martedì, 01 luglio 2008



da Effedieffe:


Vertice Russia-Europa: la pazienza di Mosca

Maurizio Blondet      29 giugno 2008

Con pochissima eco sui media nostrani, s’è concluso il vertice fra Unione Europea a Russia, tenutosi a Khanty-Mansiik in Siberia. All’ordine del giorno un ambizioso Patto di Cooperazione e di Partnership (PAC). Bastava leggere i lanci della Novosti per intuire quanta importanza Putin (o meglio, oggi, il presidente Medvedev) attribuisse a questo incontro, e quanto poco - il che sembra una contraddizione - se ne aspettasse.

Basterà citare la dichiarazione alla Novosti di Sergei Karaganov, presidente del Presidium per la Politica Estera e di Difesa, certo uno degli uomini che hanno più lavorato per il vertice: «Non penso che dobbiamo aspettarci nessun passo avanti dal summit, ma sarà una svolta positiva. Da molto tempo non abbiamo un vero dialogo per ragioni artificiali, come i disaccordi per la carne polacca (di cui Mosca vietò l’import) e motivazioni fitosanitarie... Ora cominciamo un dialogo più coerente. Ma per ora nè la  Russia nè la UE sanno quale linea l’altra parte seguirà. Non c’è da attendersi risultati rapidi. Ma la cosa più  interessante da attendersi è non solo l’inizio del dialogo su un nuovo accordo (penso che il Patto di Cooperazione e Partnership richiederà molto tempo) ma anche un intenso a razionale dialogo sull’energia».

«Al momento attuale non ci diciamo l’un l’altro la verità, benchè la domanda sia semplice: quali saranno i prezzi futuri di gas e petrolio? Siamo accusati di imperialismo… mentre dovremo semplicemente accordarci sul possesso congiunto di sistemi energetici, e sulla formazione di un solo sistema Russia-EU. Fatto questo, risolveremo il maggior problema delle relazioni russo-europee: la UE vuole pagare meno il gas, e la Russia non vuol ridurre il prezzo» (1).

Pochi giorni prima, il 20 giugno, il ministro degli Esteri Lavrov aveva ripetuto quali sono i problemi che continuano ad assillare Mosca: lo scudo missilistico che gli USA vogliono piazzare in Polonia e Cekia (contro la volontà di Praga e oggi anche di Varsavia), e l’espansione della NATO ad Est (benchè Jiulia Timoshenko, la prima ministra ucraina, sia andata davanti alla NATO a dire che «l’adesione non è una priorità per il nostro governo», e che la Russia «resta importante per l’Ucraina e i rapporti non possono essere che di collaborazione»).

Poco dopo, Mosca ha reagito con esasperazione alle voci di Washington, secondo cui lo scudo antimissile - ipocritamente inteso a «proteggere l’Europa contro l’Iran» - poteva essere piazzato, se non lo voleva la Polonia, in Lituania. E’ chiaro che Stati europei sono coinvolti in questi piani (la UE, più o meno passivamente, dice sì), e che proprio questo è l’ostacolo ad una buona relazione stabile dell’Europa con la Russia. E’ anche evidente che questi ostacoli sono voluti esclusivamente dagli Stati Uniti, «e questo fatto serve a minare le relazioni UE-Russia». E’ questo lo scopo (2).


Interessante la reazione di Mosca: il nuovo presidente Dimitri Medvedev, fin dal suo giro inaugurale in Europa, ha proposto (il 5 giugno a Berlino) una nuova struttura di sicurezza con la partecipazione russa. «Si deve delineare un trattato universale europeo, in cui ciascuno Stato europeo prenderebbe parte. Non Stati associati in unioni e blocchi, ma esattamente come entità sovrane distinte».

Ovviamente gli americani e i loro maggiordomi nella UE vedono in questa mossa una volontà di ridurre il peso della NATO come istituzione, e di allentare i legami transatlantici dell’Europa. Ma c’è nelle parole di Medvedev un richiamo ad una «Europa delle patrie» che dovrebbe far suonare qualche corda dalle nostre parti. Del resto, Mosca ha già stabilito relazioni privilegiate con Stati sovrani individuali, Germania anzitutto, e  Francia. Inoltre, la proposta di Medvedev appare onestamente chiara ed esplicita.

Tra UE e Russia esiste già un vago Patto di Cooperazione e Partnership, firmato nel 1997, formalmente spirato nel dicembre 2007, ma che resta in vigore alle condizioni precedenti se nessuna delle due parti lo denuncia; un nuovo patto su più concrete basi è stato bloccato dal veto della Polonia come rappresaglia per il blocco dell’import di carni polacche in Russia. Come è stata accolta la proposta di Medvedev a Bruxelles?


Qualcosa risulta da una «fonte» anonima «degli ambienti NATO», citata dal sito Dedefensa (3): anche in seno alla NATO si trovano posizioni piuù europee e meno «americaniste», le quali ritengono che il progetto di estensione dell’Alleanza (all’Ucraina) è «una posta in gioco molto grossa, e un fattore di divisione importante nell’Alleanza stessa. Se non ci fossero gli americani, questa posta dell’allargamento non esisterebbe, perchè l’Europa non vi si impegnerebbe un minuto, dato che l’Europa non cerca una ‘confrontation’ con la Russia, cui l’allargamento ha molte possibilità di condurre. Dunque, si tende a ritenera alla NATO che a dicembre, nel corso delle riunioni interministeriali dell’Alleanza, non ci saranno novità sull’allargamento». Tanto più che gli USA si troveranno allora «in piena transizione di poteri, e saranno privi di politica definita, in questo campo e in generale».

Ma non è il caso di illudersi che un presidente democratico, come Barak Obama se eletto, cambi davvero la politica americana in Europa. Su questo, un’altra fonte, stavolta della UE appena tornata da Washington, ha confidato a Dedefensa: «La politica anti-russa di Washington è un fattore costante. Non dipende dall’una o dall’altra amministrazione. Anche con un’amministrazione democratica, la politica anti-russa andrà avanti allo stesso ritmo, con gli stessi caratteri, come l’allargamento della NATO per  premere sulla Russia. C’è una molto vasta maggioranza a Washington in questo senso, al Congresso, a causa della ‘delusione’ che gli americani provano verso la Russia».


La Russia ha deluso perchè ha rifiutato di auto-americanizzarsi e di allinearsi, come «democrazia», alle grandi strategie americaniste. Il rifiuto è stato reso esplicito da Vladimir Putin nel suo discorso di Monaco del 10 febbraio 2007. Da allora la «delusione» si è distillata in una politica dell’avversione. Con la decisione di continuare il piano Brzezinsky di isolare Mosca dall’Europa, e dagli Stati ex-sovietici, per ridurla a «media potenza asiatica». Ma a Mosca - dove il gioco degli scacchi è lo sport nazionale - esercitano la pazienza, dopo aver fatto le loro mosse.

La UE è il maggior partner commerciale della Russia, e la Russia esporta il 50% delle sue esportazioni totali alla UE (284 miliardi di dollari l’interscambio nel 2007). Inoltre, aleggia la domanda cui Karaganov ha alluso: «Quali saranno i prezzi di gas e greggio nel prossimo futuro?». Dal gas russo, l’Europa dipende già pesantemente come cliente; come alleato le condizioni potrebbero essere diverse.

Bisogna attendere che la realtà si imponga anche ai maggiordomi degli USA (di un’America diminuita dalla Depressione in cui sta affondando), coloro che ostacolano il destino manifesto della partnership continentale. Mosca ha evidentemente pazienza, la pazienza del giocatore di scacchi. Anche perchè il tempo non è a favore della UE. Il 4 luglio cominciano i colloqui sul nuovo PAC euro-russo. Mosca non si aspetta molto, per ora.



1) «Russian and european political analysts on the upcoming  EU-Russia summit», Ria-Novosti,
25 giugno 2008.
2) Sergei Blagov, «Russia seeks new European order», ISN Security Watch, 25 giugno 2008.
3) «Le fil à la patte», Dedefensa, 28 giugno 2008.


http://www.effedieffe.com/content/view/3747/166/
mercoledì, 18 giugno 2008


Il video sottostante è lo spot televisivo (od uno degli spot, non sappiamo) di sostegno alla nazionale di calcio "francese" per il torneo Euro 2008. Anche se qualcuno di voi non riuscirà a comprenderne le parole (comunque trascritte in fondo) ed il relativo significato, vi sarà facile intuire l'orizzonte ideologico multietnicista (e genocida) del clip.

http://www.youtube.com/watch?v=2kckJg_NqcE

Diciamocelo senza pudore (che lasciamo ai benpensanti antirazzisti): dopo che la propaganda etnocida ha contaminato anche lo sport, nel vedere les Bleus eliminati dall'Europeo dopo un deludente pareggio con la Romania, la batosta per 4-1 contro l'Olanda e il 2-0 inflitto ieri sera dall'Italia... c'è più gusto.



Le parole del messaggio televisivo:

Le jour se lève sur notre histoire pour éclairer l'ensemble de notre parcours.
Le jour se lève sur notre envie de montrer à tous que c'est à notre tour
D'assumer nos rêves, d'en récolter la sève, afin de remplir les plus belles pages
Le jour se lève sur le besoin de laisser une trace de notre passage.
Vous connaissez nos visages, on a pas besoin de se ressembler.
Vous connaissez notre adage : on en envie de vous rassembler.
Et si c'est vrai que l'union fait la force quand apparaît l'adversité.
Nous aurons un atout supplémentaire : celui de la diversité.
Avec toutes nos différences, nous allons porter et défendre les mêmes couleurs.
Avec fierté, sans arrogance. Dans les victoires et les douleurs.
Le jour se lève sur notre histoire, on voit déjà l'horizon s'éclaircir.
Le jour se lève sur notre espoir : vous réunir pour réussir.

On vit ensemble, on vibre ensemble [e ensemble ve ne tornate a casa!, ndr].
martedì, 17 giugno 2008




Il 3 giugno scorso avevamo segnalato questa manifestazione organizzata dalla televisione pubblica danese (!!!). Ci eravamo sbagliati: avevamo detto che si trattava di un concorso di bellezza, invece il sito per adolescenti (deficienti) Skum precisa che è una competizione di moda, nella quale non viene considerato l'aspetto fisico (effettivamente sembrava un po' strano...). Attente donne del Vecchio Continente, nuove "mode" stanno cercando di farsi spazio...


 
da Libération:

La télé publique danoise élit une «Miss Voile»

Sébastien Buffet
QUOTIDIEN : mardi 17 juin 2008

Elle s’appelle Huda Falah, elle a 18 ans et elle est danoise de confession musulmane [qui una sua foto, ndr]. Originaire d’Irak, cette jeune femme a été désignée, la semaine dernière, «Miss Voile 2008». Organisée par DR Skum, le site communautaire pour ados de l’audiovisuel public danois (DR), la compétition était ouverte aux jeunes filles âgées de 15 ans et plus, sans distinction de religion [dettaglio quest'ultimo di non poco conto, che mostrerebbe una preoccupante forma di acculturazione al contrario, ndr]. Au-delà du concours de mode, c’est la volonté d’engager les jeunes Danois sur le débat autour du voile qui a inspiré la démarche de DR Skum. La question du port du voile islamique, le hijab, a refait surface dans le royaume scandinave alors que le gouvernement libéral-conservateur entend le bannir des tribunaux, à l’instar d’autres symboles religieux tels que le crucifix ou la calotte juive. La classe politique locale a toutefois critiqué d’une même voix l’initiative de DR Skum, la jugeant inappropriée eu égard à la mission de service public qui est la sienne [eh beh, direi..., ndr]. La lauréate a de son côté expliqué sa participation à ce concours comme une opportunité de «briser le mur entre les jeunes musulmans et les jeunes Danois» [o piuttosto è l'esaltazione mediatica di quello steccato?, ndr]. Et s’est vue remettre, en guise de récompense, un iPod et un voile dessiné par le designer Mads Nøgaard.

http://www.liberation.fr/actualite/ecrans/332608.FR.php
domenica, 15 giugno 2008


Clicca sull'immagine per ingrandirla

da The Daily Mail:

Hip-hop hoodies to represent British 'national identity' in Beijing Olympics closing ceremony

By Tom Kelly
Last updated at 2:12 AM on 15th June 2008

Connoisseurs of political embarrassment might remember the toe-curling scenes as Tony Blair and the Queen grimaced their way through Auld Lang Syne in the Millennium Dome eight years ago.
But that’s nothing compared with what awaits Gordon Brown and Boris Johnson at the Beijing Olympics closing ceremony.
They will be ‘treated’ to a group of hoodies gyrating to hip-hop music – in a segment intended to celebrate our national identity.
For the British political delegation, it will be a test of nerve – do they dare to stay stony-faced as Rap-on-zel, Jaxx and DJ Spinderella rap about life in an inner-city tower block?
Or do they attempt to muster some enthusiasm for the high-tempo show, and risk looking ridiculous?
Olympic protocol means that at the close of each Games, the next host city has eight minutes to put on a performance.
Organisers of the Sydney Olympics produced inflatable kangaroos on bicycles to mark the handover at the 1996 Atlanta Games, while the Greeks kept things traditional four years later by sending on Athenian women in historical garb.
Britain’s effort on August 24 will feature performers from ZooNation, an ‘urban dance squad’ acclaimed for a West End musical which features gangster rap and a drug-dealing pimp.
The choice has disappointed some commentators, who claim that hip-hop is inextricably associated with the U.S. and does not represent the UK.
Branding expert Peter York said: ‘The visual language belongs to America and it is something Britain has no particular purchase on.’ [sicuro che sia solo una questione di "linguaggio visuale"?, ndr]
But supporters said the performance would reflect London’s vibrancy and diversity.
Alistair Spalding, director of Sadler’s Wells dance theatre, said the closing ceremony would include ‘humour and stories told with hiphop and street dance’.
He said: ‘It is a positive choice and reflects an aspect of London that people don’t often think about – a multicultural city with a vibrant youth culture.’
ZooNation’s show Into the Hoods is a hiphop interpretation of Stephen Sondheim’s musical Into the Woods, transposed to a modern-day tower block.
The plot revolves around DJ Spinderella, who loses a gold trainer at the hip-hop ball.
Earlier this year, Daily Mail critic Patrick Marmion hailed the show as one of the ‘liveliest, most exciting, youthful additions to the West End in many a year’ and declared the dancers deserved ‘big respect’.
Organisers for the London Olympics yesterday stressed that the hip-hop dancers would be only one part of the show.
They will be joined by performers from the Royal Ballet and CandoCo, a disabled dance company.
The cost for the segment, and a similar one held at the end of the Paralympic Games, will be up to £2million.

http://www.dailymail.co.uk/news/............html
lunedì, 09 giugno 2008


dal Corriere della Sera (07/06/2008):

Roma, via al Gay Pride «più osteggiato»
«Neofascisti hanno tentato irruzione»


La deputata del Pd Paola Concia e il giornalista Stefano Campania hanno unito simbolicamente due coppie omo

ROMA - Un gruppo di «30-40» estremisti di destra «vestiti con giacca e cravatta» hanno cercato di «irrompere» nel corteo del gay pride romano sventolando «bandiere nere con croce celtica». Lo ha segnalato il presidente di Arcigay Roma, Fabrizio Marrazzo, sostenendo che il gruppo è stato bloccato dalle forze dell'ordine. Il tentativo di irruzione, ha detto ancora Marrazzo, è avvenuto a Piazza Venezia all'incrocio con via dei Fori imperiali, nei pressi dell'altare della patria. Verso le 18,30 almeno una bandiera nera era ancora visibile a piazza Venezia [questo identico paragrafo viene riportato anche in un articolo del Messaggero. Si passano i pezzi con questa nonchalance?, ndr].

VI ACCOLTELLIAMO -  «Erano una ventina di persone vestite in giacca e cravatta e ci hanno detto: vi accoltelliamo tutti». È il racconto di un ragazzo che ha partecipato al gay pride romano e che dice di aver assistito alla «incursione dei fascisti» durante il corteo. «Ci hanno detto - ha proseguito - che dovevano andare ad un matrimonio e invece ci volevano aggredire» [e venivano ad aggredirvi vestiti in giacca e cravatta??!!, ndr]. «Li conosciamo - ha detto un altro ragazzo dal carro dei centri sociali ('Strike', 'La Torre', 'Forte Prenestino') - sono i fascisti del Circolo Futurista e di Casa Pound, volevano rovinarci la festa ma li abbiamo fermati». Secondo altri testimoni «durante l'incursione» sarebbe stato spintonato e buttato a terra anche un ragazzo.

[...]

http://www.corriere.it/cronache/.........shtml



L'altra versione:

da NoReporter.Org (08/06/2008):

Noreporter (presente alla cerimonia) racconta come sono andati i fatti:

Si stava per celebrare un matrimonio nella chiesa di San Giuseppe falegname, sita al Campidoglio sopra il Carcere Mamertino. Da via dei Fori Imperiali stava affrettandosi verso il Campidoglio una mezza dozzina d'invitati quando transitava il Gay pride nel quale, con la solita filosofia degli agit-prop, si era infiltrata l'ultrasinistra; una quarantina di attivisti riconosceva qualcuno e dava immediatamente l'assalto. Malgrado il rapporto numerico fosse loro favorevole di otto a uno e benché gli aggressori, ultrà di sinistra, avessero bastoni e bottiglie, un semplice sganassone bastò a tenerli a bada e lontani. Il trambusto richiamò sia le forze dell'ordine che noi altri invitati che sostavamo sul piazzale in attesa della sposa. Ci raggruppammo e gli aggressori, forti della protezione delle forze dell'ordine, si misero a inveire, minacciare e indicare. Rispondemmo come meritavano, ossia ridendo, perché qualunque altro atteggiamento o gesto sarebbe stato uno spreco.

Dopo aver provato meschinamente a disturbare un matrimonio questi poveracci si sono messi a fare comunicati deliranti. Questo avviene sulla scia di tutte le demenze ululate da un mese in qua (dal Prenestino, ai Rom), falsità rumorose affermate a gran voce nel tentativo pietoso e non riuscito di riproporre un desueto e non sentito sentimento antifascista popolare. Alcuni figuri coltivano la speranza di rilanciare la strategia della tensione e la trappola degli opposti estremismi, evidentemente giudicata l'unica opportunità per salvaguardare gli stipendi di politicanti allo sbando per perdita verticale di consensi. [...]

http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=11138


La questione viene affrontata anche nel sito di CasaPound Italia con un comunicato di Gianluca Iannone:

http://www.casapound.org/

mercoledì, 04 giugno 2008


da La Stampa:

3/6/2008 (9:24) - IL COMUNE HA STANZIATO 2,8 MILIONI DI EURO
Mestre, blitz degli esponenti leghisti: "No alla costruzione del campo rom"

L'ira del sindaco Cacciari: «Mando la polizia, è una strumentalizzazione».

MESTRE
Blitz di alcuni esponenti della Lega Nord questa mattina a Mestre (Venezia). Alcune decine di persone hanno bloccato il cantiere per la realizzazione di un campo nomadi attrezzato finanziato dal comune con 2.800.000 euro.

I leghisti sono tutt’ora nel cantiere e alcuni di loro si sono incatenati per protestare contro la costruzione del sito destinato ad una comunità di Sinti da anni residente nel comune. Tra i manifestanti, c’è anche il capogruppo in consiglio comunale della Lega nord Alberto Mazzonetto che spiega il blitz così: «Il sindaco di Venezia, Cacciari, tradisce le aspettative dei veneziani. I finanziamenti per il campo nomadi dovevano andare ai cittadini per la realizzazione di case popolari [occhio che vi fregano pure quelle, ndr]».

La risposta del primo cittadino di Venezia non si è fatta attendere: «Se i leghisti non si slegano mando la polizia a slegarli», ha detto Massimo Cacciari. «E una volgarissima strumentalizzazione politica - ha proseguito -, la localizzazione del campo è stata decisa una decina di anni fa. È lo spostamento di un campo da una zona totalmente inadatta a una zona più adeguata e lontana da ogni casa [spostare il campo in una zona "lontana da ogni casa": faccio fatica a capire chi sia più "xenofobo", Cacciari o Mazzonetto? E l'integrazione? Ah sì, quella è la parolina magica per i talk-show, ndr]. In questo campo vi abitano cittadini veneziani in piena regola. I bambini frequentano le scuole veneziane, votano tutti nel capoluogo e appartengono a un’etnia diversa da quella della Lega. A mio parere i leghisti cercano di fomentare il clima xenofobo che tra l’altro a Mestre è in assoluta minoranza».

[...]


http://www.lastampa.it/redazione/............asp
martedì, 03 giugno 2008


da The Copenhagen Post:

Public broadcaster to crown 'Miss Headscarf'

27.05.2008

Danmarks Radio will hold a beauty contest for women with the only requirement being that they are over 15 and wear a headscarf

Denmark's headscarf debate took another bizzare turn Monday when public broadcaster DR announced it would be sponsoring a 'Miss Headscarf' contest for women and teens over the age of 15.
DR's youth club, 'Skum', is behind the project [tipico "giovanilismo" idiota d'Occidente, ndr] which they believe will display the 'cool Muslim women' who 'often make up a very fashion-conscious and style-confident part of the Danish street scene'. The competition is, however, also open to non-Muslim females [ovvio, non vorremo mica discriminarle?!, ndr].
The youth club said it is seeking to hear from the 'unheard' members of the headscarf debate - the women themselves.
'We would like to contact all the Muslim women who are seldom heard in the debate but are often just as preoccupied with fashion and beauty as other women,' Bjarke Ahlstrand, editor-in-chief of DR's youth division, told Nyhedsavisen newspaper.
Participants are urged to send in pictures of themselves wrapped in the appropriate headwear via email or mobile phone to DR. The photos will be judged by fashion expert Uffe Buchardt with first prize being an iPod and a specially-designed headscarf from top fashion house Mads Nørgaard.
In addition, the top five contestants receive a year's subscription to 'Muslim Girl' magazine
[ovvero, come coniugare multiculturalismo e consumismo, ndr].
The contest is supported by the instigator of the headscarf debate, Asmaa Abdol-Hamid, who had said she would not remove her headscarf if selected for an MP position with the Red-Green Alliance party.But the competition was not so well-received by a representative of the Islamic Faith Society [magari senza volerlo, i più saggi sono loro, ndr].
'I don't believe that Muslim women should exhibit themselves in this way and I strongly advise the girls to shun the competition,' said the organisation's local chairman, Smain Benyrbah. 'DR is going too far with this because the headscarf is something that is meant to conceal sexuality, according to the Koran.'
Women must not reveal their beauty.' (RC)


http://www.cphpost.dk/get/107387.html



Avviso ai lettori: cambio provvisorio della linea editoriale
lunedì, 02 giugno 2008




Vedi prima: Conferenza a Trieste: La lotta per il Kosovo. Sovranità e geopolitica nel cuore dell'Europa



dal sito del Coordinamento Progetto Eurasia (27/05/2008):

La lotta per il Kosovo

[...]

Davanti a un folto pubblico, costituito sia da serbi sia da italiani, Pilotto ha innanzitutto tracciato una rapida storia della Serbia, dimostrando come questo Paese sia stato il cardine dell’Europa nei Balcani fin dalle invasioni ottomane (basti pensare alla leggendaria battaglia di Kosovo Polje del 1389 appunto) e come la sua anima e la sua coscienza siano profondamente radicate in Kosovo e Metohija: è questo, in effetti, il nome completo della martoriata regione, laddove Metohija significa “patrimonio della Chiesa” e Pec è stato appunto il cuore della spiritualità serba. Prova ne sono i monasteri che punteggiano quelle terre, o meglio, quel che ne rimane, poiché la furia dei separatisti albanesi ha molto spesso colpito questi luoghi che sono patrimonio dell’Unesco, ma che le forze armate della missione Kfor raramente hanno protetto con efficacia (eccezion fatta per il contingente italiano e per l’opera compiuta dal Generale Fabio Mini allorché si è trovato ai vertici della struttura). Nel 1999 una poderosa montatura mediatica ha creato un’emergenza umanitaria in Kosovo, sicché la Jugoslavia si è trovata per tre mesi sotto le bombe della Nato, nell’ambito di un’operazione militare che non aveva avuto neppure l’avvallo delle Nazioni Unite, le quali intervennero soltanto in seguito alla Pace di Kumanovo con la Risoluzione 1244 che riguardava lo status della regione contesa. Veniva pertanto riconosciuta la specificità della Provincia (abitata in maggioranza da albanesi), ma parimenti si garantiva l’integrità della Jugoslavia. La proclamazione unilaterale d’indipendenza ed il suo affrettato riconoscimento da parte di molti Stati (USA in primis e purtroppo anche l’Italia) non hanno pertanto alcun appiglio giuridico, anzi, introducono un pericoloso precedente nel Diritto Internazionale, il quale si basa per definizione sulla consuetudine.

Le motivazioni che soggiacciono a questa situazione sono state ben evidenziate da Vernole, il quale non solo è un attento osservatore della realtà serba, ma ha anche avuto modo di vedere da vicino la realtà delle enclavi in cui la comunità serba è segregata nel Kosovo, e la realtà di Camp Bondsteel, la più grande base militare americana in Europa che si trova appunto sul territorio di Pristina. Da un punto di vista geopolitico, la regione è al centro degli interessi americani, ma anche di quelli russi, nell’ambito dei differenti progetti di oleodotti e gasdotti che dovrebbero garantire all’Europa attraverso i Balcani l’approvvigionamento energetico. Se nel 1999 la Russia di Eltsin era ancora indebolita dalle privatizzazioni selvagge ed incapace di proiettare una politica estera significativa, adesso, invece, Putin e il suo delfino Medvedev hanno rispolverato la secolare fratellanza fra il popolo serbo e quello russo ed ora sono strenui sostenitori delle ragioni di Belgrado a fronte di una strategia atlantista che si basa sulla dissoluzione degli Stati e soffia sul fuoco dei particolarismi e dei separatismi. Le attuali consultazioni per la formazione del nuovo governo, inoltre, sono molto interessanti. Se è vero che gli europeisti di Tadic hanno conseguito la maggioranza relativa, è altrettanto vero che numeri alla mano è ben più probabile la formazione di una maggioranza assoluta (e quindi capace di governare) imperniata su radicali, nazionalisti del Partito Democratico dell’ex premier Kostunica, socialisti e deputati musulmani del Sangiaccato: proprio il partito socialista (al cui interno sono confluiti alcuni movimenti minori) che fu di Slobodan Milosevic costituisce l’ago della bilancia ed è corteggiato anche dai filoamericani. Su tale versante i giochi sono ancora aperti, d’altro canto sono molti i separatismi pronti a seguire l’esempio kosovaro: i baschi in Spagna, gli ungheresi in Romania, ma ancora nella ex Jugoslavia troviamo gli albanesi della Macedonia e della valle di Presevo pronti a farsi avanti, c’è anche la Repubblica Serba di Bosnia, la quale a questo punto potrebbe a buon diritto chiedere l’indipendenza, e sembrerebbe esserci la longa manus del miliardario Soros dietro le istanze separatiste della Vojvodina, la provincia autonoma della Serbia caratterizzata da una rilevante presenza ungherese.

Da questo frastagliato scenario sono emersi molteplici spunti per animare il conseguente, ampio e appassionato dibattito, il quale ha evidenziato le pesanti responsabilità italiane, incarnate in particolare nella figura di Massimo D’Alema, capo del Governo che nel 1999 prese parte attiva e non solo come supporto logistico all’aggressione alla Jugoslavia ed ora è stato il Ministro degli Esteri che ha improvvidamente riconosciuto Pristina indipendente. Non di meno la situazione è tributaria della gestione dei nazionalismi esercitata da Tito all’interno della Jugoslavia, particolarmente in funzione antiserba, come già si poteva immaginare ai tempi della guerra partigiana vista la contrapposizione frontale fra partigiani comunisti e nazionalisti cetnici. La chiave di lettura religiosa è stata invece rivista e corretta, giacché stanno sicuramente spuntando moschee e tombe islamiche al fine di stravolgere il paesaggio tradizionale del Kosovo, ma stupisce apprendere che gli USA, i quali si presentano paladini della lotta all’integralismo islamico, abbiano riconosciuto in fretta e furia uno Stato palesemente islamico proprio nel cuore dell’Europa e contestualmente soltanto 4 Paesi dei 50 che fanno parte della Conferenza islamica abbiano fatto altrettanto [due piccole inesattezze. 1) sono 5, non 4, i Paesi
membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica che hanno stabilito relazioni bilaterali con Pristina (Albania, Turchia, Afghanistan, Senegal e Malaysia); 2) I Paesi membri dell'OIC sono in tutto 57, non 50, ndr]: è inquietante considerare che siffatte scelte abbiano qualche attinenza con il traffico internazionale di eroina (quell’eroina la cui produzione i Talebani avevano sostanzialmente sradicato ed ora nell’Afghanistan liberato ha ripreso a pieno regime), il quale ha in Kosovo proprio uno dei suoi snodi principali.

L’opposizione russa e cinese è forte, difficilmente le diplomazie occidentali torneranno sui loro passi, i Balcani sono di nuovo al centro della ribalta internazionale: la lotta per il Kosovo è ancora aperta.

http://www.cpeurasia.org/?read=9384



Avviso ai lettori: cambio provvisorio della linea editoriale
domenica, 18 maggio 2008


dal sito di Eurasia - Rivista di studi Geopolitici:

L'Associazione culturale Strade d'Europa (info: stradedeuropa@hotmail.it), con il contributo dell'Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario, organizza la conferenza:

La lotta per il Kosovo. Sovranità e geopolitica nel cuore dell'Europa

Relatori:
prof. Stefano Pilotto, docente di Storia dei Trattati e Politica Internazionale all'Università di Trieste
dott. Stefano Vernole, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici

Entrambi hanno sostenuto attraverso articoli e conferenze le ragioni della Serbia in merito alla recente proclamazione di indipendenza unilaterale da parte della Provincia del Kosovo ed ora in questa conferenza analizzeranno la situazione alla luce delle recenti elezioni in Serbia e nel contesto degli interessi geopolitici che insistono su questa regione.

La conferenza si svolgerà sabato 24 maggio alle ore 19:00 presso la Sala Risto Skuljevic della Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste in via Genova, 12.

L'iniziativa che rientra nell'ambito dei Seminari 2007/2008 promossi da Eurasia. Rivista di studi geopolitici (www.eurasia-rivista.org), ha il patrocinio del Coordinamento Progetto Eurasia (www.cpeurasia.org) ed è svolta in collaborazione con la Comunità Religiosa Serbo-Orotodossa di Trieste ed il Consolato Generale di Trieste della Repubblica di Serbia.

http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkEpluyVEFaUFCSyGn.shtml

La locandina:
http://sites.etleboro.com/files/photo/3521_LottaKosovo%5B1%5D.pdf
sabato, 17 maggio 2008


Verona: migliaia in arrivo per manifestazione centri sociali

17 mag 11:07 Cronache

VERONA - Migliaia di persone sono in arrivo in queste ore a Verona, per partecipare alla manifestazione contro il pestaggio e l'assassinio di Nicola Tommasoli. La citta' veneta e' blindata dalle forze di polizia. La manifestazione, nazionale, e' prevista nel pomeriggio ed e' stata organizzata dai centri sociali e dal Coordinamento Migranti. Adesioni sono arrivate dai partiti della sinistra e dal Comitato ''Nicola e' ognuno di noi''. Il corteo prendera' il via alle 15 dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova. (Agr)

http://www.corriere.it/ultima_ora/notizie........


Capito dove si vuole andare a parare? La morte di Tommasoli è servita a certo associazionismo e movimentismo (con l'aiuto determinante dei media) per creare il mostro dell'italiano razzista e, per converso, il "mito" dell'immigrato oppresso dal "nazifascismo dilagante", pur essendo la vittima del pestaggio un italiano. La frittata è stata capovolta sfruttando la vicinanza (vera o presunta che sia, non importa) dei cinque giovani agli ambienti dell'estrema destra. Non importa che perfino il Gip di Verona abbia escluso il movente politico, purché sia psicosi "antifascista", quindi "antirazzista", quindi pro-immigrazione (!!!). Questo avviene guarda caso in un periodo in cui più esplicitamente emergono in tv, giornali, siti web e altro i disagi dei ceti popolari dovuti all'immigrazione di massa (disagi di cui tutti eravamo a conoscenza anche prima, beninteso) e con essi le insistenti richieste di una stretta del fenomeno migratorio. Per avere conferma di questa strumentalizzazione socio-politica da parte degli organizzatori, basta farsi un giro esplorativo nel sito dedicato appunto alla manifestazione di oggi (notare gli aderenti), il cui indirizzo riportiamo qui in basso.

http://verona17maggio.noblogs.org


Vedi anche: Speculando sulla tragedia di Verona (parte VI): Gad Lerner e i suoi schizzi di veleno

sabato, 03 maggio 2008
giovedì, 27 marzo 2008


25 MARZO

Le rivolte di monaci e di nazionalisti tibetani contro l’autorità cinese a Lhasa hanno dato il via ad una serie di dibattiti che vedono due posizioni contrapposte. C’è chi è schierato decisamente e incondizionatamente con i tibetani (e tra questi qualcuno ritiene che le Olimpiadi che si svolgeranno a Pechino meritino il boicottaggio), e chi invece pensa che quella scoppiata in Tibet sia una protesta ispirata da potenze occidentali allo scopo di far trionfare anche in questa parte di mondo una nuova rivoluzione democratica in funzione anticinese e pro statunitense.
Ancora una volta ci troviamo su posizioni diverse rispetto a quelle di entrambi gli schieramenti, e, pur avendo una parziale comprensione per coloro che sospettano lo zampino di Washington dietro agli avvenimenti di Lhasa, riteniamo pura oppressione l’azione condotta da Pechino contro il popolo tibetano.
Ci spieghiamo. Le cosiddette “rivoluzioni arancioni” (che ovviamente nulla hanno a che vedere con il colore delle vesti dei monaci buddisti) che hanno investito l’Europa negli ultimi anni, e che marciavano sulla fanfara e sui dollari americani, hanno giustamente diffuso tra chi è più attento alle questioni di geopolitica, un senso di diffidenza nei confronti di ogni movimento che possa in qualche modo ricordare queste operazioni pianificate dal Dipartimento di Stato.
In questa diffidenza ci riconosciamo, e troviamo l’unico punto di incontro con coloro che oggi, per la questione tibetana, fanno gli avvocati difensori della Cina.
La diffidenza è giustificata: a Dharamsala, la città indiana in cui è ospitato il governo in esilio del Tibet, sventolano decine di bandiere a stelle e strisce. Lo stesso cosiddetto leader spirituale dei Tibetani, e dei Buddisti in genere, il Dalai Lama è personaggio dalla non cristallina reputazione, quando si parli di diritto dei popoli all’autodeterminazione, visto che il suo spirito non violento doveva essersi distratto per un po’, quando appoggiò i criminali bombardamenti della Nato contro l’orgoglio serbo.
Ma, come dicemmo mesi fa in occasione dell’insurrezione dei monaci birmani contro la giunta di Rangoon, non ci bastano queste ipotesi di “contaminazione” per schierarci dalla parte della repressione.
Abbiamo letto in questi giorni molti commenti a sostegno della posizione filocinese: in uno in particolare si sottolineava l’appoggio che l’industria cinematografica di Hollywood starebbe garantendo, “per motivi imperialistici” alla causa tibetana, attraverso la produzione di pellicole dedicate all’argomento. Cito testualmente da un articolo di Sara Flounders apparso su “Workers World”: “Uno di quest film, "Sette anni in Tibet", è stato basato su di un libro scritto da un nazista austriaco, Heinrich Harrer, coinvolto in alcuni dei crimini più brutali dei nazi-fascisti austriaci. Harrer finì in Tibet durante la seconda guerra mondiale in missione segreta per l'imperialismo tedesco, che stava tentando di competere con l'imperialismo britannico in Asia. Egli fu accettato nel circolo più ristretto, fra la nobiltà tibetana”.
A parte le imprecisioni contenute nel paragrafo, crediamo volutamente inserite al fine di rafforzare il trinomio nazismo-tibet-crimini brutali, la Flounders non ottiene altro effetto, per quanto ci riguarda, di farci guardare con maggiore simpatia alla nobiltà tibetana che accolse nel suo ristretto circolo lo scalatore Heinrich Harrer (a differenza di quanto avrebbero fatto di lì a qualche anno le forze di occupazione cinesi, i nazionalsocialisti ebbero nei confronti del Tibet, della sua storia e delle sue tradizioni un grande rispetto ed un sincero interesse legato in gran parte alla convinzione dell’esistenza di un legame spirituale tra Ariani e Tibetani ). Il linguaggio e la metodologia utilizzati in questo articolo del “Workers World” sono esattamente gli stessi che la macchina propagandistica israelostatunitense mette in campo quando si tratta di screditare e demonizzare movimenti o leader della resistenza all’egemonia mondialista. L’accostamento a qualche impresentabile nazista, il riferimento a crimini brutali dell’accoppiata nazifascista, l’allusione alla sottintesa arretratezza della società contro cui è indirizzato l’attacco (in questo caso rappresentata dalla nobiltà tibetana, emblema di un mondo indigesto sia per i marxisti che per i liberalcapitalisti).
Come nel caso dei Karen in Birmania, il rischio di sfruttamento di una vicenda che coinvolge un intero popolo da parte delle élite mondialiste effettivamente esiste. Ecco perché ci troviamo distanti anche da coloro che acriticamente si gettano tra le fila della crociata anticinese diventando strumento della propaganda occidentale. Va evidenziato che lo sfruttamento delle esplosive situazioni autonomiste da parte occidentale non viene attuato fomentando la rivolta di questi popoli nei confronti dell’oppressore (sia esso la Cina o il regime militare birmano), bensì cercando di guadagnarsi la loro fiducia e la loro amicizia attraverso ipocrite e sterili condanne politiche della repressione. A costo zero. Il tempo del finanziamento delle guerriglie anticomuniste è finito da un pezzo, ricordiamolo. Oggi si finanziano guerriglie dedite al narcotraffico, come l’UCK kosovaro. O quelle che mettono i bastoni tra le ruote della Russia che punisce gli oligarchi.
Dovrebbe risultare del tutto evidente che Cina e Stati Uniti (per non parlare di altri paesi europei o di “entità” sovrastatali dedite ad attività criminal-finanziarie) fanno parte dello stesso fronte. Il peso economico della Cina (e delle sue banche!) sull’Occidente in genere e sugli USA in particolare è enorme. