mercoledì, 09 luglio 2008


Fra le molteplici minacce che flussi migratori consistenti (come quelli attuali) comportano per i paesi verso cui sono diretti, esiste anche la sovrappopolazione del territorio e le conseguenti ripercussioni negative inerenti all'impatto ambientale (sfruttamento eccessivo e scarsità delle risorse naturali ed energetiche, aumento dei rifiuti prodotti, del traffico e dell'inquinamento in generale, crescita incontrollata delle aree urbane, esigenza di costruire sempre più abitazioni, scuole, strade e altre infrastrutture,...). Il rapporto tra demografia e sostenibilità ambientale, in Europa e negli Stati Uniti reso progressivamente precario da un'immigrazione incalzante, è un argomento tabù, del quale molto difficilmente avrete sentito o sentirete parlare nei media "ufficiali".

Potete intanto iniziare a farvene un'idea leggendo i due articoli di seguito segnalati, tradotti in italiano dal sito Oilcrash.com. Entrambi riguardano la realtà statunitense e sono rispettivamente del 1992 e del 2003. Anche se i dati in essi contenuti sono da aggiornare rispetto alla situazione attuale, le loro argomentazioni generali restano valide (anzi, nel 2008 lo saranno a maggior ragione!) e non solo per gli USA. Considerate infatti alcuni primi dati di partenza: gli Stati Uniti attualmente hanno una densità media di popolazione che supera i 31
ab./km², contro i circa 198 dell'Italia e i 113 circa dell'Unione Europea. Naturalmente andrebbe affrontato un discorso separato e specifico per ciascun singolo Stato (d'America) o Nazione (d'Europa), ma, come si argomenta nel primo articolo, la disponibilità di ampi spazi (quando presenti) non risolve i problemi delle aree già sovraffollate.

I due articoli tradotti:
  1. Perché l'immigrazione eccessiva danneggia l'ambiente (n° 27a di Population-Environment Balance, giugno 1992)
  2. Una crisi irreversibile, di Barbara Vickroy e Frosty Wooldridge (16 settembre 2003)
Li trovate tutti e due al seguente indirizzo:

http://www.oilcrash.com/italia/immig_01.htm

Le versioni originali in inglese sono in:
  1. http://www.dieoff.org/page52.htm
  2. http://www.frostywooldridge.com/articles/.........html
In Oilcrash.com sono riportati altri articoli dedicati all'argomento e tradotti in italiano. Forse in futuro verranno segnalati in questa sede.
sabato, 31 maggio 2008


da My Way News:

In Miami, Spanish is becoming the primary language

May 29, 4:38 AM (ET)

