venerdì, 18 luglio 2008



dal sito del Ministero degli Affari Esteri:


I rapporti bilaterali Italia-Russia

L’Italia ha sviluppato con la Russia relazioni di un’intensità tale da poterle qualificare come “rapporto privilegiato”. Nel corso degli ultimi anni, si è verificato un rafforzamento qualitativo e quantitativo, con la realizzazione di progetti comuni in molteplici settori che spaziano dalla cultura all’economia al dialogo politico. Su queste basi, lo scorso anno si sono svolte numerose visite ad alto livello, tra cui  la visita a Roma del Presidente Putin (13 marzo 2007), cui ha fatto immediato seguito il Vertice Intergovernativo di Bari (14 marzo). A margine del Vertice si e’ svolto a Roma, il 13 marzo 2007, il “Foro di Dialogo italo-russo delle società civili”. Da ultimo, il Presidente del Consiglio Berlusconi ha incontrato il Presidente Medvedev a margine del Vertice G8 di Hokkaido (7-9 luglio). La visita di Stato in Russia del Signor Presidente rappresenta un momento fondamentale dell’agenda bilaterale e ad essa faranno seguito, nella seconda metà dell’anno, il Vertice Intergovernativo, che sarà ospitato in Russia, ed il Consiglio di Cooperazione Economica.

Anche le relazioni commerciali tra Italia e Russia si confermano a livelli di eccellenza. L'Italia rappresenta il 4° partner commerciale della Russia, il 2° importatore, e l’8° esportatore (dati 2007). L'interscambio bilaterale, cresciuto del 50% nell’ultimo quadriennio, ha sfiorato nel 2007 i 24 miliardi di euro (+13% rispetto al 2006). Anche grazie al progressivo miglioramento del tenore di vita della popolazione russa le nostre esportazioni, soprattutto macchinari, tessile e abbigliamento, mobili, sono aumentate del 25,4% rispetto al 2006.

Il volume degli investimenti italiani in Russia è in costante crescita (1.172 milioni di dollari dal 1991 al 2007), per quanto ancora inferiore a quello di altri Paesi (Gran Bretagna, Germania, USA, Francia). Sono infatti numerosi i progetti produttivi avviati da imprese italiane: tra questi, le partnership industriali realizzate tra Eni e Gazprom, Finmeccanica e Sukhoi, ENEL e RAO/UES, FIAT e Severstal.

Fondamentale il partenariato italo-russo in campo energetico: nel novembre 2006 Eni e Gazprom hanno concluso un accordo strategico che prevede la partecipazione di Eni allo sfruttamento di giacimenti in Russia e l’accesso di Gazprom al settore italiano della distribuzione, oltre a collaborazioni in Paesi terzi. Eni e Gazprom collaborano anche nell’ambito del progetto di gasdotto “South Stream” (collegamento tra Russia ed Europa occidentale attraverso il Mar Nero).

A conferma del suo ruolo di primo piano nel settore energetico russo l'ENI, con il recente contratto sottoscritto con la Societa' russa di generazione di elettricita' TGK-9 per la fornitura di circa 350 milioni di metri cubi di gas entro il 2010, e' diventata il primo soggetto straniero ad entrare come intermediario nel mercato del "downstream" [parte del ciclo petrolifero che comprende la raffinazione, il trasporto e la distribuzione; nel caso del gas naturale non c'è raffinazione, ma solamente una depurazione, ndr] nella Federazione Russa: un'importante esperienza che la Società italiana intende sviluppare anche in vista del notevole impegno che le sarà richiesto dall'avvio delle attività di sfruttamento e commercializzazione delle risorse dei giacimenti siberiani di cui essa e' azionista insieme ad ENEL.
Anche ENEL è particolarmente attiva in Russia: è stata la prima azienda straniera ufficialmente invitata a partecipare al processo di privatizzazione del settore elettrico russo. Essa ha ora una presenza integrata nel settore energetico russo che include non solo generazione elettrica ma anche attività di estrazione e produzione di gas e vendita di energia, con prospettive di sviluppo anche nel settore nucleare.


http://www.esteri.it/MAE/IT/Approfondimenti/.........htm
venerdì, 18 luglio 2008



da Romauno News:


Esquilino: camorra e criminalità cinese. Sette arresti

15/07/2008 ore 16:05
CRONACA

La camorra controllava l’importazione di merce contraffatta dalla Cina e poi reinvestiva gli introiti milionari in immobili e attivita’ imprenditoriali. La Dia, la direzione investigativa antimafia della polizia, dopo una serie di intercettazioni telefoniche, ha scoperto il sistema di importazione della merce falsa dalla Cina al quartiere dell’Esquilino e poi in tutta Italia. La merce veniva praticamente imposta ai commercianti dell’Esquilino, sia cinesi che italiani. Alcuni di loro, stanchi delle minacce, sono stati costretti a chiudere. Dal paese asiatico la merce arrivava in primo luogo a Napoli, qui sui capi di abbigliamento venivano apposte le etichette contraffatte delle più importanti marche. La merce diventata “griffata" e veniva poi tenuta a Cassino nei magazzini di altri affiliati all'organizzazione criminale. Poi la merce arrivava all'Esquilino pronta ad essere immessa sul mercato romano. Al termine dell’operazione, denominata “Grande muraglia”, sono state eseguite 7 ordinanze di custodia cautelare tra Roma, Napoli e Cassino e sono stati sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro. A capo dell’organizzazione c’era Salvatore Giuliano, pentito, anche grazie alle sue testimonianze si e’ riusciti a ricostruire il modo in cui operava il gruppo che gestiva l’importazione di merce falsa. Giuliano era un capo camorrista del rione Forcella di Napoli, il clan aveva messo su una rete di rapporti tra Cina, Napoli, Cassino e Roma anche con lo scopo di controllare gli affari dell'Esquilino, i soldi del “mercato del falso” venivano reinvestiti in concessionari di automobili, bar e ristoranti. Le persone arrestate sono tutte italiane, due invece gli imprenditori cinesi indagati. Il gruppo camorristico, insieme agli intermediari cinesi, si riuniva in via Principe Amedeo, vicino Termini. Nella sede della Dafa consulenze, qui venivano presi accordi per affari commerciali e immobiliari.

