mercoledì, 04 giugno 2008


da Apcom (via notizie.alice.it):

A MILANO E' MUHAMMAD IL NOME PIU' DIFFUSO TRA I NEONATI
Superati in classifica i tradizionali nomi italiani

Roma, 31 mag. (Apcom) - Quale sarà il nome più diffuso tra i neonati di Milano? Andrea? Marco? Alessandro? O forse Davide? No, sbagliato: è Mahmoud (Maometto), con tutte le sue varianti (Ahmad e Hamid). Lo riporta 'Ynet', l'edizione online dello 'Yedioth Ahronoth' citando il saudita Al Watan (1).

La ragione di questo primato è molto semplice: il tasso di natalità nella comunità musulmana di Milano è decisamente più alto di quello del resto della città, secondo quanto riportano anche le stime del comune meneghino. E la società milanese si dice "preoccupata", "per la crescente diffusione in città della religione islamica, che rischia di cambiare i caratteri culturali" di Milano.

http://notizie.alice.it/notizie/cronaca/2008/05_maggio/31.........html

Nota:

(1)
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3550085,00.html
domenica, 25 novembre 2007


Nel blog di supporto a Fatti d'Europa (L'archivio), sotto la categoria "emigrazione", è stata raccolta una serie di articoli (provenienti da fonti diverse) riguardanti un nuovo preoccupante fenomeno: la fuga degli Europei dalle rispettive nazioni. Prima di fornire i numeri relativi a questo esodo e al contemporaneo ingresso di immigrati (la situazione meglio documentata è quella della Gran Bretagna), vale la pena fare almeno tre osservazioni di carattere generale desumibili dalla lettura degli articoli:

1) Perché gli Europei emigrano? Per un generale scadimento della qualità della vita (dipendente, ad esempio, dal sistema di tassazione o di previdenza sociale), per il senso di sfiducia nelle opportunità lavorative o di carriera professionale che verrebbero loro offerte (es.: disoccupazione, retribuzioni giudicate insufficienti), per l'erosione culturale di cui si sentono vittime in patria.
Fra questi aspetti e la questione dell'immigrazione esiste un rapporto più o meno diretto.
 
2) Chi emigra? A lasciare il proprio paese sono soprattutto giovani europei qualificati, professionisti magari dalla carriera già avviata, ma negli ultimi anni è in aumento anche il numero di emigrati in possesso di titoli di istruzione inferiori

3) Cosa accade nel frattempo? L'immigrazione verso i paesi europei sta aumentando o resta sostanzialmente stabile (come in Germania). La grande maggioranza degli immigrati non è qualificata ed è poco istruita.

Ma sia ben chiara una cosa: scappare non è mai una soluzione!
Ecco alcune cifre relative a Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Svezia.

Gran Bretagna:

Dal 1997:
- 1,8 milioni di Britannici sono emigrati e di questi circa la metà ha fatto ritorno;
- più di 3 milioni di stranieri sono arrivati e circa la metà se n'è andata;
QUINDI: 900.000 Britannici in meno e come minimo 1,5 milioni di stranieri in più.

Dal 2001 al 2005:
- 2.258.000 gli immigrati giunti: di questi, 871.000 quelli ripartiti; ALLORA 2,258 milioni - 871 mila = +1.387.000 residenti nati all'estero;
- 503.000 cittadini britannici hanno lasciato il paese e non sono più tornati;
- la percentuale dei nati all'estero è salita dall' 8% (2001) al 10% del totale (2005).

Fra giugno 2005 e giugno 2006:
- 207.000 cittadini britannici hanno abbandonato l'isola;
- sono arrivati almeno 574.000 immigrati.

Anno 2006:
- complessivamente, un aumento di 316.000 stranieri ed una perdita di 126.000 Britannici;
- l'immigrazione ha contribuito per il 55% alla crescita della popolazione;
- 4 emigrati su 10 occupavano incarichi professionali e manageriali.

Mete preferite dagli emigrati britannici: Australia, Spagna, Nuova Zelanda, Francia, Stati Uniti.

