venerdì, 23 maggio 2008


Il grafico mostra l'aumento degli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza britannica dal 1997 al 2007 (fonte: Ministero degli interni del Regno Unito).

Il 2007 è stato l'anno del record: ben 164.635 nuovi "britannici".

Quasi un terzo provengono dall'Africa, il 22% dall'Asia. I numeri delle nazionalità più rappresentate:

- Indiani: 14.490
- Filippini: 10.840
- Afghani: 10.555 (questi aumentati del 211% rispetto al 2006 grazie alle guerre di "mamma" America...)
- Sudafricani: 8.150
- Pakistani: 8.140

Fonte: BBC News
martedì, 15 aprile 2008


I collegamenti di seguito indicati vi rimandano a due registrazioni audio. Si tratta di due telefonate ricevute il 22 agosto forse di due anni fa da Radio Padania Libera (1) durante il programma Sopra la Notizia, diretto da Matteo Salvini. La prima è di un ascoltatore islamico, con cittadinanza italiana, che molto "trasparentemente" profetizza il destino dell'Italia, invitata a rassegnarsi a... La seconda, di segno opposto, è di un altro immigrato, proveniente dai Balcani. Invito i lettori-uditori a riflettere sulle parole che ascolterete cercando, come già più volte suggerito, di andare oltre la sola "questione islamica", il che non equivale ad ignorarla, ma a considerarla nell'ambito di un processo più ampio di erosione dall'interno delle sovranità nazionali (processo che ovviamente si innesta nel quadro di una "genocida" società multirazziale).

-
http://www.youtube.com/watch?v=YBk8rKBherA

- http://www.youtube.com/watch?v=E_rOyn5WTN0

Nota:

(1)
Nonostante il riferimento a Radio Padania Libera e l'esplicito invito al voto contenuto nella seconda registrazione, tengo a ribadire che Fatti d'Europa non è un blog di propaganda politica, non lo è mai stato e mai lo sarà. L'obiettivo è unicamente quello di porre all'attenzione dei lettori testimonianze reali.
giovedì, 06 marzo 2008


Ci risiamo: come Gianfranco Fini qualche anno fa, anche il leader dell'Udc propone di concedere il voto amministrativo agli immigrati regolari (purché siano a posto con il fisco e abbiano una residenza stabile da almeno cinque anni). Dovrebbe apparirvi chiaro che simili azzardi, oltre ad avere una funzione propagandistico-elettorale (quella di sedurre gli "italiani" del domani, che costituiranno un serbatoio elettorale sempre più determinante, come avviene da diversi anni in Francia, Belgio o Olanda), evidenziano la volontà di scavalcare ogni prerogativa che sia legata al possesso della cittadinanza, nel nostro caso italiana, e più in generale della nazionalità, dal momento che non viene neanche tracciato un solco che diversifichi la condizione giuridica degli immigrati comunitari rispetto a quella dei restanti (e qui verrebbe spontaneo chiedersi che senso abbia l'Unione pseudo-europea). Pier Ferdinando Casini (nomen omen?) va addirittura oltre: «Gli extracomunitari onesti devono essere considerati a tutti gli effetti dei cittadini italiani» - afferma. Per Casini, "italiani" anche senza un pezzo di carta che lo attesti (!!!). E' sufficiente lavorare, pagare le tasse e non delinquere: lo dice lui, il plurimaritato "difensore" dei valori (ma quali?!) e delle radici cristiane dell'Italia. Grottesco.

Fonte: il Giornale
domenica, 20 gennaio 2008


Nulla è cambiato. Anzi sì, ma non quello che i più si aspettano

Papa Ratzinger è un grande politico. Con poche mosse ha messo in difficoltà la giunta romana e le baronie dell’ateneo. Da buon capo della Chiesa sa bene dove tira il vento. Il vento va a “destra” nel senso delle tematiche, dei costumi dei “valori”. Anche se poi quella “destra” è fatta di uomini di sinistra, la sostanza non cambia. E la Chiesa sa bene, da sempre, porsi dalla parte del vento senza con ciò rinunciare mai a fare comunque di testa sua. Tanto per fare un esempio recente proprio il Papa ha ultimamente condannato la Globalizzazione. Ciò non gli ha impedito però di esaltare le onlus cattoliche, che della Globalizzazione sono un elemento strutturale di rilievo. Né questo ha impedito alla Chiesa, proprio la scorsa settimana, di celebrare la giornata dell’immigrante con squilli trionfali di tromba della Caritas, ovvero la grande organizzazione che considera la “contaminazione culturale e il meticciato una grande risorsa per il futuro dell’umanità”. E che gestisce, a questo fine globale e globalizzante circa la metà dell’otto per mille che si versa annualmente alla Chiesa cattolica (fonte ufficiale della Cei).