(Redazione di Romauno)

http://www.romauno.tv/newstestuale.php?id=5164
domenica, 13 luglio 2008



dal blog Euro-Holocaust (13/07/2008):


Voci di tradimento: le élites politico-economiche olandesi accusate di favorire attivamente l'islamizzazione del Paese

Nei giorni scorsi, un attacco senza precedenti è stato portato contro numerosi esponenti politici dei maggiori partiti olandesi, ma anche altre figure delle altre élites. L'accusa? Essere in sostanza affiliati al movimento islamico del turco Fethullah Gulen. Il movimento Gulen è un movimento maomettano moderato e modernista, che sta riscuotendo successo anche in ambienti (ciò non può stupire) anglo-americani, oltre che olandesi. Ma quanto riportato dalla trasmissione televisiva Nova, nei giorni passati, getta una luce molto più inquietante: secondo testimonianze di ex-affiliati, il movimento Gulen è ramificato in molti settori olandesi, tanto da avere importanti appoggi da parte di uomini politici conservatori, laburisti e cristiano-democratici. Uomini delle élites economico-finanziarie sarebbero, ugualmente, legati ad esso: un esempio (che non ci stupisce) è Doekle Terpstra, alto dirigente della multinazionale Unilever, ma anche dirigente, nel passato, del sindacato di ispirazione cristiana CNV. Col primo incarico si è reso protagonista di una vergognosa campagna contro Geert Wilders [articolo del 7 febbraio 2008], mentre il suo sindacato, altrettanto vergognosamente, si è reso protagonista della richiesta di eliminare feste cristiane in favore di feste islamiche [articolo del 19 ottobre 2006]. Appoggi il cui scopo non è il "dialogo" tra culture diverse, ma l'espansione della cultura maomettana nel Paese!

La forza di Gulen deriverebbe anche dalle numerose organizzazioni simpatizzanti e attive in variegati settori della società, dalle comunicazioni di massa alla cultura.

Secondo le fonti di Nova, il movimento Gulen agirebbe come una setta molto chiusa, a dispetto dell'aspetto moderno propagandato.

Sul caso vedremo di tornarci, anche perchè se venisse confermato molto di quanto denunciato, porrebbe una luce sinistra su molti ambienti, così come dovrebbe mettere in forse la fedeltà di questi alla storia e alle istituzioni europee.

Qui la pagina di Nova sul caso (trasmissione del 4 luglio 2008)

Continua a leggere


http://euro-holocaust.splinder.com/post/17790156
domenica, 13 luglio 2008



da Agenzia Multimediale Italiana (11/07/2008):


Kosovo. L'Ue finanzia con 500 milioni di euro la ricostruzione

La Conferenza dei donatori per il Kosovo si è chiusa questo pomeriggio a Bruxelles raccogliendo più di quanto richiesto dal Paese per la ricostruzione: 1,2 miliardi di euro che saranno spesi in infrastrutture.

La Commissione europea è pronta a stanziare un aiuto finanziario pari a 500 milioni di euro per sostenere la ricostruzione economica in Kosovo entro il 2011: lo ha annunciato questa mattina il commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn, ad apertura della conferenza internazionale di donatori per il Kosovo in corso a Bruxelles. Questa somma comprende i circa 350 milioni di euro prelevati dal fondo Ue di pre-adesione e già programmati per il periodo 2008-2011, a cui va aggiunto un nuovo pacchetto di circa 150 milioni per l'assistenza macro-economica, ha precisato una fonte della Commissione. A Bruxelles, Rehn ha espresso la speranza di riuscire a raccogliere «un miliardo di euro» per finanziare in parte un programma di sviluppo socioeconomico di una durata di tre anni (2009-2011) che lui stesso ha elaborato. Questo programma sarà coperto in parte dal bilancio del Kosovo, ma un ulteriore aiuto di 1,4 miliardi di euro è necessario per la sua attuazione. Ieri, gli Usa hanno annunciato un pacchetto di circa 400 milioni di dollari (250 milioni di euro) per il periodo 2008-2011.

Gli Stati Uniti, che hanno supportato e spinto la dichiarazione unilaterale di indipendenza avvenuta nel febbraio scorso, hanno accordato un contributo di 255 milioni di euro, mentre con 100 milioni di euro, la Germania è il paese membro della Ue che ha fatto le promesse più consistenti. L'Italia - hanno riferito fonti europee - ha promesso contributi per 13 milioni di euro. Al momento sono 20 gli Stati membri della Ue che hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo: non tutti però - ha riferito Pierre Mirel, della Commissione europea - hanno dichiarato oggi i loro contributi. Tra gli Stati che lo hanno fatto, la Gran Bretagna ha dato disponibilità per 29 milioni di euro, il Lussemburgo per 26, Finlandia e Olanda per 16 milioni ciascuna, Austria e Danimarca per 13 ognuna. Molto più ridotto il contributo della Francia, che ha promesso appena 2,2 milioni di euro, quasi la metà dei 4 milioni di euro della Repubblica ceca e dei 5 dell'Irlanda.

Il Rappresentante speciale dell'Ue in Kosovo Peter Feith ha dichiarato:«La conferenza di oggi sottolinea che il nostro impegno per un futuro europeo del Kosovo coincide anche con un'assistenza finanziaria più consistente».
ll «successo straordinario» della conferenza dei donatori dimostra che «il mondo crede nel Kosovo». è invece la dichiarazione soddisfatta del premier kosovaro, Haschim Thaci, a conclusione della conferenza. Nel ringraziare tutti i donatori, Thaci ha promesso «una governance buona e responsabile».

(11/07/2008)


http://www.agenziami.it/articolo/1058/..........
sabato, 12 luglio 2008



da Effedieffe:


La globaltax

Ludovico Polastri   
10 luglio 2008

Un mio collega in questi giorni mi ha confessato che la sua azienda ha deciso di posticipare il pagamento dello stipendio dalla metà del mese successivo all’inizio del mese seguente.
In pratica percepirà la busta paga dopo due mesi.
Così facendo, mi diceva, non riesce più a pagare la rata del mutuo che scade a fine mese ed è stato costretto a chiedere aiuto alla sua famiglia.
Ha deciso pertanto di rimettersi sul mercato del lavoro con quindici anni di esperienza nella progettazione di schede elettroniche.
Le offerte economiche per il cambio lavorativo sono state al ribasso non superando i 1.500 euro/mese, straordinari e sabati compresi.