A Birmigham, nelle classi elementari, i bambini che non parlano inglese come madrelingua sono passati, nel solo ultimo anno, dal 5 al 20%.

Aborti: interrotta 1 gravidanza su 5 (il dato si riferisce all'Inghilterra e al Galles, ma è ignoto il periodo di riferimento).

Fonti: Townhall.com, The Telegraph (1 e 2), pressdispensary.co.uk, Daily Mail (1 e 2), Effedieffe

Germania:


Anno 2005:
- 144.815 i Tedeschi emigrati secondo l'ufficio federale che si occupa di statistiche (+25% rispetto al 2002);
- N.B.: questo è soltanto il dato ufficiale, sicuramente inferiore a quello reale, poiché molti lasciano la Germania senza notificare la propria partenza alle rispettive municipalità;

Due le ragioni principali che spingono i Tedeschi ad andarsene: tassazione troppo elevata ed estraniazione socio-culturale dovuta all'immigrazione di massa, la quale stravolge il profilo identitario di appartenenza e di riferimento.

Mete preferite:
Norvegia, Danimarca, Svizzera, Austria, Nuova Zelanda, Stati Uniti.

Emigrati tedeschi:
- la metà ha meno di 35 anni;
- la percentuale dei laureati è 10 volte maggiore rispetto alla media nazionale.

Fonti: The Brussels Journal, Spiegel online

Paesi Bassi:


Anno 2006: più di 130.000 Olandesi hanno lasciato il paese.

Nei primi 9 mesi del 2006:
- quasi 100.000 gli emigrati (12.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2005) e circa la metà erano nativi d'Olanda;
- 76.000 immigrati si sono stabiliti nel paese (+6.000 rispetto allo stesso periodo del 2005).

L'emigrazione ha raggiunto i livelli più alti dopo gli assassinii di Pim Fortuyn e Theo van Gogh. Essa ha rallentato la crescita della popolazione.

Fonti: The Brussels Journal, Expatica

Svezia:


Anno 2006:
-
95.750 immigrati (è record: +47% rispetto al 2005);
- 44.908 persone emigrate (+18% rispetto al 2005);
- il gruppo più consistente di immigrati (16%) è costituito da Svedesi che ritornano in patria, seguiti però dagli Iracheni (11%), la cui immigrazione nel paese scandinavo, per effetto della guerra condotta dagli Stati Uniti, è aumentata del 269% rispetto al 2005.
[cliccare sul collegamento in basso per vedere una lista, in fondo all'articolo, relativa ai paesi di provenienza degli immigrati in Svezia]
- 51.239 immigrati hanno acquisito la cittadinanza svedese (altro record): di questi, ben 12.895 erano iracheni.

Fonte: The Local
domenica, 04 novembre 2007


Nel precedente post per dovere di memoria storica, collettiva, nazionale, abbiamo voluto ricordare la quasi dimenticata festa del 4 novembre, giorno in cui si ricorda la vittoria definitiva sull'Austria-Ungheria nella Prima Guerra Mondiale, con la quale veniva portato a compimento il processo di unificazione nazionale.
Una delle più note e suggestive canzoni di quel periodo, "La leggenda del Piave", diceva:

il Piave mormorò: "Non passa lo straniero!"

Ebbene signori, ad 89 anni di distanza lo straniero, in vari modi, è stato fatto passare  ripetutamente. Oggi vogliamo comunque ricordare quel 4 novembre 1918: vogliamo perché dobbiamo, ma con tanto amaro in bocca. Sì, perché il nostro è il tempo della resa e del tradimento, non della vittoria. Vari articoli, più o meno recenti, in successione cronologica:

1) Il sindaco e i negozianti: "Assumiamo i lavavetri" (La Stampa del 3 settembre 2007)

2) Piazza Vittorio all'Opera. Mozart multietnico e anche Papageno canta in senegalese (la Repubblica, ed. di Roma, del 14 settembre 2007)

3) Sullo stato della Lingua Nazionale (Rinascita del 18 settembre 2007)

4)
La «carta blu» dell'Europa per gli immigrati di talento (Corriere della Sera del 23 ottobre 2007)