By GISELA SALOMON

MIAMI (AP) - Melissa Green's mother spoke Spanish, but she never learned - her father forbid it. Today, that's a frequent problem in this city where the English-speaking population is outnumbered.
The 49-year-old flower shop owner and Miami native said her inability to speak "espanol" makes it difficult to conduct business, seek help at stores and even ask directions. She finds it "frustrating."
"It makes it hard for some people to find a job because they don't speak Spanish [non solo un problema di lingua e cultura dunque, ndr], and I don't think that it is right," said Green, who sometimes calls a Spanish-speaking friend to translate for customers who don't speak English.
"Sometimes I think they should learn it," she said.
In many areas of Miami, Spanish has become the predominant language, replacing English in everyday life. Anyone from Latin America could feel at home on the streets, without having to pronounce a single word in English.
In stores, shopkeepers wait on their clients in Spanish. Universities offer programs for Spanish speakers. And in supermarkets, banks, restaurants - even at the post office and government offices - information is given and assistance is offered in Spanish. In Miami, doctors and nurses speak Spanish with their patients and a large portion of advertising is in Spanish. Daily newspapers and radio and television stations cater to the Hispanic public.
But this situation, so pleasing to Latin American immigrants, makes some English speakers feel marginalized. In the 1950s, it's estimated that more than 80 percent of Miami-Dade County residents were non-Hispanic whites. But in 2006, the Census Bureau estimates that number was only 18.5 percent, and in 2015 it is forecast to be 14 percent. Hispanics now make up about 60 percent.
"The Anglo population is leaving," said Juan Clark, a sociology professor at Miami Dade College. "One of the reactions is to emigrate toward the north. They resent the fact that (an American) has to learn Spanish in order to have advantages to work. If one doesn't speak Spanish, it's a disadvantage."
According to the Census, 58.5 percent of the county's 2.4 million residents speak Spanish - and half of those say they don't speak English well. English-only speakers make up 27.2 percent of the county's residents.
In the mainly Cuban city of Hialeah and in the Miami neighborhood of Little Havana, 94 percent of residents identified themselves as Hispanic.
Andrew Lynch, an expert on linguistics and bilingualism at the University of Miami, said that the presence of Spanish-speakers first became an issue in Miami-Dade County in the 1960s and '70s with the arrival of Cuban immigrants and intensified in the '80s with immigrants from not just Cuba, but Argentina, Venezuela and elsewhere in Latin America. The exodus of English speakers soon followed.
James McCleary, his wife and two children left Miami in 1987 for Vermont, where he is now a farmer. McCleary, 58, said his inability to speak Spanish made it difficult for him to find work - it once took seven months to get hired as a cook.
"The job market was very tough. It was very, very difficult," he said.
His wife, Lauren, was born and raised in Miami and they visit at least twice a year, but she feels that it's no longer her hometown.
"I don't like being there anymore. It is very, very different," she said. "I cannot live there anymore, I can't speak their language."
Nevertheless, she likes the diversity of the population of South Florida [1) ma quale diversità se ormai sono quasi solo ispanici?! 2) è dovuta scappare con il marito proprio a causa di quella "diversità" e adesso dice che le piace? Mah, valli a capire certi (s)ragionamenti, ndr] and regrets not learning Spanish in school.
Librarian Martha Phillips, 61, believes those who speak Spanish will continue to have more opportunities and she doesn't think that's necessarily fair. Phillips said she is sorry to see non-Spanish-speakers abandoning Miami, and said she's concerned that the area "will be like a branch of Latin America."
"I do resent the fact that people seem to expect that the people who live here adjust to their ways, rather than learning English and making adjustments," she said. "Obviously I don't expect an older person to learn to speak English, but younger people come in and they don't seem to make much of an effort to learn to adapt to this country and they expect us to adapt to them. [per forza, hanno i numeri per capovolgere la situazione..., ndr]"
Some Spanish speakers say they have their own trouble with those who only speak English.
Mary Bravo, a 37-year-old Venezuelan business owner, moved to Miami nine years ago. She understands English but only speaks a little.
"This land is theirs. We should try to speak English ["dovremmo provare" o piuttosto "siamo tenuti"?, ndr]," she said, "but they don't even try to understand us. [fantastico, la ciliegina sulla torta!, ndr]"

http://apnews.myway.com/article/20080529/D90V6OEO0.html



Avviso ai lettori: cambio provvisorio della linea editoriale
venerdì, 21 marzo 2008


Interessante questo studio monografico in francese [cliccare sull'indirizzo in fondo] pubblicato dall'associazione Contribuables Associés e realizzato da Jean-Paul Gourévitch, esperto internazionale in risorse umane e migrazioni. Il tema è tabù in Francia (ma anche in Italia e nel resto d'Europa): il costo reale dell'immigrazione, compreso quello immateriale. Lo studio si articola nell'analisi dei seguenti aspetti:
  • costi dell'emigrazione verso la Francia (per i paesi di origine e per gli immigrati stessi);
  • costi dell'immigrazione in Francia (sicurezza, fisco, previdenza sociale, istruzione, integrazione, disoccupazione);
  • bilancio delle entrate derivanti dall'immigrazione (saldo negativo fra spese ed introiti di 26,19 miliardi di euro);
  • conclusioni: possibili strade per ridurre i costi.

http://www.contribuables.org/...monographie14_le_cout_reel_de_limmigration.pdf
sabato, 09 febbraio 2008


Un breve spunto di riflessione:

"Il cappotto, in quella Roma che firmava accordi con Bruxelles oggi impensabili («Per ogni scaglione di 1000 operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà in Italia tonnellate 2500 mensili di carbone...») è qualcosa di più che un capo di vestiario." *

Tratto dal libro La Casta, di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (pp. 29-30, ed. Rizzoli)

Nel secondo dopoguerra lo Stato Italiano barattava propri cittadini con il carbone del Belgio. Sì sì, erano tempi duri, lo so. Ma voi vendereste i vostri figli per lenire l'indigenza? Oggi, invece, importiamo "figli altrui" a beneficio di nessuno, se non di un criminale sistema capitalistico-finanziario.

