 2008.



da Rinascita Balcanica:


Austria, Slovenia e RS: il nuovo percorso del South Stream

10.06.2008

La Slovenia e l'Austria parteciperanno al progetto di costruzione del gasdotto South Stream, mentre sembra che si stiano preparando le trattative per la Repubblika Srpska che si affianca così alla Serbia. Questo il grande annuncio della Gazprom che è pronta a delineare il nuovo percorso della pipeline strategica per l'Europa Centro-Meridionale che attraverserà tutti i Balcani: sulle sue rive si distinguono così anche le demarcazioni delle zone di influenza nel Mediterraneo.

La Slovenia potrà partecipare al progetto di costruzione del gasdotto South Stream. Questo il grande annuncio del Presidente del gruppo russo Gazprom Alexei Miller, al termine del Congresso degli affari europei a Parigi che comunica così alla stampa la decisione di permettere alla Slovenia ed all'Austria di unirsi alla realizzazione del progetto, nella cornice del 12 Forum economico internazionale di San Pietroburgo. Allo stesso tempo, il Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione del gigante russo, Alexander Medvedev, ha già anticipato che presto verrà ratificato un accordo intergovernativo con l'Austria, in particolare con la società tedesca coordinatrice del progetto per la parte tedesca MOV. Una firma che vale molto di più di quel che si pensi, considerando che l'Austria, invitata a partecipare al progetto nell'agosto 2007, rappresenta la principale forza motrice del Nabucco. Nonostante le forti indecisioni si è giunti ad una svolta, grazie all’importante risultato raggiunto prima con la Slovenia, il cui inserimento ha portato all’elaborazione di un progetto che avrebbe aggirato il territorio austriaco. È questo punto che è giunta il definitivo assenso del Presidente della MOV Wolfgang Ruttenstorfer , chiedendo che il South Stream doveva passare attraverso l'Austria.

Una decisione in un certo senso indotta dal continuo evolvere delle trattative di Gazprom che, dopo aver ratificato un importante accordo con l'Adzerbaijan - identificato come principale fornitore del gasdotto europeo - e aver trascinato nel progetto anche l'Ungheria, potrebbe sbaragliare a questo punto ogni concorrenza o sfid