5) Italia, è boom di immigrati (Corriere della sera del 30 ottobre 2007)

6)
Un milione e duecentomila i musulmani in Italia: il secondo gruppo religioso (il Giornale del 30 ottobre 2007)

7) Napolitano: "Senza l'immigrazione il sistema Italia si bloccherebbe" (La Stampa del 30 ottobre 2007)

8) Dedicato a Giovanni Gumiero (blog Euro-Holocaust del 4 novembre 2007)

9) Basi Nato in Italia: paese a sovranità limitata (immagine)
sabato, 18 agosto 2007

Clicca sull'immagine per ingrandirla


Illustriamo schematicamente e sinteticamente alcuni dati relativi alla situazione etnico-demografica di Inghilterra e Galles per l'anno 2006 (dati elaborati dall'Ufficio per le Statistiche Nazionali e divulgati l'8 agosto 2007).

Totale nascite (in Inghilterra e Galles): 669.000 circa
Nati da madre alloctona* : 147.000 circa (equivalente al 22% del totale)
Nati da padre alloctono* e madre autoctona* : 6% del totale

* Nota:
Onde evitare confusioni, si presti particolare attenzione al significato esatto dei termini.
- alloctono:
chi non è nato nel luogo in cui risiede ("foreign-born", nato all'estero)
- autoctono:
chi è nato nel luogo in cui risiede ("British-born", nato in Gran Bretagna)
Questo significa che tra gli autoctoni sono annoverati anche quelli etnicamente "non britannici" ma nati in Gran Bretagna.

Le madri straniere sono più o meno equamente ripartite fra i seguenti macro-gruppi etnici:
- asiatiche
- europee
- africane e caraibiche
- altro

Indice medio di fertilità per donna
Donne autoctone ("British-born"): 1,6 figli
Donne alloctone ("foreign-born"): 2,2 figli
Il tasso di fertilità più elevato si registra tra le donne nate in Pakistan (media di 4,7 figli per donna).

Dopo l'allargamento dell'Unione Europea nel 2004, più di 600.000 Europei dell'Est sono arrivati in Inghilterra (l'afflusso più consistente in assoluto), concentrandosi soprattutto nei paesi e nelle borgate delle aree rurali, dove hanno trovato impiego a bassa retribuzione presso aziende agricole e strutture alberghiere.

Il Governo prevede un aumento della popolazione complessiva del Regno Unito fino a raggiungere i 67 milioni di unità entro il 2031. Gran parte della crescita (equivalente a sei nuove città delle dimensioni di Birmingham!) dipenderebbe dall'immigrazione. Ma c'è chi addirittura considera sottostimato questo tasso di crescita: tra questi, David Green, direttore del comitato di esperti Civitas.

La mappa (vedi immagine sopra) mostra i distretti locali inglesi nei quali si sono verificati gli aumenti più alti di lavoratori stranieri dal 2002-2003 al 2005-2006. In questi tre anni i lavoratori immigrati sono cresciuti mediamente dell'87% in tutta l'Inghilterra. Le percentuali con i relativi istogrammi, a lato, si riferiscono ai cinque valori più alti.
Nella colonna a destra sono riportate le percentuali dei bambini nati da madri alloctone nel 2006, suddivise per aree geografiche. Spiccano i due dati relativi a Londra centro e Londra periferia, rispettivamente del 59% e del 48% (!!!).
Nella colonna a sinistra abbiamo invece dei diagrammi a torta riferiti all'anno 2001 e indicanti la composizione macro-etnica (bianchi, asiatici, neri e meticci) di alcune delle più grandi città del Regno Unito.