* [La sottolineatura non fa parte della citazione]
lunedì, 28 gennaio 2008


Bernardo Ghiso
28/01/2008

«Ben lungi dalla felicità si trovano quelli che vanno in cerca della saggezza».
All’opposto, «poco o nulla sono infelici quelli che più si avvicinano al naturale delle bestie».
Lo scrive Erasmo da Rotterdam nel suo famoso “Elogio della Follia”, in un paragrafo intitolato appunto «Felicità degli stolidi» (1).
Una ventina d’anni fa, in un palazzo qualsiasi dell’ultramassonica Unione Europea, qualche ultramassonico oltreché sfaccendato alto dirigente dev’esserselo riletto.
E fu così che nacque, non senza l’attivo interessamento dell’allora presidente francese Mitterrand, ultramassone pure lui, lo European Community Action Scheme for the Mobility of University Students: il famoso Progetto ERASMUS.
Tutti sanno di cosa si tratta.

I lettori di questo sito, però, non devono sottovalutare un importante dettaglio: il Progetto ERASMUS, in realtà, è un ben congegnato Progetto ORGASMUS.
Prendendola alla lontana e schematizzando un po’, il Progetto ORGASMUS funziona così.
Innanzitutto, i nostri adolescenti vengono scientemente mantenuti nell’ignoranza più crassa e nell’indifferentismo religioso più degradante da Licei e Istituti professionali statali.
Dai tredici anni in avanti, maschi e femmine (privi di veri padri e di autentici maestri) sono tutti assorbiti dall’impegno di perdere l’innocenza prima di raggiungere la maggiore età: un impegno inderogabile, cui fanno da essenziale pendant le decine di ore di Educazione sessuale frequentate a scuola.
Giunti ai diciotto-diciannove anni, l’aspettativa sociale e la totale assenza di competenze in qualsiasi campo, che non siano la musica o l’uso di stupefacenti, li spinge ad iscriversi in massa all’Università.
Una facoltà qualsiasi, l’importante è che la città sia diversa da quella di residenza della famiglia.
I soldi per l’affitto li mette il padre, i preservativi e le pillole del giorno dopo li infila la madre nel portafoglio o nella borsetta.
Dopo un paio d’anni di frequenza saltuaria alle lezioni, di esami ridicoli superati senza alcun impegno e senza alcun profitto, di bagordi, di mediocrità e di risatine, ecco finalmente i sei mesi,
i dodici mesi di ORGASMUS vero e proprio.

Il denaro necessario all’«arricchente esperienza» ce lo mette un po’ l’Unione Europea, un po’ qualche ente locale, un po’ la famiglia.
E quest’ultima molto volentieri, purché il ragazzo o la ragazza «vedano il mondo», «si relazionino con i diversi», «apprendano una nuova lingua con cui comunicare e viaggiare», «sappiano diventare giovani cittadini europei aperti e tolleranti verso le alterità».
Ben difformi, ovviamente, i propositi e le aspettative dei suddetti pargoli.
Una volta giunti nella città straniera prescelta, ecco spalancarsi di fronte a loro l’agognata prospettiva di un più o meno lungo periodo di «tempo sospeso», da trascorrere lontano da legami e doveri in una sorta di “paese dei balocchi”.
Eccoli, «i nostri ragazzi», indossare finalmente i panni dell’individuo ab-soluto, libero di darsi spensieratamente all’ozio e alla crapula in un’effimera compagnia di coetanei dalle più variegate provenienze.
Durante l’ORGASMUS, lo studio non importa che marginalmente.

I veri interessi sono altri: drogarsi e fornicare.
Ai tali fini sono deputati i cosiddetti «locali ERASMUS» (locali ORGASMUS), colorati e chiassosi esercizi pubblici sorti in molte città universitarie coinvolte nel Progetto.
Attivo fino a tarda notte, un locale ORGASMUS è l’ideale per incontrarsi, gozzovigliare, stabilire appuntamenti.
E’ qui che le Meredith e i Rudy approcciano le sole «alterità», le sole «diversità» che possano interessarli: i pusher e gli studenti disponibili a fornicare (2).
Non per nulla Erasmus, quello in carne ed ossa, di primo nome faceva Desiderius (3).
I «ragazzi ORGASMUS» formano così, nei mesi di permanenza all’estero predisposti per loro dalla Libera Muratoria, allegri assembramenti multirazziali e multilingui, in cui ognuno è «libero», «uguale» e «fratello» nella misura in cui rinuncia alla propria eredità culturale e spirituale, e in cui sacrifica eventuali remore morali sull’altare del freudiano Lustprinzip, il «principio del piacere».
Si realizza qui, al ritmo furioso di cacofonie rock, hip-hop o techno, la perfetta «unione degli egoisti», definitiva forma di coagulo sociale prevista nel 1844 dall’anarchico Max Stirner (4).
Nell’unione degli egoisti è effettivamente dato di «apprendere una nuova lingua con cui comunicare e viaggiare» nel mondo contemporaneo.
Si tratta dell’unico, monotono gergo dello sradicato: il raglio ossessivo dell’uomo-ciuco, Lucignolo.
«Poco o nulla sono infelici», ricordiamolo, «quelli che più si avvicinano al naturale delle bestie».
E non si dica, per cortesia, che non tutti i «giovani d’oggi» sono o fanno «così», è ovvio.
Esistono ancora, se non altro, i timidi e gli studiosi, e coloro che alla deboscia amano dedicarsi, sì, ma con juicio.

Eppure la corruzione subdola, salvo pochi casi di pregressa ed eccezionale «tenuta» religiosa, durante l’ORGASMUS sa raggiungere anche loro.
E come potrebbe non farlo, nel clima artificiale e guasto prodotto dal cozzare di centinaia di giovani abbandonati a se stessi, privi per mesi di punti di riferimento famigliari o comunque di figure adulte significative, senza un qualsivoglia controllo o indirizzo autorevole sul modo di impiegare il proprio tempo?
Spero che non sfugga il «relativismo implicito» di cui una simile situazione, dove lo «scandalo» dell’indifferentismo e dell’apolidismo identitario è massimo, è necessariamente la fonte.
Ben si comprende, dunque, il motivo per cui la Massoneria tiene così tanto alla Mobility of University Students.
Così recitava nel 1838, con esplicito riferimento alla vera Fede, un’Istruzione segreta dell’infame Setta: «Noi abbiamo intrapresa la corruzione in grande, la corruzione che deve condurci al seppellimento della Chiesa. Il cattolicesimo non teme la punta del pugnale, ma può cadere sotto il peso della corruzione. Popolarizziamo il vizio nelle moltitudini; che lo respirino coi cinque sensi, che se ne saturino. Fate dei cuori viziosi e voi non avrete più cattolici. Lasciate in disparte i vecchi e gli uomini maturi; andate, invece, dritto alla gioventù».

Bernardo Ghiso


Note
1) Si tratta del paragrafo XXXV del celebre libretto.
2) Naturalmente come sesso va bene anche il proprio.
3) Il nome di battesimo di Desiderius Erasmus era in realtà Geert Geertsz (1466-1536).
4) Esponente dissidente della sinistra hegeliana, il filosofo Max Stirner (pseudonimo di Johann Caspar Schmidt, 1806-1856) è autore de “L’unico e la sua proprietà” (1844), libro «maledetto» che non a caso influirà in modo decisivo su Nietzsche. In esso si sostiene l’assolutezza dell’Ego individuale («l’Unico», appunto), a cui è permesso qualsiasi atto o delitto purché cooperi alla propria autoaffermazione. Nella prospettiva compiutamente atea ed anarchica di Stirner, ogni dipendenza dell’Ego da ciò che è altro-da-sè deve essere abolita: religione, Stato, famiglia, comunità, legge, moralità. La sola forma di legame sociale che Stirner riconosce come legittima è appunto l’«unione degli egoisti», alla quale i singoli Ego possono volontariamente assoggettarsi nella stretta misura utile ad aumentare la propria potenza e capacità di godimento individuale.
«Io ho riposto la mia causa sul Nulla» è il famoso motto con cui si chiude il volume, capolavoro insuperabilmente coerente di nichilismo e di crudeltà.