Il fenomeno che sta colpendo le province più industrializzate è stato delineato anche dalla pubblicazione dei recenti dati da cui emerge la frenata se non la diminuzione degli stipendi per i dipendenti privati.
Questi fenomeni portano, nelle zone del Paese a maggior vocazione industriale, delle conseguenze enormi.
Vorrei prendere come paragone quello di una provincia che maggiormente si distingue per il tasso occupazionale nella piccola e media industria, esempio anche di una società civile che si sta avviando verso un cambiamento socio-culturale epocale.
La provincia in questione è quella di Brescia.

E’ una provincia che riassume paradigmaticamente tutti gli effetti che la globalizzazione porta con sé dove sono presenti distretti industriali importanti quali quello della siderurgia, della lavorazione dei materiali non ferrosi (mi riferisco alle zone della Val Trompia come Lumezzane patria, ormai ex, del pentolame e della posateria) dell’industria tessile (ormai in dismissione), della lavorazione della gomma, delle calzature.
Settori che impiegano moltissimo personale operaio e non, per centinaia di migliaia di persone (il solo distretto della lavorazione di metalli occupa circa 135.000 persone).
La dimensione media dell’impresa bresciana non supera i 20 addetti.
Il mercato del lavoro evidenzia una forte differenza tra domanda e offerta, determinata da fattori demografici e da elementi strutturali che riguardano da un lato le caratteristiche del sistema produttivo e dall’altro i profili e le aspettative delle nuove forze di lavoro.

Le figure operaie e assimilabili costituiscono ancora una parte preponderante dell’occupazione totale bresciana, il che influisce sul tipo e la qualità delle assunzioni, che non stanno al passo con il crescente livello di istruzione e le elevate aspettative professionali dell’offerta di lavoro.
L’alta richiesta, da parte delle imprese, di figure di basso profilo professionale, fa sì che la provincia di Brescia sia una delle aree con il più alto tasso di abbandono scolastico precoce.
E a questo si accompagna anche il fenomeno della sottoccupazione o disoccupazione intellettuale (cioè occupazione del lavoratore al di sotto delle proprie aspettative in base al titolo di studio conseguito) rispetto al livello d’istruzione di molti giovani.
D’altra parte il livello di scolarizzazione crescente, comunque inferiore alla media nazionale, induce nei giovani la scarsa disponibilità a svolgere mansioni di tipo elementare, ricoperte dalle aziende grazie ai flussi di immigrazione.
Brescia infatti è salita alla ribalta come prima città d’Italia per immigrazione clandestina.

I lavoratori provenienti dall’estero rappresentano ormai il 30%-40% nelle categorie degli operai meno qualificati dei settori nevralgici delle manifatture. Questo flusso enorme di stranieri dalle etnie più disparate ha portato conseguenze sociali inevitabili, punta di iceberg che si sta estendendo in altre parti del Paese. Anche in altre regioni quali Emilia Romagna, Toscana, Piemonte questo fenomeno sta crescendo esponenzialmente.
L'attuale situazione di instabilità economica, che mette in pericolo molti posti di lavoro, e la nuova regolazione del mercato del lavoro, che esalta la flessibilità e l’abbandono progressivo del concetto di rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato e del mito del posto di lavoro a vita, hanno provocato l’interruzione della trasmissione delle conoscenze che da generazioni venivano tramandate da persona a persona.
L’ignoranza ha preso il sopravvento a fronte anche di prodotti tecnologicamente arretrati e poveri di contenuti innovativi.
Con queste premesse l’invasione incontrollata di personale straniero è stata una conseguenza portando problemi non irrisori.

Parlavo con una insegnante elementare che mi ha confessato che il livello di alfabetizzazione, a seguito dell’inserimento continuo di bambini immigrati si sia dovuto abbassare a tal punto che alla fine della quinta elementare i bambini non riescono ancora a possedere gli elementi basilari per sostenere un dialogo o scrivere correttamente.
Infatti i bambini stranieri all’interno della propria famiglia parlano la lingua d’origine, che spesso è un dialetto (non si pensi pertanto all’inglese o al francese).
La conseguenza è stata che le famiglie più abbienti portano i propri figli alle scuole private.
Ci sono plessi didattici dove la percentuale di immigrati sfiora l’80%.


Il tasso di natalità, che per la famiglia bresciana non supera il figlio, è stato ampiamente compensato con i ricongiungimenti familiari degli stranieri arrivando a 3-4 figli per coppia (e a quello che vedo è in rapido aumento in quanto in giro si vedono solo straniere incinte).
Così con una persona che lavora ci sono altre 4-5 persone che godono di servizi sanitari, sociali ecc., gratuiti per il basso reddito familiare.
Non mi addentro nelle problematiche religiose che si stanno delineando all’orizzonte, problematiche che porteranno a tensioni inevitabili
(1), mi limito a riportare le parole, nella nota, del filosofo bresciano E. Severino (2).
A fronte di persone che lavorano una consistente fetta di stranieri delinque.
Le carceri cittadine ospitano per il 70% stranieri.

Riporto una testimonianza di una ragazza, testimonianza censurata, ovviamente, dalla stampa locale: «Sono donna e ho 19 anni. Vivo a San Polo Vecchio al confine con due quartieri (San Polo nuovo e San Polino) in cui il tasso di criminalità è veramente alto. Abito a 10 minuti dal centro da cui passo tutti i giorni per andare a scuola, quindi direi che vivo benissimo la situazione bresciana. Adesso siamo in luglio e io personalmente dal mese di settembre (inizio della scuola) ho subito 6 tentativi di scippi (in autobus, in stazione) tutti in pieno giorno, ho visto uomini stranieri masturbarsi per le vie del centro in pieno giorno e sempre uomini stranieri strusciarsi su di me sull’autobus e palpare in ogni modo. So per certo che da sola in certe vie è meglio non andarci (vedi via San Faustino) e che quando fa buio è meglio non prendere un autobus nè aggirarsi in città senza essere almeno in una decina. So che quando vado in giro in macchina da sola devo sempre abbassare le sicurezze perchè in certi luoghi (Ospitaletto, Mandolossa) potresti trovarti un trans nudo/a in macchina oppure qualcuno potrebbe aprirti la portiera e rubarti tutto ciò che hai. Ho subito 2 furti in casa nel giro di pochi mesi e tutti da parte di zingari residenti a Buffalora e dopo che il sindaco e il parroco gli hanno fornito cibo, istruzione, luce, gas, acqua corrente e pure una cascina tutta per loro hanno deciso di incendiarla perchè non gli piaceva come erano accomodati. In stazione (e anche in altri luoghi) spacciano di tutto e di più, defecano dove ne hanno voglia e se vedono che sei sola ti inseguono (facendo commenti) fino a che non trovi una buona anima che ti difenda. Questo è quello che vivo io tutti i giorni».