Fonte: Telegraph

Immigration is changing rural England life
By Ben Leapman , Sunday Telegraph
Last Updated: 1:44am BST 08/08/2007


Britain's face is changing. More than half of all babies born in London last year were the children of foreign-born mothers. Across England and Wales, the figure was approaching a quarter.
Recent polls, including the Ipsos Mori political monitor, last month, have put immigration at number one in the public's list of concerns. This used to be a polite way for people to tell pollsters that they were racists.
Yet race is no longer the issue: not since the arrival of more than 600,000 white Eastern Europeans after the expansion of the European Union in 2004, in what has become the biggest-ever influx of foreigners to our shores.
[...]
As our map on page 17 shows, the new migration hotspots are not the multi-ethnic inner cities that absorbed previous waves of immigration, but rural towns and villages where low-paid farm and hotel work is being done by Eastern Europeans.
In Scarborough, North Yorkshire, Polish grocery shops have sprung up. In Great Yarmouth, Norfolk, a policeman has taught himself to speak Lithuanian so he can chat to locals on his beat.
The biggest winners, apart from the migrants themselves, are the farmers and hoteliers who employ them at minimum-wage rates. The losers are the British craftsmen and cleaners, farm labourers and semi-skilled workers whose wages have been forced down as they compete in the labour market.Overall, immigration increases the size of Britain's total economy, but its impact on what really matters - gross domestic product per head, or average wealth - is very small. Andrew Green, of MigrationWatch, claims that the positive effect is equivalent to 4p a week, or a Mars bar every three months.
[...]
These show that out of 669,000 babies born last year in England and Wales, 147,000, or 22 per cent, were the children of foreign-born mothers. A further six per cent had British-born mothers but foreign-born fathers.
Among the foreign mothers, roughly a quarter were Asian, a quarter European, a quarter from Africa or the Caribbean, and a quarter from elsewhere.
The figures also show that British-born women have, on average, 1.6 children - less than the "replacement rate" needed to keep the population stable. Foreign-born women living in Britain have, on average, 2.2 children. The highest fertility rate is among women born in Pakistan but living in Britain, who have an average of 4.7 children.
The Government Actuary predicts that by 2031, Britain's population will have risen from 60 million to 67 million, with most of the growth due to net immigration. The increase is the equivalent of six new cities the size of Birmingham. Yet many believe that even this is an underestimate.
David Green, the director of the Centre-Right think tank Civitas, said: "The current statistical basis is so weak, and there are so many unknowns - but I think everybody expects it to be much higher than that." Whatever the precise numbers, it looks certain that Britain in the future will be more crowded, and more diverse, than it is today.
venerdì, 27 luglio 2007
Dal quaderno n° 2 di Polaris L'immigrazione, a cura di Francesco Amato, Pietro Battistella, Francesco Boco, Paolo Caioli, Maria Teresa Ferazzoli, Andrea Forti, Vincenzo Pino, Augusto Ricci, Adriano Scianca - coordinatore: Gabriele Adinolfi (pp. 6-8).