La Chiesa sa fare politica

Insomma da un lato Benedetto XVI critica la Globalizzazione, cogliendo appieno una certa richiesta generale, dall’altro la finanzia. Nulla di nuovo sotto il sole. Leone XIII, quello che condannò il capitalismo con la “Rerum Novarum” era il principale azionista della Banca di Roma; Pio XI, quello del Concordato, si è sperticato in encicliche antinaziste, in prediche antifasciste, in fronde continue contro il Regime e, per compiacere la Repubblica (massonica…) di Francia non esitò a scomunicare la cattolicissima Action Française. La Chiesa fa politica, la sa fare, la fa efficacemente, la fa da sempre.

Il Papato nella Globalizzazione

Questo per dire che? Semplicemente che Benedetto XVI sta facendo benissimo politica; una politica che, se mettiamo assieme strutture, dinamiche, tendenze e parole e diamo loro un significato appare chiarissima checché ne vogliano estrapolare a proprio piacimento i cristiani di destra e di sinistra. Il Papa che è un uomo di un certo rilievo, e con lui la Curia, hanno capito che l’impianto Global presenta crepe e che si avvia alla ristrutturazione. In questa ristrutturazione che avrà comunque uno spirito progressista (capital/comunista) mentre al momento, e forse a lungo, dominerà un’anima di destra (“valoriale”, in cerca di risposte al deserto esistenziale) la Chiesa si pone esattamente dove l’onda cresce: a sinistra nello spirito e nelle strutture, a destra nell’anima e nelle parole.

Il tutto allo scopo di acquisire spazi, poteri e mezzi sempre maggiori nella cogestione mondiale. Insomma il neo/neo/guelfismo cerca di aprire uno spazio al Papato nella Globalizzazione che possa ricalcare quello che ebbe nell’Impero.

Vietiam vietiamo!

Questa è la grande posta in gioco, poi c’è la piccola. I baroni universitari, arroganti di certo, che sono caduti nella trappola di contestare il Papa si sono fatti spazzar via. Benedetto XVI, che sa fare politica, ha fatto sì che si desse l’impressione non che rinunciasse Egli, come in realtà è accaduto, ad andare alla Sapienza ma che vi fosse stato escluso. L’alzata di scudi che ne è conseguita ha confermato questa versione (del resto non conta mai la realtà dei fatti ma come vengono presentati) con l’unico risultato, a breve, che verrà vietato anche il contestare. Non già il Papa in sé ma ogni autorità riconosciuta. Un altro passo avanti e molto deciso verso la prigionia globale!

Il nuovo consociativismo

Tutti presi dalla diatriba, da questa falsa dialettica, da quest’opposizione mediatica, in pochi hanno ascoltato le ragioni di chi anziché lanciare proclami ragionava. Sicché non so quanti abbiano fatto attenzione a un professore universitario che ha detto: “se iniziamo così poi dovremo per forza aprire anche a Mullah e a Rabbini”. Credo che nessuno se ne sia accorto ma è esattamente quello che succederà in breve tempo. La privatizzazione, ovvero la liquidazione dello Stato sovrano, della Res Publica, va di pari passo con il consociativismo interconfessionale che un altro paladino della Reazione di oggi, il Presidente Sarkozy, ha annunciato trionfalmente in Francia la scorsa settimana tra i sorrisi compiaciuti e gli appetiti manifesti di Vescovi, Mullah e Rabbini.

Qual buon senso Plotino

Alla fine della festa il Papa avrà vinto facilmente questa mano di gioco ma la posta, contrariamente a quanto ognuno dei singoli papisti di base fermamente speri, andrà su un altro tavolo, quello vero, a decidere della distribuzione delle carte del Mercante in Fiera.

E una volta di più chi si è fatto rapire da questa rissa mediatica, che sia cattolico o anticattolico, laico o clericale, di destra o di sinistra, avrà perduto il suo tempo. Chi abbia l’orgoglio, la volontà, la determinazione di aprirsi un cammino e di tracciare un destino, il che non gli impedisce affatto di seguire l’esempio cristico o, se lo preferisce, un altro modello archetipale, non può perdersi ancora e sempre nel vicolo cieco del dualismo e nella colonna sonora del clangore mediatico affidando ad altri, per delega, la propria affermazione. Mi torna in mente una massima plotiniana mai così attuale come oggi “Non esiste alcun Dio che combatta al posto di chi anziché impugnare le armi prega”.

Cari uomini eretti, che siate cattolici o meno, che siate ghibellini o no, ne riparleremo tra qualche Angelus, dopo l’applicazione della Legge Ferrero che la Caritas sta patrocinando a gran voce.