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Così Romano Prodi nel maggio 2007, a Bologna: "Sei mesi all'estero siano d'obbligo per laurearsi" (da Quotidiano Net, del 09/05/2007). Da tenere a mente...
giovedì, 24 gennaio 2008


Fra il 1996 e il 2006 circa 4,5 milioni di persone hanno lasciato Londra (2,4 milioni) e il Sud-Est dell'Inghilterra (2,1 milioni) per andare a vivere lungo la costa o nei villaggi di campagna nella parte sud-occidentale del paese. La ragione di una tale massiccia migrazione interna è da individuare nella ricerca di una migliore qualità della vita in aree lontane dal degrado urbano (che evidentemente deve aver raggiunto livelli esorbitanti per indurre alla fuga un così elevato numero di Inglesi in dieci anni...). La capitale, in particolare, resta un polo di attrazione per giovani e single non soltanto inglesi, ma sembra non offrire (più) le adatte condizioni di vivibilità a coppie con figli e a pensionati. Questo ha fatto sì che nella suddetta decade Londra conoscesse un calo della popolazione britannica pari a 608.000 unità, più che "rimpiazzate" dall'arrivo di quasi 1 milione di stranieri (sì sì, molti di loro saranno giovani europei che, "per imparare la lingua", sono andati a fare gli sguatteri, ma ne riparliamo fra poco...). Quindi nel 2006 Londra contava 538.000 abitanti in più rispetto a dieci anni prima (l'incremento demografico più consistente in tutto il paese, ma allo stesso tempo anche il decremento più rilevante, ossia quel calo di cui parlavo prima...). Eloquente è anche il caso di Birmingham, dove nel corso del decennio la popolazione bianca di origine britannica è diminuita di 61.000 unità e, stando ad alcune stime, la città si avvia a diventare la prima nel Regno Unito a maggioranza non bianca (ci stiamo avvicinando al nocciolo della questione...).

Circa una settimana fa un insospettabile,
Trevor Phillips, che è a capo della Equality and Human Rights Commission (una commissione governativa che vigila sulle relazioni interetniche), metteva in guardia sulla sempre più accentuata divisione del paese su base etnica, a causa della fuga (aggiungiamo noi, comprensibile, ovvia, scontata) delle famiglie bianche dalle aree a maggioranza allogena (nera, asiatica o islamica) (1). Tradotto: il fallimento, anche se non esplicitamente ammesso, dell'esperimento multirazziale targato UK. Ecco allora che le statistiche precedentemente esposte rappresentano molto di più di una semplice analisi quantitativa.

Per avere un quadro complessivo della situazione demografica inglese e meno dettagliatamente europea, si vedano in questo blog i seguenti interventi (soprattutto il secondo, che ha maggiore attinenza con il presente post):

- Alcune cifre sull'etno-suicidio britannico ed inglese in particolare
- Scappano gli Europei

Nota:
(1)
Trevor Phillips ha utilizzato l'espressione "white flight", mutuata dagli studi sociali statunitensi per indicare lo spostamento della classe media bianca dai sobborghi a forte presenza non bianca (soprattutto afro-americana, almeno in passato) ai quartieri in cui le cosiddette minoranze sono assenti o presenti in lieve misura.

Fonti:
1. Daily Mail
2. The Daily Telegraph
domenica, 25 novembre 2007


Nel blog di supporto a Fatti d'Europa (L'archivio), sotto la categoria "emigrazione", è stata raccolta una serie di articoli (provenienti da fonti diverse) riguardanti un nuovo preoccupante fenomeno: la fuga degli Europei dalle rispettive nazioni. Prima di fornire i numeri relativi a questo esodo e al contemporaneo ingresso di immigrati (la situazione meglio documentata è quella della Gran Bretagna), vale la pena fare almeno tre osservazioni di carattere generale desumibili dalla lettura degli articoli:

1) Perché gli Europei emigrano? Per un generale scadimento della qualità della vita (dipendente, ad esempio, dal sistema di tassazione o di previdenza sociale), per il senso di sfiducia nelle opportunità lavorative o di carriera professionale che verrebbero loro offerte (es.: disoccupazione, retribuzioni giudicate insufficienti), per l'erosione culturale di cui si sentono vittime in patria.
Fra questi aspetti e la questione dell'immigrazione esiste un rapporto più o meno diretto.
 
2) Chi emigra? A lasciare il proprio paese sono soprattutto giovani europei qualificati, professionisti magari dalla carriera già avviata, ma negli ultimi anni è in aumento anche il numero di emigrati in possesso di titoli di istruzione inferiori

3) Cosa accade nel frattempo? L'immigrazione verso i paesi europei sta aumentando o resta sostanzialmente stabile (come in Germania). La grande maggioranza degli immigrati non è qualificata ed è poco istruita.

Ma sia ben chiara una cosa: scappare non è mai una soluzione!
Ecco alcune cifre relative a Gran Bretagna, Germania, Paesi Bassi e Svezia.

Gran Bretagna:

Dal 1997:
- 1,8 milioni di Britannici sono emigrati e di questi circa la metà ha fatto ritorno;
- più di 3 milioni di stranieri sono arrivati e circa la metà se n'è andata;
QUINDI: 900.000 Britannici in meno e come minimo 1,5 milioni di stranieri in più.

Dal 2001 al 2005:
- 2.258.000 gli immigrati giunti: di questi, 871.000 quelli ripartiti; ALLORA 2,258 milioni - 871 mila = +1.387.000 residenti nati all'estero;
- 503.000 cittadini britannici hanno lasciato il paese e non sono più tornati;
- la percentuale dei nati all'estero è salita dall' 8% (2001) al 10% del totale (2005).

Fra giugno 2005 e giugno 2006:
- 207.000 cittadini britannici hanno abbandonato l'isola;
- sono arrivati almeno 574.000 immigrati.

Anno 2006:
- complessivamente, un aumento di 316.000 stranieri ed una perdita di 126.000 Britannici;
- l'immigrazione ha contribuito per il 55% alla crescita della popolazione;
- 4 emigrati su 10 occupavano incarichi professionali e manageriali.

Mete preferite dagli emigrati britannici: Australia, Spagna, Nuova Zelanda, Francia, Stati Uniti.

A Birmigham, nelle classi elementari, i bambini che non parlano inglese come madrelingua sono passati, nel solo ultimo anno, dal 5 al 20%.

Aborti: interrotta 1 gravidanza su 5 (il dato si riferisce all'Inghilterra e al Galles, ma è ignoto il periodo di riferimento).

Fonti: Townhall.com, The Telegraph (1 e 2), pressdispensary.co.uk, Daily Mail (1 e 2), Effedieffe

Germania:


Anno 2005:
- 144.815 i Tedeschi emigrati secondo l'ufficio federale che si occupa di statistiche (+25% rispetto al 2002);
- N.B.: questo è soltanto il dato ufficiale, sicuramente inferiore a quello reale, poiché molti lasciano la Germania senza notificare la propria partenza alle rispettive municipalità;

Due le ragioni principali che spingono i Tedeschi ad andarsene: tassazione troppo elevata ed estraniazione socio-culturale dovuta all'immigrazione di massa, la quale stravolge il profilo identitario di appartenenza e di riferimento.

Mete preferite:
Norvegia, Danimarca, Svizzera, Austria, Nuova Zelanda, Stati Uniti.

Emigrati tedeschi:
- la metà ha meno di 35 anni;
- la percentuale dei laureati è 10 volte maggiore rispetto alla media nazionale.

Fonti: The Brussels Journal, Spiegel online

Paesi Bassi:


Anno 2006: più di 130.000 Olandesi hanno lasciato il paese.

Nei primi 9 mesi del 2006:
- quasi 100.000 gli emigrati (12.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2005) e circa la metà erano nativi d'Olanda;
- 76.000 immigrati si sono stabiliti nel paese (+6.000 rispetto allo stesso periodo del 2005).

L'emigrazione ha raggiunto i livelli più alti dopo gli assassinii di Pim Fortuyn e Theo van Gogh. Essa ha rallentato la crescita della popolazione.

Fonti: The Brussels Journal, Expatica

Svezia:


Anno 2006:
-
95.750 immigrati (è record: +47% rispetto al 2005);
- 44.908 persone emigrate (+18% rispetto al 2005);
- il gruppo più consistente di immigrati (16%) è costituito da Svedesi che ritornano in patria, seguiti però dagli Iracheni (11%), la cui immigrazione nel paese scandinavo, per effetto della guerra condotta dagli Stati Uniti, è aumentata del 269% rispetto al 2005.
[cliccare sul collegamento in basso per vedere una lista, in fondo all'articolo, relativa ai paesi di provenienza degli immigrati in Svezia]
- 51.239 immigrati hanno acquisito la cittadinanza svedese (altro record): di questi, ben 12.895 erano iracheni.

Fonte: The Local