Buco nero e banda del buco

L’immigrazione è un paradiso o un inferno?
A questa domanda, certuni, fermi sulle loro convinzioni ideologiche, rispondono che si tratta di un paradiso, o perlomeno di un paradiso possibile. Altri la considerano un inferno. Di certo, benché non sia assolutamente coretto impostare così la questione, un paradiso non è.
Non è un paradiso in Italia, come vedremo; e non lo è di sicuro all’estero.
In Francia trent’anni e più di legislazione pro-immigratoria forse hanno inizialmente aiutato le imprese ma poi hanno finito col costare, non solo socialmente (il vulcano delle banlieues è oramai sempre acceso con quel che ne consegue in brutalità criminose) e culturalmente (la regressione culturale e linguistica da massificazione si è rivelata sorprendente) ma anche economicamente.
Il debito pubblico transalpino al 2006 conta ben 80 miliardi di euro di passivo per il sostentamento degli organismi sociali. Si pensi a questo proposito che subito
dopo la rivolta delle banlieues del novembre 2005 i fondi per le associazioni assistenziali ai banlieusards che dovevano inizialmente essere ridotti sono stati immediatamente raddoppiati!
Ben più rivelatorie le cifre della Germania.
Gli immigrati disoccupati, solo in termini di sussidio pubblico, sono costati 45 miliardi nel quinquennio 2000-2005 e questo in misura progressiva, visto che nel solo 2005 il costo ha superato i 10 miliardi e mezzo di euro. L’assistenza familiare pesa per 18,5 miliardi all’anno. L’assistenza sociale in Germania è per oltre i due terzi appannaggio degli immigrati, l’ottanta per cento dei quali beneficia dell’assistenza senza versare alcun contributo ed ha diritto a cure mediche, ricoveri in ospedale e in case di riabilitazione a titolo gratuito. 16 miliardi di euro all’anno sono investiti per cercare di approntare sistemi scolastici che permettano in qualche modo la riduzione del gap culturale. I detentori del titolo di “diritto d’asilo” comportano altri 50 miliardi di euro annui sulle casse tedesche.
Queste cifre inducono a riflettere.
Esse fanno giustizia di un luogo comune del tutto campato in aria: quello secondo il quale
l’immigrato, in quanto forza-lavoro, rappresenterebbe una risorsa che consentirebbe di rifondere, con i suoi contributi, i capitali dell’assistenza sociale in nazioni come la nostra in tendenza alla denatalità: per il momento invece, e significativamente in paesi dall’immigrazione lungamente radicata, avviene l’esatto contrario.
Le cifre ci attestano ancora un altro dato: e cioè che l’immigrazione costa molto alla collettività in termini economici.
C’è però un terzo dato sul quale non si è soliti soffermarsi ma che è capitale, strategico.
Del buco nero causato alle casse del paese esistono numerosi beneficiari; associazioni di aiuti all’emigrato, assistenti sociali, funzionari vari i quali, uniti tra loro a rete e organizzati in stile lobbistico, impongono ai politici il perseverare una politica di sprechi di cui i loro organismi, la cui struttura parassitaria è inequivocabile, beneficiano economicamente. E, visto il perpetrarsi di un insuperabile disagio, i loro esponenti di spicco ne beneficiano anche politicamente o personalmente in quanto sono considerati “esperti” e, agendo come indiscussi mediatori, acquisiscono un’influenza sempre maggiore che si rivela monetizzabile.

L'immigrazione
(Polaris), pp. 6-8
sabato, 09 giugno 2007
Dal sito Internet Orionlibri (scheda prodotto):

L'IMMIGRAZIONE

Editore: Società Editrice Barbarossa
Autore: Autori Vari
Anno: 2007
Pagine: 160
Sezione: Politica e attualità
Argomento: Imperialismo Antimperialismo
Codice: BROSSA0278LB

Prezzo:12,00 € (I.I.)






DALL'INTRODUZIONE

Cos’è e come procede l’immigrazione
Ovvero da cosa nasce il fenomeno e come viene gestito in Italia;
quali moniti ci giungono dall’estero;
il sistema dei politraffici, la guerra tra poveri, l’opportunismo degli sfruttatori, il ruolo delle associazioni, i pregiudizi del fondamentalismo utopico e global
Polaris


[...]

Ricapitolando, gli elementi cardine della questione ci paiono questi:

* L’immigrazione è endemica al sistema di sfruttamento globale delle Multinazionali.
* Il problema non può essere visto se non nella sua globalità, né può essere risolto se non si cambia politica di sviluppo, se non si trasformano i rapporti internazionali.
* A gestire i flussi dell’immigrazione sono, soprattutto, organismi cha appartengono alla Criminalità Organizzata.
* L’aspetto criminale e criminogeno dell’immigrazione anche in casa nostra è strettamente connesso al sistema di Crimine Organizzato internazionale e ai politraffici illegali del sistema multinazionale.
* A gestire la permanenza in loco degli immigrati sono associazioni assistenzialistiche infarcite di pregiudizi ideologici, le cui finanze crescono proporzionalmente all’incontrollabilità del fenomeno che, quindi, tendono ad alimentare sia in numero che in confusione.
* In Italia, come in ogni altra terra europea d’immigrazione, la gestione del fenomeno porta a una guerra tra poveri con un rovesciamento dei privilegi; rovesciamento di cui fanno le spese le classi povere italiane che già avevano pagato il costo della politica economica globale.
* In sostanza la gestione dell’immigrazione è sbagliata in toto, da monte a valle, e ne fanno spese tutti: dagli immigrati agli autoctoni.