Ritorniamo alle dinamiche del mondo lavorativo.
E’ sempre stato detto che gli stranieri non rubano il posto agli italiani.
Non prendo in considerazione i ragazzi storditi dal consumismo e smidollati su cui si sono già sprecati fiumi di inchiostro.
Voglio mettere a confronto le prospettive che ha un ragazzo in gamba a fronte di questi cambiamenti sociali.
La risposta è che se fino a non molto tempo fa le aziende riconoscevano il lavoro «specializzato» maggiormente rispetto a quello a basso contenuto ora, con l’introduzione di lavoratori stranieri che rappresentano ormai la maggioranza della forza lavoro e che si svendono per pochi euro all’ora il rifare il lavoro, che prima era un costo, è diventata prassi endemica nel ciclo produttivo con la conseguenza che anche lavori ritenuti di nicchia come i pulitori, fresatori, spazzolatori, tornitori, ecc., non vengono più retribuiti quanto prima.
E’ diventata una guerra tra poveri con il cappio usuraio del mutuo bancario, mutuo che non potrà mai essere estinto per l’impossibilità di mantenere lo stesso tenore di vita.

Le aziende private (tra cui una molto nota del posto) stanno inoltre importando tecnici dalla Cina e dall’India a 800 euro al mese.
I nostri tecnici tra un po’ non avranno più futuro.
Sulla stampa locale tutti questi fatti vengono chiamati enfaticamente «prova di multietnicità».
Suggerisco a chi ha un figlio di non farlo studiare in questo Paese ma di dargli una cultura internazionale, di fargli imparare le lingue, di toglierlo da questo marciume e da questa distruzione pianificata.

A Napolitano che ha commentato: «Senza gli immigrati il sistema Italia si bloccherebbe» risponderei: senza di te non ci fermeremmo di sicuro.
Alle imprese invece metterei una tassa: la globaltax per aver importato e continuare ad importare la globalizzazione con tutte le sue storture.


Ingegner Polastri Ludovico



1) Si è concluso sabato 7 giugno 2008, con la cerimonia della consegna dei  diplomi, il primo Corso di formazione in Italia per imam e dirigenti di moschee e centri islamici che si è svolto presso la moschea di Brescia. Al corso - riporta un comunicato degli organizzatori - hanno partecipato oltre 30 guide spirituali musulmane provenienti dalle province settentrionali del Paese ed aderenti a tutte le tendenze culturali organizzate delle minoranze islamiche in Italia.
2) Severino: «Troppi stranieri, città cambiata». Qual è il fattore di maggior rischio? «Quello religioso, in prima linea. Non faccio parte di quelli convinti che l’Islam sia uguale al’integralismo. Ma l’Islam storicamente è una categoria astratta, mentre in concreto, nella storia, ci sono interpretazioni del messaggio di Maometto che spesso sono molto in contrasto con la nostra cultura. Trovo incomprensibili certi atteggiamenti caritativi della Chiesa bresciana verso gli stranieri. Encomiabili, ma forse non si rendono conto delle conseguenze». Lei ha dovuto cambiare qualche abitudine, in questi anni? «Viaggio spesso per lavoro. Tempo fa mi sono trovato a Catania e a Palermo e notavo che lì a mezzanotte la gente era fuori per strada, nei caffè, parlava, rideva, scherzava. A Brescia io da anni non esco più dopo le otto di sera, non lo fa nessuno».


http://www.effedieffe.com/content/view/3859/180/
giovedì, 10 luglio 2008




La Robin Hood tax è una nuova tassa che consiste in un prelievo, previsto una tantum, sugli utili che i petrolieri, le banche e le assicurazioni hanno guadagnato dall’aumento del costo del petrolio riferito alle scorte petrolifere.
In particolare, gli operatori saranno obbligati a far emergere, nella gestione contabile delle scorte petrolifere, la plusvalenza; questo utile è realizzato dalla differenza tra le scorte di petrolio comprate e accantonate a prezzi più bassi e poi vendute a valore di mercato cresciuto.
Secondo le previsioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze la Robin Hood Tax porterà nelle casse dello Stato circa 2 miliardi di euro.

18/06/2008

da: http://www.governoinforma.it/pillole/...........aspx



da Il Tempo:


Robin Tax, duello Tremonti-Draghi

La Robin Hood tax è una tassa talmente controversa che rischia di aprire un conflitto, solo di parole finora, tra le due più alte autorità in tema di economia del Paese. Per il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, infatti il suo peso rischia di essere spalmato dalle banche sui clienti o sugli azionisti.

Per Giulio Tremonti, ministro dell'Economia, l'idea di Palazzo Koch è una «vecchia dottrina» per la quale l'unica alternativa al prelievo su extra-profitti sarebbe quella di «tassare gli operai, gli unici che non possono traslare i costi su altri».
Le scintille si sono viste ieri sul palco dell'assemblea dell'Abi, l'associazione delle banche italiane. Il governatore usa toni meno tranchant di quelli utilizzati solo una settimana fa in Parlamento. Ma non cambiano i timori espressi. La nuova tassa peserà sulle banche. Il nuovo prelievo aumenterà di 10 punti il costo della raccolta delle banche. «È difficile prevedere - aggiunge - come quest'onere si ripartirà: in relazione all'evoluzione delle condizioni di mercato, esso potrà ricadere sulle condizioni offerte a depositanti e prenditori di credito, sui profitti distribuiti o sulle risorse accantonate al patrimonio». In pratica, non sfuma il timore che il maggior costo possa essere «traslato» sui clienti o sugli azionisti, piuttosto che assorbito dagli istituti. Ma è soprattutto Tremonti a difendere la sua creatura: «è una vecchia dottrina» - dice - quella che critica le tasse sugli extraprofitti delle imprese perché teme che vengano trasferiti sui clienti. «In questo senso l'imposta ottima è quella applicata sugli operai - dice il ministro - Loro non possono traslarla e, siccome negli anni passati di traslazione non si è parlato, significa che l'incidenza delle tasse è stata da quella parte», cioè sugli operai.
La crisi dei mercati è l'altro argomento principe. Draghi spiega che non bisogna ripetere gli errori degli anni '70, dopo lo choc petrolifero, quando si aumentò la liquidità. Le banche centrali, ora, stanno aumentano i tassi, per limitare gli impatti inflattivi, anche se ci sono ancora «segnali di allarme» sul fronte dei prezzi. Anche perché spiega Draghi l'inflazione in un solo anno ha ridotto di tre punti il reddito disponibile delle famiglie ed entro l'anno i consumi potrebbero segnare una contrazione di due punti.

10/07/2008


http://iltempo.ilsole24ore.com/economia/..........shtml
lunedì, 07 luglio 2008



da Effedieffe:


Rallentano i trasporti globali: male per la Cina

Maurizio Blondet    07 luglio 2008

«Vediamo navi in partenza dall’Asia non a pieno carico: è il segno che viviamo un vero rallentamento dell’economia reale»: l’ha detto Jacques Saadé (origine libanese), il capo supremo del colosso francese della navigazione CMA CMG.

Saadè ha ammesso che ha fatto abbassare la velocità di crociera dei suoi cargos da 22 a 19 nodi, per risparmiare sul carburante.  «Il costo del carburante costituisce il 60% dei costi di nolo», dice, e si lamenta dell’assurdo prezzo del greggio. «Questo rincaro è artificiale, solo la speculazione può spiegarlo. I governi devono fare qualcosa per mettere un freno». E il rincaro avviene «mentre l’America importa di meno, e così l’Europa» [sulle speculazioni si veda l'articolo del Manifesto segnalato dal blog Euro-Holocaust in data 29 giugno 2008, ndr].

Anche il Baltic Dry Index, che misura i prezzi per i trasporti navali di carichi secchi (dal carbone ai grani), è calato del 23% in un mese. Questo si ripercuoterà - anzi lo sta già facendo - sul celebrato boom economico cinese (1). Anzi per tutta l’Asia, dove prodotti e semilavorati passano vorticosamente per nave o treno da un paese all’altro alla caccia di «vantaggi competitivi» anche minimi (e con profitti all’osso), per poi arrivare o tornare di nuovo in Cina per l’assemblaggio finale e l’esportazione allo stupido Occidente.

Il grande gioco globale diventa difficile da sostenere con successo, da quando il costo di trasporto di un container da 40 piedi fra Shanghai e Rotterdam è triplicato. Si aggiunga che da pochi giorni anche i trasporti interni cinesi per ferrovia sono rincarati del 17%.

Peggio: la Cina consuma, per unità di prodotto lordo, cinque volte più energia del Giappone, e tre volte più che gli Stati Uniti. Ciò significa che le sue celebrate industrie esportatrici sono in generale inefficienti, e che la loro «competitività» è tutta basata sullo sfruttamento di manodopera a basso costo, su uno yuan artificialmente sottovalutato, e sul presupposto che i costi dell’energia siano trascurabili, e lo restino all’infinito.

In Cina, lo erano per un semplice motivo: il regime ha sempre «venduto» energia alle fabbriche a prezzi agevolati, con sussidi coperti dalla spesa pubblica. Ora i sussidi vengono tolti, e le imprese subiscono i veri costi energetici, proprio mentre questi aumentano astronomicamente sui mercati mondiali. Un altro modo di dire la stessa cosa è che la Cina ha investito in industrie inefficienti o marginali, sostenendole con sussidi pubblici. Tutte cose che si sapevano, ma oggi sono insostenibili.

Non è certo un caso se la borsa di Shanghai ha perso, da ottobre scorso, il 56%. E che 2.331 fabbriche di scarpe nello Guangdong hanno chiuso i battenti nell’ultimo anno. Anche i salari aumentano, non foss’altro perchè l’inflazione è (ufficialmente) vicina all’8%. Ed oggi, coprire le distanze dell’export globale diventa un costo rilevante per i carichi voluminosi a bassa tecnologia che sono tipici dell’industria cinese, mentre i mercati di sbocco (USA ed Europa) cadono in recessione (o depressione in USA) ed assorbono volumi minori. Lo stesso dicasi per le importazioni cinesi, che sono voluminose e pesanti, e per di più enormemente rincarate: materie prime, carbone, acciaio, minerali metallici e no.

La mostruosa festa olimpica di Pechino rischia di essere il canto del cigno del boom cinese. E del suo modello «capitalista», dove la nomenklatura comunista pretende di gestire dirigisticamente l’economia secondo il vangelo del capitalismo terminale, che è stata l’ultima ad apprendere e di cui è stata esaltata come prima della classe.

Poi, ci sarà stagnazione, sovrapproduzione, arretramento dell’occupazione; e non sono da escludere disordini  politico-sociali. Ma già, quelli il regime sa come trattarli. La repressione è il suo miglior asso nella manica.



1) Ambrose Evans Pritchard, «Oil price shock means China is at risk of blowing up», Telegraph, 7 luglio 2008.



http://www.effedieffe.com/content/view/3826/179/
martedì, 01 luglio 2008



da Effedieffe:


Vertice Russia-Europa: la pazienza di Mosca

Maurizio Blondet      29 giugno 2008

Con pochissima eco sui media nostrani, s’è concluso il vertice fra Unione Europea a Russia, tenutosi a Khanty-Mansiik in Siberia. All’ordine del giorno un ambizioso Patto di Cooperazione e di Partnership (PAC). Bastava leggere i lanci della Novosti per intuire quanta importanza Putin (o meglio, oggi, il presidente Medvedev) attribuisse a questo incontro, e quanto poco - il che sembra una contraddizione - se ne aspettasse.

Basterà citare la dichiarazione alla Novosti di Sergei Karaganov, presidente del Presidium per la Politica Estera e di Difesa, certo uno degli uomini che hanno più lavorato per il vertice: «Non penso che dobbiamo aspettarci nessun passo avanti dal summit, ma sarà una svolta positiva. Da molto tempo non abbiamo un vero dialogo per ragioni artificiali, come i disaccordi per la carne polacca (di cui Mosca vietò l’import) e motivazioni fitosanitarie... Ora cominciamo un dialogo più coerente. Ma per ora nè la  Russia nè la UE sanno quale linea l’altra parte seguirà. Non c’è da attendersi risultati rapidi. Ma la cosa più  interessante da attendersi è non solo l’inizio del dialogo su un nuovo accordo (penso che il Patto di Cooperazione e Partnership richiederà molto tempo) ma anche un intenso a razionale dialogo sull’energia».

«Al momento attuale non ci diciamo l’un l’altro la verità, benchè la domanda sia semplice: quali saranno i prezzi futuri di gas e petrolio? Siamo accusati di imperialismo… mentre dovremo semplicemente accordarci sul possesso congiunto di sistemi energetici, e sulla formazione di un solo sistema Russia-EU. Fatto questo, risolveremo il maggior problema delle relazioni russo-europee: la UE vuole pagare meno il gas, e la Russia non vuol ridurre il prezzo» (1).

Pochi giorni prima, il 20 giugno, il ministro degli Esteri Lavrov aveva ripetuto quali sono i problemi che continuano ad assillare Mosca: lo scudo missilistico che gli USA vogliono piazzare in Polonia e Cekia (contro la volontà di Praga e oggi anche di Varsavia), e l’espansione della NATO ad Est (benchè Jiulia Timoshenko, la prima ministra ucraina, sia andata davanti alla NATO a dire che «l’adesione non è una priorità per il nostro governo», e che la Russia «resta importante per l’Ucraina e i rapporti non possono essere che di collaborazione»).

Poco dopo, Mosca ha reagito con esasperazione alle voci di Washington, secondo cui lo scudo antimissile - ipocritamente inteso a «proteggere l’Europa contro l’Iran» - poteva essere piazzato, se non lo voleva la Polonia, in Lituania. E’ chiaro che Stati europei sono coinvolti in questi piani (la UE, più o meno passivamente, dice sì), e che proprio questo è l’ostacolo ad una buona relazione stabile dell’Europa con la Russia. E’ anche evidente che questi ostacoli sono voluti esclusivamente dagli Stati Uniti, «e questo fatto serve a minare le relazioni UE-Russia». E’ questo lo scopo (2).


Interessante la reazione di Mosca: il nuovo presidente Dimitri Medvedev, fin dal suo giro inaugurale in Europa, ha proposto (il 5 giugno a Berlino) una nuova struttura di sicurezza con la partecipazione russa. «Si deve delineare un trattato universale europeo, in cui ciascuno Stato europeo prenderebbe parte. Non Stati associati in unioni e blocchi, ma esattamente come entità sovrane distinte».

Ovviamente gli americani e i loro maggiordomi nella UE vedono in questa mossa una volontà di ridurre il peso della NATO come istituzione, e di allentare i legami transatlantici dell’Europa. Ma c’è nelle parole di Medvedev un richiamo ad una «Europa delle patrie» che dovrebbe far suonare qualche corda dalle nostre parti. Del resto, Mosca ha già stabilito relazioni privilegiate con Stati sovrani individuali, Germania anzitutto, e  Francia. Inoltre, la proposta di Medvedev appare onestamente chiara ed esplicita.

Tra UE e Russia esiste già un vago Patto di Cooperazione e Partnership, firmato nel 1997, formalmente spirato nel dicembre 2007, ma che resta in vigore alle condizioni precedenti se nessuna delle due parti lo denuncia; un nuovo patto su più concrete basi è stato bloccato dal veto della Polonia come rappresaglia per il blocco dell’import di carni polacche in Russia. Come è stata accolta la proposta di Medvedev a Bruxelles?


Qualcosa risulta da una «fonte» anonima «degli ambienti NATO», citata dal sito Dedefensa (3): anche in seno alla NATO si trovano posizioni piuù europee e meno «americaniste», le quali ritengono che il progetto di estensione dell’Alleanza (all’Ucraina) è «una posta in gioco molto grossa, e un fattore di divisione importante nell’Alleanza stessa. Se non ci fossero gli americani, questa posta dell’allargamento non esisterebbe, perchè l’Europa non vi si impegnerebbe un minuto, dato che l’Europa non cerca una ‘confrontation’ con la Russia, cui l’allargamento ha molte possibilità di condurre. Dunque, si tende a ritenera alla NATO che a dicembre, nel corso delle riunioni interministeriali dell’Alleanza, non ci saranno novità sull’allargamento». Tanto più che gli USA si troveranno allora «in piena transizione di poteri, e saranno privi di politica definita, in questo campo e in generale».

Ma non è il caso di illudersi che un presidente democratico, come Barak Obama se eletto, cambi davvero la politica americana in Europa. Su questo, un’altra fonte, stavolta della UE appena tornata da Washington, ha confidato a Dedefensa: «La politica anti-russa di Washington è un fattore costante. Non dipende dall’una o dall’altra amministrazione. Anche con un’amministrazione democratica, la politica anti-russa andrà avanti allo stesso ritmo, con gli stessi caratteri, come l’allargamento della NATO per  premere sulla Russia. C’è una molto vasta maggioranza a Washington in questo senso, al Congresso, a causa della ‘delusione’ che gli americani provano verso la Russia».


La Russia ha deluso perchè ha rifiutato di auto-americanizzarsi e di allinearsi, come «democrazia», alle grandi strategie americaniste. Il rifiuto è stato reso esplicito da Vladimir Putin nel suo discorso di Monaco del 10 febbraio 2007. Da allora la «delusione» si è distillata in una politica dell’avversione. Con la decisione di continuare il piano Brzezinsky di isolare Mosca dall’Europa, e dagli Stati ex-sovietici, per ridurla a «media potenza asiatica». Ma a Mosca - dove il gioco degli scacchi è lo sport nazionale - esercitano la pazienza, dopo aver fatto le loro mosse.

La UE è il maggior partner commerciale della Russia, e la Russia esporta il 50% delle sue esportazioni totali alla UE (284 miliardi di dollari l’interscambio nel 2007). Inoltre, aleggia la domanda cui Karaganov ha alluso: «Quali saranno i prezzi di gas e greggio nel prossimo futuro?». Dal gas russo, l’Europa dipende già pesantemente come cliente; come alleato le condizioni potrebbero essere diverse.

Bisogna attendere che la realtà si imponga anche ai maggiordomi degli USA (di un’America diminuita dalla Depressione in cui sta affondando), coloro che ostacolano il destino manifesto della partnership continentale. Mosca ha evidentemente pazienza, la pazienza del giocatore di scacchi. Anche perchè il tempo non è a favore della UE. Il 4 luglio cominciano i colloqui sul nuovo PAC euro-russo. Mosca non si aspetta molto, per ora.



1) «Russian and european political analysts on the upcoming  EU-Russia summit», Ria-Novosti,
25 giugno 2008.
2) Sergei Blagov, «Russia seeks new European order», ISN Security Watch, 25 giugno 2008.
3) «Le fil à la patte», Dedefensa, 28 giugno 2008.


http://www.effedieffe.com/content/view/3747/166/
lunedì, 30 giugno 2008




Vedi anche: Su due recenti studi nel Regno Unito: tempi difficili per bimbi e ragazzi bianchi



dal blog Euro-Holocaust (28/06/2008):


Come una nazione tradisce il proprio popolo: dati sulla proletarizzazione britannica

Rispetto all'ottimo intervento sul blog Fatti d'Europa [del 26 giugno 2008] e riguardante le prospettive di proletarizzazione degli autoctoni britannici di minore età, così come le angherie nei confronti di costoro, anche da parte di altri gruppi etnici, c'è da dire che si tratta della tendenza complessiva della degradata società britannica. Se sul secondo punto, possiamo ricordare quanto le aggressioni razziste, anche mortali, contro i bianchi siano in aumento (e senza grande scandalo nei mezzi d'informazione) [articolo del 7 dicembre 2005], sulla questione proletarizzazione può essere interessante dare un'occhiata ad un rapporto dell'IPPR (Institute for Public Policy Research), istituto di ricerca d'ispirazione politica progressista e vicino al Partito Laburista. L'IPPR ogni anno propone diversi rapporti sulla società britannica e la sua economia. Scremando l'impianto ideologico, si possono ricavare molti dati utili.

Da un rapporto del settembre 2007 [titolato Britain's immigrants: an economic profile -formato PDF-], possiamo considerare diverse tabelle, tutte riguardanti cittadini britannici (bianchi autoctoni o no) o immigrati residenti nel Regno Unito. Ad esempio:

  • Tab. 5.1 e 5.2, riguardanti la percentuale di occupazione per la fascia di popolazione attiva: possiamo notare come i britannici siano superati da diversi gruppi etnici, sia che si stili la classifica secondo il grado di disoccupazione, sia, ancor di più, secondo il grado di occupazione. I britannici, impiegati per il 78%, sono solo all'8° posto nel primo caso e al 10° nel secondo.
  • Tab. 5.3, riguardante la percentuale di lavoratori autonomi: i britannici sono lavoratori autonomi solo per il 13% e si trovano al 15° posto di questa classifica.
  • Tab. 5.14, riguardante le percentuali di lavoratori nel settore pubblico: i britannici sono solo al 14° posto complessivo. Facendo degli esempi, divisi per tipologia, si può notare come nell'amministrazione pubblica e nel settore della Difesa, i britannici vi lavorino per l'8%, mentre immigrati statunitensi, ciprioti, australiani e nigeriani vi lavorino con percentuali maggiori. Nel settore dell'educazione, i britannici sono superati da immigrati statunitensi, irlandesi, ciprioti e canadesi. Nel settore sanitario e dei servizi sociali, i britannici sono solo il 12%, mentre gli ugandesi il 22%, i ghanesi il 24%, i somali il 30%, i filippini il 49%, ecc.
  • Vedere anche tabelle 6.5 e 6.6 per la divisione etnica e non solo riguardo la cittadinanza.

Fermiamoci un attimo: che significa tutto questo? Significa che i cittadini britannici sono tendenzialmente lavoratori dipendenti nel settore privato, ossia sono lavoratori che finiscono per subire le tendenze negative dell'economia globalizzata, senza il minimo di libertà di un lavoratore autonomo e senza le maggiori protezioni di un lavoratore del settore pubblico.

  • Tab. 5.4, riguardante i compensi per ora di lavoro: i britannici sono al 13° posto, superati, oltre che da immigrati di altre nazioni europee e "occidentali", anche da indiani, giamaicani, kenyoti e ugandesi.
  • Tab. 5.6, riguardante i compensi annuali: come sopra, con la differenza che in questo caso i britannici scendono al 15° posto (forse per il numero di ore di lavoro settimanale, inferiore rispetto ad alcune comunità straniere? Tab. 5.5).
  • Vedere anche tabella 6.8 per confrontare i gruppi etnici (con i bianchi britannici superati nei compensi orari sia dagli altri bianchi, che da alcuni gruppi "meticci", dagli indiani e dagli afro-caraibici).

Che significato dare ai minori compensi? Un'ipotesi letta altrove è che molte di queste etnie meglio retribuite forniscano soprattutto nuovi elementi per settori come la ricerca, il management imprenditoriale e simili altri settori importanti. Possibile, ma si tratta, ovviamente, della solita risposta "claudicante". La vera risposta è che le élites britanniche non sono interessate (o non sono capaci) a creare nuove generazioni di cittadini utili per i settori trainanti dello sviluppo scientifico, culturale e imprenditoriale della Nazione (cosa che li associa alle nostre élites genocide). In pratica, quei minori compensi sono l'espressione "direttamente proporzionale" dell'inutilità delle élites dominanti e della loro incompetenza "genetica", volta al saccheggio delle intelligenze altrui e non alla creazione e all'educazione di nuove élites autoctone.


  • Tab. 5.7, riguardante la percentuale di proprietari di case in territorio britannico: i britannici che sono proprietari della propria abitazione sono il 75%, posizionati al 5° posto, assieme a cinesi, ciprioti, pachistani e statunitensi, ma superati anche da australiani, canadesi, kenyoti e indiani.
  • Tab. 5.13, riguardante la percentuale di occupanti alloggi sociali: i britannici sono al 15° posto, con una percentuale del 17%. Significa che vi sono 14 gruppi stranieri che utilizzano meno tali alloggi, come i cinesi al 9% o gli indiani all' 8.

Anche questi dati forniscono un quadro (tendenziale?) di una minore capacità dei britannici di radicarsi nel proprio territorio, rispetto a determinati gruppi stranieri, siano essi "europei" o di altra origine. Un'ultima tabella interessante e, a suo modo esemplificativa del sempre minor radicamento britannico in suolo britannico, è la
Tab. 6.3, sulle variazioni, tra il 1995 e il 2005, dei compensi orari: ebbene, se per i britannici c'è stato un aumento di 2,60 sterline, per gli statunitensi l'aumento è stato pari, per i canadesi di quasi 4 sterline, per gli australiani di quasi 6 sterline, per gli ugandesi di circa 5 sterline, per i kenyoti di oltre 3 sterline. Inutile dire che questi dati vanno considerati anche rispetto al posizionamento nelle due classifiche (per cui le due sterline britanniche non valgono quanto quelle degli immigrati dagli USA o degli altri gruppi citati, tutti meglio posizionati).


http://euro-holocaust.splinder.com/post/17631676
lunedì, 30 giugno 2008


Peter Löscher [foto sopra] è il direttore generale del gruppo industriale Siemens, che ha la sede principale in Germania. Recentemente ha dichiarato che l'alta dirigenza dell'azienda sarebbe troppo bianca, tedesca e maschile (!!!). Questa "mono-dimensionalità" renderebbe la società Siemens poco competitiva nel mercato globale e per questo ha annunciato che la sua priorità sarà quella di "migliorare la diversità globale dei manager" (tradotto, introdurrà la discriminazione positiva come criterio di assunzione; che poi avvenga in via ufficiale o ufficiosa poco importa).