Gabriele Adinolfi

Fonte: NoReporter.Org
domenica, 25 novembre 2007


Nel blog di supporto a Fatti d'Europa (L'archivio), sotto la categoria "emigrazione", è stata raccolta una serie di articoli (provenienti da fonti diverse) riguardanti un nuovo preoccupante fenomeno: la fuga degli Europei dalle rispettive nazioni. Prima di fornire i numeri relativi a questo esodo e al contemporaneo ingresso di immigrati (la situazione meglio documentata è quella della Gran Bretagna), vale la pena fare almeno tre osservazioni di carattere generale desumibili dalla lettura degli articoli:

1) Perché gli Europei emigrano? Per un generale scadimento della qualità della vita (dipendente, ad esempio, dal sistema di tassazione o di previdenza sociale), per il senso di sfiducia nelle opportunità lavorative o di carriera professionale che verrebbero loro offerte (es.: disoccupazione, retribuzioni giudicate insufficienti), per l'erosione culturale di cui si sentono vittime in patria.
Fra questi aspetti e la questione dell'immigrazione esiste un rapporto più o meno diretto.
 
2) Chi emigra? A lasciare il proprio paese sono soprattutto giovani europei qualificati, professionisti magari dalla carriera già avviata, ma negli ultimi anni è in aumento anche il numero di emigrati in possesso di titoli di istruzione inferiori

3) Cosa accade nel frattempo? L'immigrazione verso i paesi europei sta aumentando o resta sostanzialmente stabile (come in Germania). La grande maggioranza degli immigrati non è qualificata ed è poco istruita.

Ma sia ben chiara una cosa: scappare non è mai una soluzione!
Ecco alcune cifre relative a Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Svezia.

Gran Bretagna:

Dal 1997:
- 1,8 milioni di Britannici sono emigrati e di questi circa la metà ha fatto ritorno;
- più di 3 milioni di stranieri sono arrivati e circa la metà se n'è andata;
QUINDI: 900.000 Britannici in meno e come minimo 1,5 milioni di stranieri in più.

Dal 2001 al 2005:
- 2.258.000 gli immigrati giunti: di questi, 871.000 quelli ripartiti; ALLORA 2,258 milioni - 871 mila = +1.387.000 residenti nati all'estero;
- 503.000 cittadini britannici hanno lasciato il paese e non sono più tornati;
- la percentuale dei nati all'estero è salita dall' 8% (2001) al 10% del totale (2005).

Fra giugno 2005 e giugno 2006:
- 207.000 cittadini britannici hanno abbandonato l'isola;
- sono arrivati almeno 574.000 immigrati.

Anno 2006:
- complessivamente, un aumento di 316.000 stranieri ed una perdita di 126.000 Britannici;
- l'immigrazione ha contribuito per il 55% alla crescita della popolazione;
- 4 emigrati su 10 occupavano incarichi professionali e manageriali.

Mete preferite dagli emigrati britannici: Australia, Spagna, Nuova Zelanda, Francia, Stati Uniti.

A Birmigham, nelle classi elementari, i bambini che non parlano inglese come madrelingua sono passati, nel solo ultimo anno, dal 5 al 20%.

Aborti: interrotta 1 gravidanza su 5 (il dato si riferisce all'Inghilterra e al Galles, ma è ignoto il periodo di riferimento).

Fonti: Townhall.com, The Telegraph (1 e 2), pressdispensary.co.uk, Daily Mail (1 e 2), Effedieffe

Germania:


Anno 2005:
- 144.815 i Tedeschi emigrati secondo l'ufficio federale che si occupa di statistiche (+25% rispetto al 2002);
- N.B.: questo è soltanto il dato ufficiale, sicuramente inferiore a quello reale, poiché molti lasciano la Germania senza notificare la propria partenza alle rispettive municipalità;

Due le ragioni principali che spingono i Tedeschi ad andarsene: tassazione troppo elevata ed estraniazione socio-culturale dovuta all'immigrazione di massa, la quale stravolge il profilo identitario di appartenenza e di riferimento.

Mete preferite:
Norvegia, Danimarca, Svizzera, Austria, Nuova Zelanda, Stati Uniti.

Emigrati tedeschi:
- la metà ha meno di 35 anni;
- la percentuale dei laureati è 10 volte maggiore rispetto alla media nazionale.

Fonti: The Brussels Journal, Spiegel online

Paesi Bassi:


Anno 2006: più di 130.000 Olandesi hanno lasciato il paese.

Nei primi 9 mesi del 2006:
- quasi 100.000 gli emigrati (12.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2005) e circa la metà erano nativi d'Olanda;
- 76.000 immigrati si sono stabiliti nel paese (+6.000 rispetto allo stesso periodo del 2005).

L'emigrazione ha raggiunto i livelli più alti dopo gli assassinii di Pim Fortuyn e Theo van Gogh. Essa ha rallentato la crescita della popolazione.

Fonti: The Brussels Journal, Expatica

Svezia:


Anno 2006:
-
95.750 immigrati (è record: +47% rispetto al 2005);
- 44.908 persone emigrate (+18% rispetto al 2005);
- il gruppo più consistente di immigrati (16%) è costituito da Svedesi che ritornano in patria, seguiti però dagli Iracheni (11%), la cui immigrazione nel paese scandinavo, per effetto della guerra condotta dagli Stati Uniti, è aumentata del 269% rispetto al 2005.
[cliccare sul collegamento in basso per vedere una lista, in fondo all'articolo, relativa ai paesi di provenienza degli immigrati in Svezia]
- 51.239 immigrati hanno acquisito la cittadinanza svedese (altro record): di questi, ben 12.895 erano iracheni.

Fonte: The Local
lunedì, 05 novembre 2007


N.B.: la sottolineatura è nostra.

Chiusi a forbice tra opposte demenze, in ostaggio di profittatori internazionali e nazionali, non sappiamo che pesci prendere sull'immigrazione. Eppure

Il caso Reggiani induce a riflettere. Il fenomeno dall'immigrazione è gestito come peggio non si potrebbe ed ha effetti catastrofici. Tanto per cominciare ha innescato una guerra tra poveri che rischia di non finire mai. Questa guerra è incoraggiata quotidianamente da una serie di ingiustizie, sperequazioni e favoritismi che avvantaggiano gli stranieri sugli italiani, gli stranieri irregolari sui regolari, e infine, tra gli irregolari, quelli più pericolosi socialmente.

I costi economici, sociali, culturali dell'immigrazione sono altissimi. L'immigrazione incide non poco anche sull'ordine pubblico e sulla sicurezza.

Non esiste una politica credibile – né l'ipotesi di una politica credibile – sull'immigrazione.


Trinariciuti e agghiaccianti


Le voci che si levano in proposito sono quasi sempre assurde, espressioni di logiche trinariciute, a volte agghiaccianti.

I profeti del paradiso cosmopolita ripetono incessantemente un'interminabile serie di assurdità ideologico-moralistiche facendosi così agenti patogeni di una vera e propria epidemia. Nella veste di censori morali criminalizzano la reazione normale della gente e pretendono anche manu militari che essa eviti di ribellarsi al non senso.

E' pur vero però che dal canto suo la gente ama il sensazionalismo ed è semplicistica nelle sue emozioni. E così, presa oggi da romenofobia, oltre a dimenticare che esistono non pochi immigrati laboriosi e onesti, non si accorge in questi giorni di altri reati non commessi da immigrati, come a Guidonia ieri (che sarebbe successo se a sparare a diciassette passanti fosse stato un rom?) o di altri omicidi tutti italiani. Mai un po' di misura... La gente oscilla pericolosamente tra un buonismo neo-rousseauiano e un'intolleranza ottusa.

Se si continua così, con demonizzazioni e angelizzazioni alterne, non si farà che far marcire irrimediabilmente tutto, senza che alcuna misura intelligente venga mai presa nemmeno in considerazione.


L'immigrazione? Un business


Ma qualcuno vuole prendere misure serie? Francamente ne dubito.

E' vero infatti che l'immigrazione è l'effetto di un colonialismo anomalo e intrecciato che tanto giova alle multinazionali e tanto danneggia i popoli. E' certo che un'ideologia perniciosa di cui sono imbevute le intellighenzie occidentali non fa che alimentare il meccanismo multinazionale.

E' vero, tremendamente vero, che ci sono troppe associazioni che vivono dell'immigrazione, foraggiate da fondi europei, nazionali, locali, da tasse dirette e indirette. L'immigrazione è diventata un business per associazioni clericali e marxiste, prima tra tutte Migrantes della Caritas.

Di sicuro fino a quando saranno versati migliaia di miliardi di lire a chi si occupa di frizioni sociali dovute all'immigrazione costoro si adopereranno affinché l'immigrazione resti un fenomeno socialmente devastante anziché cercare di trovare soluzioni. (E parte di questi miliardi si spreca nella manutenzione degli inutili e indegni Cpt, contrappeso uguale e contrario dell'assistenzialismo). Quella che si è venuta a creare è una ricchissima, vergognosa e pericolosa forma di tangente; una porcheria che ha un peso notevole nella gestione migratoria. E tutte le misure previste non vanno minimamente a risanare le problematiche sull'immigrazione bensì a rimpinguare ulteriormente le casse degli sfruttatori dell'immigrazione; lo si scopre chiaramente con la legge Amato-Ferrero.


Dobbiamo alzare le braccia?


Non c'è via di uscita? Dobbiamo gettare miliardi per finanziare i profittatori e rassegnarci così a un futuro letteralmente invivibile? E dobbiamo, nel frattempo, essere costantemente ingiusti verso tutto e tutti? Dobbiamo continuare a confondere l'immigrazione (che è un fenomeno) con la figura emblematica dell'immigrato?

E che dobbiamo pensare di questo fantomatico “immigrato”? Che è un criminale, un selvaggio, offendendo così decine e decine di migliaia di persone per bene e la nostra stessa dignità? O dobbiamo pensare che questo inesistente “immigrato” sia un buono, una vittima onesta da proteggere e con cui costruire un melting pot americano? E così alimenteremo ingiustizie, sperequazioni, guerre tra poveri e lasceremo crescere anche le ampie sacche criminogene, rendendoci complici, quando non vittime, di violenze e omicidi.