Consiglio all'utenza di leggere per intero l'introduzione nella scheda del prodotto e, naturalmente, di acquistare il libro, che è possibile ordinare dallo stesso sito.
domenica, 20 maggio 2007


La dimostrazione di Roy Beck, direttore esecutivo di NumbersUSA, contenente una dettagliata analisi degli effetti che le attuali politiche immigratorie degli Stati Uniti hanno e avranno sulla popolazione americana e sul territorio. La tesi di fondo è sintetizzabile in due idee centrali:
  1. il problema non è costituito dagli immigrati in quanto tali, ma dai numeri dell'immigrazione;
  2. politiche più morbide ed elastiche applicate al fenomeno migratorio in nessun modo possono rivelarsi una forma di aiuto per i paesi del Terzo Mondo o comunque in difficoltà economica (es.: Messico).
Il video è interamente in inglese e privo di sottotitoli, ma ne consiglio vivamente la visione anche ad un pubblico che abbia scarsa dimestichezza con la comprensione orale della lingua.


L'operazione di "buffering" potrebbe richiedere alcuni minuti. Il video dura 13:41 min.

mercoledì, 02 maggio 2007


David Conway, membro di un comitato di esperti indipendente sulle politiche sociali della Gran Bretagna (Civitas), è l'autore di un rapporto di recente pubblicazione dal titolo A Nation of Immigrants?. In questo libello di cento pagine David Conway mette in discussione la tesi di coloro che tendono a minimizzare le ripercussioni della recente immigrazione di massa spacciandola per uno dei tanti fenomeni "naturali" e "fisiologici", già visto nel corso della storia. Come si evince dallo stesso titolo, l'autore confuta l'idea tipicamente multietnicista di una Gran Bretagna che sarebbe nata e si sarebbe sviluppata come nazione essenzialmente ibrida, "meticcia" (quante volte avrete sentito ripetere la stessa "cafonata" a proposito dell'Italia?). Infatti, numeri alla mano si può facilmente constatare che le ondate migratorie dei secoli precedenti, come quelle dei Normanni, degli Ugonotti o degli Ebrei, furono ben poca cosa se paragonate a quelle che hanno avuto inizio da almeno vent'anni a questa parte. Oggi l'immigrazione aumenta ogni 2 anni di un punto percentuale la popolazione britannica, quando gli immigrati dei secoli addietro hanno apportato lo stesso "contributo umano" (in termini percentuali) distribuito nell'arco di decenni. E' dunque evidente che la situazione cui il paese sta assistendo è senza precedenti (ovviamente è possibile estendere il discorso, almeno nelle sue linee generali, ad altri paesi europei, Italia compresa). Ma più interessanti sono le conclusioni alle quali giunge il rapporto: la consistenza dei flussi migratori attuali è tale da minacciare il Regno Unito come nazione, aprendo la strada ad una possibile crisi e disintegrazione politica. Stabilità, armonia sociale, libertà e tolleranza sarebbero in serio pericolo a causa dello stravolgimento che si è prodotto nella composizione demografica, la quale in aggiunta risente della bassa fertilità tra la popolazione indigena. Civitas stima addirittura che il "punto di non ritorno" potrebbe essere stato raggiunto e che quindi il Regno Unito possa già considerarsi non più una nazione unica e coesa.
Lo scenario prospettato da Conway sembra essere in linea con le previsioni della demografa Michèle Tribalat, che tempo fa aveva parlato del rischio nell'imminente futuro di secessioni territoriali in Francia.

Fonti:
1. BBC News
2. Civitas

1.
Migration 'tipping point reached'

Immigration could lead to the political break-up of Britain, according to right-wing think-tank Civitas.