Come già abbiamo visto a proposito di Jean-Paul Agon (L'Oréal), è chiaro il cammino (dicesi anche tradimento) che le élites "occidentali" hanno da tempo deciso di intraprendere. Altrettanto chiara è la necessità di tirare la fune in direzione diametralmente opposta, a partire dal nostro quotidiano...




dal Financial Times:


Siemens ‘too white, German and male’

By Richard Milne in London
Published: June 24 2008 23:30 | Last updated: June 24 2008 23:30


Siemens‘ top management is too German for its own good, as well as too white and male, according to its chief executive.
Peter Löscher, the Austrian-born chief of the German industrial conglomerate, said the priority for his second year in charge would be to improve the “global diversity” of managers and warned that Germany’s competitiveness could be threatened if it failed to do so [ci piacerebbe tanto che lo dimostrasse, ndr].
“The management board are all white males. Our top 600 managers are predominantly white German males. We are too one-dimensional,” he said in an interview to mark his first year in charge.
His comments underline a crucial issue for many German companies, who have benefited enormously from globalisation but still have nearly uniformly home-grown management and supervisory boards.
“It is generally a weakness of German groups. Swiss and Swedish companies have generally been better at building a more global management and culture,” said James Stettler at Dresdner Kleinwort, pointing to companies such as ABB. Herman Simon, a German management consultant, said: “It is one of the key tests for German groups – can they bind their international managers into the companies? Why don’t you see more Chinese or Indians at the top?”
Siemens actually has a high number of foreigners on its management board. Mr Löscher is Austrian and two of the remaining seven members are American. The other five are German. But of its 15 divisional heads, 11 are German. More than 80 per cent of its revenues come from outside Germany.
German companies suffer from a lack of international talent, even more in the supervisory than management boards. The situation for women is even worse: there is not a single female executive in the Dax-30 group of companies.
“It is not a question of quotas,” said Mr Löscher. “But I would like to see a much more diverse board. I would like to see a big Chinese running China and a big Indian running India.”
Asked if such diversity was critical to Germany’s future, he replied: “Absolutely. This is the biggest thing. If you are not representing your global customer base then you won’t tap your full potential. If you are doing well you will have a massive advantage.” Siemens has instigated a mentor programme among senior managers. The young executives Mr Löscher is in charge of include four Germans, two Chinese, a South African, a Pakistani, an American and a Brazilian
[notare che questa "diversità globale" esiste già tra i suoi più stretti funzionari, ma Löscher, da buon "ingordo globale", non si accontenta..., ndr].
Hermann Requardt, Siemens’ chief technology of-ficer, said: “There is a global battle for talent. It will be a core competence for senior management in the future.” Companies are facing a particular fight in countries such as China where employees often switch jobs. Siemens relocates 18,000 of its 430,000 global workers each year but Mr Löscher said more needed to be done.



http://www.ft.com/cms/s/.............html
domenica, 29 giugno 2008


La maggioranza del parlamento olandese si oppone all'apertura delle frontiere nazionali per i lavoratori bulgari e romeni, i quali al momento necessitano di un permesso per lavorare nel paese. I politici di maggioranza ed opposizione dicono di voler prima risolvere i problemi (alloggi e speculazione negli affitti) riguardanti i numerosi immigrati polacchi, che sono circa 1.200.000. Il partito liberal-conservatore VVD è addirittura dell'idea che debbano passare almeno altri 3 anni prima che a Bulgari e Romeni sia concesso di venire a lavorare in Olanda senza restrizioni.

Lo sappiamo: un massiccio afflusso di manodopera straniera, indipendentemente dalla nazionalità, non può che destabilizzare vari settori della vita di un paese (mercato del lavoro, salari, sanità, scuola, ordine pubblico, sicurezza, case e affitti ecc...). Tuttavia ci chiediamo il perché di questa "diffidenza" verso gli slavi dopo che si è consentito ad altre etnie allogene, soprattutto arabo-musulmane, di "scorrazzare" liberamente nel paese, con grave impatto su popolazione e cultura locale. Ci chiediamo perché tale limite venga applicato proprio ai lavoratori provenienti da due paesi dell'Unione Europea (e, specularmente, che senso abbia questa Ue...), mentre non sentiamo mai parlare di restrizioni per gli immigrati extraeuropei, la qual cosa avrebbe molto più senso. Ci chiediamo perché il parlamento olandese non abbia pensato prima a disinnescare il pericolo di tumulti nelle periferie abitate dai magrebini o a come risolvere l'emergenza criminalità all'interno di due comunità immigrate storiche quali la marocchina e quella originaria delle Antille (giusto per fare qualche esempio).

Sulle restrizioni olandesi all'ingresso di immigrati romeni e bulgari si era già espresso il blog Euro-Holocaust in un intervento del 28 ottobre 2006.




da Expatica.com:


Dutch say no to Romania and Bulgaria workers

A majority in parliament wants current problems with Polish workers solved first before opening borders to Romanian and Bulgarian workers.

25 June 2008

THE NETHERLANDS - A majority in parliament is opposed to opening Dutch borders to workers from Romania and Bulgaria despite a serious labour shortage.
Social Affairs Minister Piet Hein Donner wants to admit Romanian and Bulgarian workers from 1 January 2009 but parliament, including the main coalition parties the Christian Democrats (CDA) and Labour (PvdA), believe the current problems with Polish workers should be solved first.
The conservative VVD says estimates of the number of Poles who would come to work in the Netherlands were way off the mark.
Instead of the expected 15,000, as many as 1,207,000 Polish workers migrated to the Netherlands, leading to serious problems. The VVD says it ought to be at least another three years before Romanians and Bulgarians are allowed to work in the country. Minster Donner's own party, the CDA, agrees that the minister is moving too fast, while Labour argues there is not enough housing and the issue of exploitation by slum landlords needs to be dealt with first.
The Socialist Party says the min