Dobbiamo rassegnarci a un'impotenza imbecille chiusi a tenaglia tra affermazioni ideologiche e prive di proposte? Sembrerebbe che tutti, dall'estrema sinistra all'estrema destra con esternazioni irreali e sloganistiche siano d'accordo per fare in modo che nulla si muova e che tutto contribuisca allo sviluppo incontrastato dello status quo, così come pretende – giustamente per le sue finanze – il cardinal Bertone.


Molto si può


E' certo che non si può risolvere il problema dell'immigrazione in una condizione di sovranità limitata e sottostando ai diktat del Wto e delle organizzazioni internazionali. Ma questo non significa che, pure nell'attuale limitato margine d'azione, alcune decisioni di buon senso non possano rivelarsi salutari.

Innanzitutto s'impone la chiusura totale dei rubinetti per le associazioni che incoraggiano il disagio migratorio.

Quindi si può uscire dai vincoli di Schenghen, ché non è un obbligo restarci invischiati, e regolarizzare così meglio i flussi.

Quindi è possibile passare una serie di accordi internazionali – in controtendenza rispetto al sistema multinazionale - per finanziare i Paesi colonizzati che oggi vivono in buona parte delle rimesse finanziarie degli emigrati e che, fronte a un'ipotesi più ghiotta, si adopererebbero a cambiare e far cambiare rotta.

Si dovrebbe poi smetterla di offrire la cittadinanza o la nazionalità (a me non è mai venuto in mente di chiedere quella francese benché abbia vissuto per quindici anni a Parigi e stimi a ragion veduta molto più quello Stato del nostro); si parli di permessi di soggiorno che, sia ben chiaro, offrono le medesime garanzie legali e assistenziali quando non addirittura maggiori.

Si dovrebbe infine avviare una serie di programmi di qualificazione professionale con integrazioni lavorative temporanee i cui proventi siano versati obbligatoriamente in parte  nel loro Paese in fondi destinati all'acquisto di casa e terra (ad esempio potrebbe trattarsi dei contributi che andrebbero vincolati a questo scopo).

Si agisca, insomma, per ribaltare la logica di questa dinamica.

Si può fare; si può fare in concordia e in collaborazione internazionale, si può fare rispettando la nostra cultura, la nostra intelligenza, le nostre tradizioni, i popoli e gli individui delle altre nazioni.

Ma la domanda che va posta è: si vuole fare? Perché a me non pare proprio. Nessuno, davvero nessuno, mi sembra volerlo; tutti, gli imbelli, i parassiti e gli oppositori che alzano la voce, si agitano e inseguono voti nel malcontento, sembrano soddisfattissimi della situazione com'è. Oppure sono soltanto superficiali e pressapochisti, il che di fatto non cambia. E allora ammettiamolo: abbiamo esattamente quello che ci meritiamo e andremo sempre peggio. Ma prendiamocela con noi stessi invece di ululare alla luna. Che noi siamo iene, cani, sciacalli o lupi mannari fa lo stesso: è solo una perdita di tempo.

Gabriele Adinolfi (5 novembre 2007)


http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=9863
lunedì, 13 agosto 2007


Segnaliamo un articolo pubblicato il 31 luglio nel giornale canadese National Post circa uno scandalo che vedrebbe coinvolto il Ministro dell'Immigrazione e della Cittadinanza della provincia dell'Ontario, esponente del Partito Liberale. Pare infatti che il ministro abbia destinato svariate somme di denaro a gruppi etno-culturali e religiosi in modo non trasparente. Motivo: voto di scambio, in vista delle prossime elezioni di ottobre.
Ecco di seguito indicati alcuni dei beneficiari delle sovvenzioni illecite nell'anno 2007 (tra parentesi l'ammontare espresso in dollari canadesi):

-
Islamic Institute of Toronto ($500,000)
-
St. George Arab Cultural Centre ($300,000)
-
Bengali Community Centre ($250,000)
-
Armenian Community Centre ($500,000)
-
Six Sikh temples ($750,000)
-
Chinese Professional Association ($250,000)
-
Museum of Hindu Civilization ($200,000)
-
Sri Sathya Sai Baba Centre of Toronto ($250,000)
-
United Jewish Appeal ($15 million)

Anche l'opposta fazione non ha resistito alla tentazione di procacciarsi i consensi all'interno delle micro-comunità allogene tramite concessioni a dir poco generose. Lo scorso ottobre Stephen Harper, leader del Partito Conservatore, mise a disposizione ben 30 milioni di dollari più l'edificio del War Museum di Ottawa per fondare un Centro per il Pluralismo Globale (e già il nome è tutto un programma...). Nell'articolo vengono menzionati altri particolari e retroscena degni di nota.

Le conclusioni sono quelle che già in altre occasioni abbiamo ribadito. La frammentazione etno-culturale produce l'asservimento dei pubblici poteri agli interessi particolaristici delle varie comunità, le quali, in ragione della loro stessa presenza e consistenza, si sentono in diritto di avanzare (e vedere accontentate) ciascuna le proprie richieste (soddisfatte, come abbiamo visto, non sempre per vie legali). Tutto nel più puro spirito lobbistico. E' così che il "do ut des" diventa l'unica vera regola di un sistema politico già avvelenato.

Fonte: National Post

How ethno-politics poisons democracy

Naresh Raghubeer, National Post
Published: Tuesday, July 31, 2007

Last week, Ontario Auditor-General Jim McCarter reported that the province's Immigration and Citizenship Ministry has been dispensing millions of dollars in grants to ethnic groups under a process that is "not open, transparent or accountable." In many cases, groups got money simply because their members were chummy with ministry insiders. "In essence, the decisions behind 'who got what' were often based on conversations, not applications," Mr. McCarter concluded.
But Mr. McCarter's report does not merely highlight a failure of process in an otherwise sound government disbursement program. What the Auditor-General documents is nothing less than a taxpayer-funded political black market based on "ethnic" and religious vote-buying.
Dalton McGuinty's government marked the 2006 and 2007 fiscal year-end by rushing $32.5-million dollars out the treasury's door. Destination: cultural and religious groups likely to vote Liberal in the coming October elections.
2007 grant recipients included: - Islamic Institute of Toronto ($500,000) - St. George Arab Cultural Centre ($300,000) - Bengali Community Centre ($250,000) - Armenian Community Centre ($500,000) - Six Sikh temples ($750,000) - Chinese Professional Association ($250,000 ) - Museum of Hindu Civilization ($200,000) - Sri Sathya Sai Baba Centre of Toronto, ($250,000) - United Jewish Appeal ($15 million)
Most astonishingly, the McGuinty government also threw a million dollar grant at the Ontario Cricket Association -- a sum that was $850,000 more than the Association itself had requested. The Iranian-Canadian Community Centre's $200,000 grant was disbursed despite there being "no written request for funding." In some cases, the spectre of a political quid pro quo was overt: The $250,000 that went to the Chinese Professional Association of Canada (CPAC) was delivered just a few months after 10 CPAC board members attended a fundraiser for the Minister of Immigration and Citizenship, Mike Colle (who has since resigned). A CPAC board member also worked in the Minister's office. Small world.
Awestruck Sikhs beheld $250,000 landing in a temple that was embroiled in a court battle over the alleged mismanagement of funds. Meanwhile, two grants of $100,000 each went to Sikh gurdwaras in Malton and Rexdale, where certain Sikh devotees promote the Khalistan movement and push to break up India. Photos of Sikh "martyrs" cover the Malton Gurdwara's walls. Even an image of Talwinder Singh Parmar is posted there, despite his masterminding 329 murders --including 280 Canadians and 136 children -- in the 1985 Air India bombing, the worst terrorist attack in this nation's history. It is the equivalent of funding a mosque that venerates Osama bin Laden.
The quest for votes means politicians are less willing to differentiate between moderates and extremists: Whoever is seen to control the microphone at the local temple -- and is therefore in a position to guide voting decisions -- gets the cash. Hence, federal and provincial politicians now shamelessly attend Sikh and Tamil events where terrorists are glorified. The same phenomenon may well explain why Liberal leader Stephane Dion had his party vote down crucial expiring provisions of the Anti-Terrorism Act, a law introduced by his own party in 2001. This placated the Muslim and Sikh supporters who helped him win the Liberal leadership. They know the Act's demise will help scuttle the RCMP's last chance to definitively fix guilt in the Sikh terrorist plot against Air India Flight 182, and thereby deny any sense of closure to the families of the murdered victims.
Canada's federal Conservatives can't resist, either, it seems. Last October, Mr. Harper turned over $30-million and Ottawa's venerable old War Museum building to establish the Centre for Global Pluralism. The Centre is to be captained by the Aga Khan, the spiritual leader of 15 million Shia Ismaili Muslims. How will our government react when much larger religious groups, such as Sunni Muslims, Hindus, Sikhs, Jews or Christians show up, wanting to establish similar international centres?
Meanwhile, back in Ontario, how have things gone since former citizen and immigration minister Mike Colle fell on his sword? In response to aggressive lobbying by Muslim and Jewish community members, Conservative Leader John Tory is promising $400-million to religious schools -- with the hope that religious votes will carry him to Ontario's premiership in October.
Whose interest is served when politicians play vote-bank politics with Canadian tax dollars? We risk importing into Canada the tribal politics that afflict the countries from which many of our immigrants have fled.
We also risk melding the realms of state and religion. This is a mixture that apparently appalls "progressive" Canadians when the religion at issue is Christianity. Why should the phenomenon be any less pernicious when the faith is Islam, Hinduism, Judaism or Sikhism?
Mr. McCarter's report is a warning that should be heeded not only in Ontario, but all across Canada. Canadians are justly proud to live in a country where people can practice their privately held faiths freely. The private sphere is where such matters should remain: Publicly funded programs that subsidize religious and ethnic groups may benefit a handful of well-connected organizations. But our democracy as a whole becomes impoverished in the process. - Naresh Raghubeer is executive director with the Canadian Coalition for Democracies, a non-partisan, multi-ethnic, multi-religious organization of concerned Canadians dedicated to human rights, national security and the promotion of democracy.

naresh@canadiancoalition.com

© National Post 2007

giovedì, 02 agosto 2007









Dal quaderno n° 2 di Polaris L'immigrazione, a cura di Francesco Amato, Pietro Battistella, Francesco Boco, Paolo Caioli, Maria Teresa Ferazzoli, Andrea Forti, Vincenzo Pino, Augusto Ricci, Adriano Scianca - coordinatore: Gabriele Adinolfi (pp. 14-15).

Perché gli immigrati devono diventare italiani?
 
La logica surrreale che muovendo da pregiudizi utopici sottende persino il “diritto di naturalizzazione” ha prodotto la legge testé approvata per la quale cinque anni in Italia sono sufficienti per diventare italiani.
Come si può rifiutare la cittadinanza italiana con i diritti di assistenza, di accoglienza che comporta? Con che cuore? Questo è il ragionamento che giustifica la rivoluzione delle cittadinanze, la quale rivoluzione più che di un intento umanitario è frutto di un’ideologia universalista, global e internazionalista: ovvero della volontà fanatica di minoranze organizzate.
Perché l’assistenza sociale, l’assistenza medica, l’accoglienza, il permesso di lavoro, prescindono dalla nazionalità. Anzi, come vedremo, è paradossalmente uno svantaggio possedere la cittadinanza italiana piuttosto che essere ufficialmente definiti immigrati.
Che si dia per acquisto che ottenere la cittadinanza sia indispensabile dal punto di vista dei diritti è probabilmente frutto di disinformazione e di confusione più che di mala fede; la quale ultima interviene invece di sicuro allorché si pretende che assumere la cittadinanza sia un normalissimo diritto di tutti gli stranieri. A sostenerlo è un’ideologia che aborre i vincoli, la continuità, i radicamenti. Ogni nazione è considerata come un albergo, una sorta di Club Mediterranée; ognuno sarebbe libero di cambiare nazionalità senza portare sulle spalle i Penati perché ognuno è considerato un atomo informe.
[...]

L'immigrazione (Polaris), pp. 14-15
martedì, 31 luglio 2007


Charles Rabemananjara, capo del governo malgascio, nonché ministro dell'Interno, ha dichiarato lo scorso venerdì che lo Stato ha momentaneamente sospeso la concessione della cittadinanza malgascia ai figli nati da coppie miste e in particolare da madre indigena e da padre straniero (quasi sempre bianco europeo, magari turista). La limitazione vale anche per gli stranieri sposati civilmente con le donne dell'isola. La data a partire dalla quale avranno effetto le nuove disposizioni non è ancora stata resa nota.
Queste restrizioni andranno ad integrare quella di qualche mese fa, che nega il diritto ai "meticci" di candidarsi alle elezioni per la presidenza del Madagascar.
Il messaggio è molto chiaro: lo ius solis? Che se lo tengano gli Europei!

Fonte: François Desouche (articolo tratto dal quotidiano MIDI Madagascar, del 30/07/2007)
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categoria:politica, cronaca, africa, cittadinanza, multietnicismo, razzismo anti-bianco
giovedì, 21 giugno 2007


Avviso per i firmatari della petizione Italiani in 5 anni? No, Grazie!

I moduli per la raccolta delle firme devono pervenire entro il 30 giugno a:

Forza Italia - Viale Monza 137, 20125 Milano

oppure possono essere inviati via fax al numero
02.28389307
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categoria:italia, resistenza, immigrazione, cittadinanza, comunicazioni e petizioni
venerdì, 15 giugno 2007


Risalgono allo scorso aprile alcune sconcertanti (per alcuni forse neanche troppo) dichiarazioni di Baljeet Ghale, il primo presidente del NUT (National Union of Teachers - Associazione Nazionale dei Docenti) appartenente ad una minoranza etnica. La signora Ghale, di origine keniota, arrivò in Inghilterra quando aveva otto anni.

In occasione di una conferenza del NUT, Baljeet Ghale aveva dichiarato che i vari ministri del governo laburista attualmente in carica alimentavano un atteggiamento razzista ordinando alle scuole l'insegnamento dei "valori britannici" (!!!). In realtà i valori in questione sono la solita tiritera universalistica della tolleranza e della libertà di espressione (quella sconosciuta!). Dunque, poco a che vedere con quella che gli Inglesi chiamano Britishness, ovvero il sentire propriamente britannico.
La signora Ghale contestava questo presunto monopolio che la Gran Bretagna avrebbe sulla tolleranza e la libertà di parola. E considerando i numerosi casi di censura multietnicista o di vera e propria repressione "legale" nei confronti di espressioni varie di un pensiero non conforme alla "morale" vigente, verrebbe quasi di darle ragione. Difatti è così: specialmente nel Regno Unito, quando si toccano certi argomenti, dire fino in fondo ciò che si pensa o anche soltanto l'ovvio può costar caro (l'insegnante Andrew McLuskey, per esempio, ne sa qualcosa).

Naturalmente le parole di Baljeet Ghale, la quale rifiuta la conformazione ad una "visione imposta" (?!) dei valori cosiddetti "britannici", spingono in ben altra direzione, che è quella di un'applicazione nuda e pura della "dottrina" multiculturalista. Del resto, a confermarlo è il suo nichilistico auspicio, intriso del più becero mondialismo, di "un sistema di istruzione che accetti il suo diritto (?!) di tifare per il Tottenham" nel campionato di calcio nazionale, "per la Francia agli Europei, per il Brasile ai Mondiali, per il Kenya alle Olimpiadi e per l'India nel cricket". Già, perché la signora Ghale non si definisce cittadina britannica, bensì "cittadina globale", cittadina del mondo... nel mondo del nulla.

Fonte: BBC News

Britishness lessons 'fuel racism'

By Gary Eason
BBC News, at the NUT conference

The first ethnic minority president of the National Union of Teachers has said ministers fuel racism by ordering schools to teach "British values".

London assistant head teacher Baljeet Ghale told the union's annual conference Britain did not have a monopoly on free speech and tolerance.

The move only fuelled the "shadow of racism" behind some notions of Britishness, she said.
A government spokesman dismissed her claims as "nonsense".
Ms Ghale, who came to England from Kenya at the age of eight, also criticised Labour's record on other education issues.

Identities

In January, the government published a report it had commissioned from Sir Keith Ajegbo in the wake of the London bombings, into how "citizenship" and "diversity" were being taught in schools.
It said more could be done to ensure children "explore, discuss and debate their identities".
At the NUT conference, in Harrogate, Ms Ghale said Education Secretary Alan Johnson had described the "values we hold very dear in Britain" as "free speech, tolerance, respect for the rule of law".
"Well, in what way, I'd like to know, are these values that are not held by the peoples of other countries?" she said.
It was another example of government making policy without talking to those it would most affect.
She wanted an education system that valued diversity and accepted her right to support Tottenham Hotspur - but France in the European Cup, Brazil in the World Cup, Kenya in the Olympics and India in cricket but England in the Ashes.
She went on: "I certainly don't pass Tebbit's cricket test but none of my affiliations make me a less valuable person or less committed to being part of this society, but they do make me a global citizen."
For some people, racism lay behind notions of what it meant to be British, she said.
The government's move was not about integration, participation or national pride but failure to assimilate or who should be here in the first place.
"To demand that people conform to an imposed view of Britishness only fuels that racism," Ms Ghale said.
A spokesman for the Department of Education and Skills said: "It is nonsense to suggest that learning British values in citizenship classes - based on a major independent review by respected former headteacher Sir Keith Ajegbo - has anything to do with racism.
"On the contrary, teenagers learning about shared British history is one of the essential building blocks of community cohesion.
"Sir Keith's report in January concluded that all children should be taught core British values such as tolerance, freedom of speech and justice and included a series of recommendations aimed at improving community cohesion and helping children understand both diversity and identity."

Cuba

In her wider attack on Labour's record, the NUT president gave examples of failures in the school rebuilding programme, such as a new roof on part of a school being removed because the supplier had not been paid.
She said the money being spent on academies should be spread more widely around the system and she highlighted the smaller class sizes enjoyed by pupils in Cuba.
She called for the end of national testing and league tables and accused the government of having a negative and low expectation of pupils.
"If the current government was marked with an Ofsted grading it would be given a notice to improve," she said.Its leadership and management was inadequate and change was required.
sabato, 09 giugno 2007
Dal sito Internet Orionlibri (scheda prodotto):

L'IMMIGRAZIONE

Editore: Società Editrice Barbarossa
Autore: Autori Vari
Anno: 2007
Pagine: 160
Sezione: Politica e attualità
Argomento: Imperialismo Antimperialismo
Codice: BROSSA0278LB

Prezzo:12,00 € (I.I.)






DALL'INTRODUZIONE

Cos’è e come procede l’immigrazione
Ovvero da cosa nasce il fenomeno e come viene gestito in Italia;
quali moniti ci giungono dall’estero;
il sistema dei politraffici, la guerra tra poveri, l’opportunismo degli sfruttatori, il ruolo delle associazioni, i pregiudizi del fondamentalismo utopico e global
Polaris


[...]

Ricapitolando, gli elementi cardine della questione ci paiono questi:

* L’immigrazione è endemica al sistema di sfruttamento globale delle Multinazionali.
* Il problema non può essere visto se non nella sua globalità, né può essere risolto se non si cambia politica di sviluppo, se non si trasformano i rapporti internazionali.
* A gestire i flussi dell’immigrazione sono, soprattutto, organismi cha appartengono alla Criminalità Organizzata.
* L’aspetto criminale e criminogeno dell’