A pamphlet by the group suggests that Britain may have reached a "tipping point" beyond which it could no longer be seen as a single nation.
Shadow home secretary David Davis has called on the government to put a cap on those coming to the UK.
The Home Office said it had already announced a tough new points system aimed at immigrants.
The Civitas pamphlet - A Nation of Immigrants? - said the "seemingly reckless pace and scale" of immigration was bound to cause concern for people who saw the UK as a model of tolerance and freedom.
The 100-page booklet said Britain may have already reached a tipping point beyond which it could not longer be said to be a single nation.
"Once such a point is reached, political disintegration may be predicted to be not long in following," the report said.
Shadow home secretary David Davis said: "We know that unchecked immigration is putting pressure on housing and local services.
"Now this report shows that its effects are potentially even more serious."
"Given the limited number of schools, hospitals and houses, the government must apply a limit on the amount of people entering the country," he concluded.
A Home Office spokesman said the government supported legal migration which greatly benefited the economy and meant skilled migrants could fill labour gaps.
Ministers had also announced a new tough Australian-style points system for immigrants, he added.
"However, there are legitimate concerns about managing some of the effects of migration on communities. The government is listening to these concerns."
The spokesman also pointed to plans to create a panel to advise on where migrants would be best placed to fill gaps in the labour market.
David Conway, author of the Civitas report, said: "The view that Britain is a nation of immigrants suggests Britain has always experienced immigration on its present-day scale from time immemorial, which is by no means the case."
        

2. Unparalleled levels of immigration threaten Britain's cohesion as a nation

Immigration into Britain is now running at a level that is without precedent in our history and which threatens our cohesion as a nation, according to a report from the independent social policy think-tank Civitas.

In A Nation of Immigrants? David Conway takes issue with those who minimise the threat posed by mass immigration by claiming that this is nothing new; that we are a 'mongrel nation'; and that, in the words of the Commission on Racial Equality, 'everyone who lives in Britain today is either an immigrant or the descendant of an immigrant' (pp.2-3). He argues, to the contrary, that from the time England can be considered to have become a nation, immigration has never risen above very low levels and had no serious demographic impact until the last part of the twentieth century. Since 1997, however, Tony Blair's Labour government has effectively abandoned even the goal of limiting immigration. As a result, by encouraging unending mass immigration as a permanent feature of the political landscape, there may result a disintegration of the bonds that hold together the group of people that constitutes a nation:

'The country may possibly have already reached a tipping point beyond which it can no longer be said to contain a single nation. Should that point have been reached, then ironically, in the course of Britain having become a nation of immigrants, it would have ceased to be a nation. Once such a point is reached, political disintegration may be predicted to be not long in following'. (p.95)

[...]

Not so much waves as ripples

David Conway shows just how small these famous historic waves of immigration actually were. French Protestants fleeing religious persecution, known as Huguenots, began arriving in Britain in the sixteenth century, and came in much larger numbers after the revocation of the Edict of Nantes in 1685. They settled initially in the East End of London and became successful entrepreneurs, especially in the silk industry. However, their overall numbers cannot have exceeded 50,000, representing about one per cent of the population (p.50).

The wave of Jews escaping the pogroms who began to arrive in London towards the end of the nineteenth century represented an even smaller percentage increase to the population. In the last quarter of the nineteenth century there were 155,811 Jewish immigrants(p.59), and even if we include immigration between the two world wars, their numbers would not have been much over 225,000 - representing about 0.5% of the population.

The situation changed significantly at the end of World War II, when Britain experienced large-scale immigration from New Commonwealth countries, especially in Asia and the West Indies. This led to a series of acts of parliament to restrict immigration, including the 1962 Commonwealth Immigrants Act (p.73) and the 1971 Immigration Act (p.76), which brought primary immigration from New Commonwealth countries under control. However, the political turbulence of the 1990s saw a great increase in applications for asylum, from about 4,000 a year in the 1980s to about 98,000 in 2000 (p.93). Numbers rose rapidly following the election of New Labour in 1997, and, in the face of great public disquiet, the government introduced measures to reduce bogus asylum applications and to remove failed applicants (p.80). Although they have achieved some measure of success in these fields, it has done nothing to staunch a flow of immigration that has now reached the level of a flood:

'…since 1997 asylum seekers have never comprised the majority of immigrants to Britain… there are four other principal ways by which lawful entry to Britain may be gained which have all increased markedly since 1997 as a result of government policies. These are: family reunion, including marriage; full-time study; through having obtained a work permit or some other form of authorisation to work here; and, finally, EU citizenship.' (p.81)

Immigration now adds one per cent to the population every two years

As a direct result of the policies of the present government, which amount to a virtual abandonment of the control of our borders, immigration is now running at levels which have never been seen before in our history. In 2004 and 2005 net foreign immigration was 342,000 and 292,000 respectively, representing an increase in the population of one per cent in two years. Compared with earlier waves of immigration like the Huguenots and the Jews, who increased the population by one per cent or less over a period of decades, it is clear that we are in an unprecedented situation.

Stability, freedom and tolerance under threat from immigration

David Conway argues that current levels of immigration raise questions not only about numbers but about integration - although the second is related to the first. Until the last part of the twentieth century Britain's immigrant population comprised only a very small proportion of the total population. As a result, in order to flourish they had to adapt to the prevailing culture and integrate. This has given Britain an enviable record of social harmony combined with considerable ethnic and cultural plurality. However, the presence of large ethnic communities, for some of whom integration with the host culture is not an aim, is threatening this social harmony.

Those who cherish Britain's comparative stability, freedom, and tolerance cannot afford to ignore the potential threat that is posed to it by the large-scale changes in its demographic composition now taking place as a result of recent large-scale immigration in combination with declining fertility among its indigenous population. A society must always find it harder to reproduce its political culture and to maintain its traditions the less deeply rooted its members become in it historically and ethnographically. Of late, there has been a growing realisation of the plausibility of some such claim in light of the discovery that all four suicide bombers of 7 July 2005 were British-born, second generation British Muslims who had grown up in Britain in highly segregated enclaves in which normal patterns of acculturation into mainstream British life have apparently become far harder to sustain. It is particularly in light of how quickly and recently many such enclaves have sprung up in Britain, and are continuing to grow apace, that all those who want to see Britain remain the stable, liberal, and tolerant country it has been for so long need to consider carefully how much truth or falsehood is contained in the claim hat Britain is and has always been a nation of immigrants. (p.6)

'A Nation of Immigrants? A brief demographic history of Britain' by David Conway is published by Civitas, 77 Great Peter Street, London SW1P 2EZ tel 020 7799 6677, www.civitas.org.uk, price £10.00 inc. pp.

mercoledì, 18 aprile 2007


Nel 2000 in Belgio venne approvato il cosiddetto "decreto di cittadinanza veloce", che ha permesso agli stranieri extra-Ue di acquisire la cittadinanza dopo un certo numero di anni di residenza nel paese (generalmente 7, ma in alcuni casi sono stati sufficienti solamente 2 o 3 anni!). La cittadinanza è stata assegnata sulla base della sola permanenza, senza alcuna verifica preventiva di conoscenza della lingua e di integrazione sociale. Fino ad ora il suddetto decreto ha "creato" 337.904 "nuovi Belgi", una media di 4.277 naturalizzazioni al mese. Sono numeri impressionanti soprattutto se rapportati alla popolazione del piccolo stato, che conta circa 10 milioni di abitanti.
Secondo le stime del sociologo marxista Jan Hertogen, nel 2005 il 56,5% dei residenti di Bruxelles era composto da stranieri (intesi come non autoctoni), di cui il 30,2% in possesso della cittadinanza belga. Nel 2020 il 75% della popolazione cittadina potrebbe essere di origini straniere (la percentuale comprende sia i "nuovi Belgi" sia gli allogeni ancora privi di cittadinanza). Jan Hertogen parla di questo autentico rimpiazzo demografico come di "uno sviluppo impressionante ed unico da un punto di vista europeo o addirittura mondiale". Mi sfugge il senso delle sue parole, ma la prospettiva da lui delineata non è certo da accogliere con giubilo, a meno che non si prediligano svilenti e sciagurate tendenze etno-masochiste, purtroppo oggi molto "alla moda".

Evolutie vreemdelingen en  nieuwe Belgen in Brussel 1920-2020

Jaar

Vreemde-lingen (2)

Nieuwe Belgen (3)

Vreemde afkomst

Oude Belgen

1920

4,4%

 

 

 

1930

8,5%

 

 

 

1947

7,4%

 

 

 

1961(1)

6,8%

0,5%

7,3%

92,7%

1970

16,1%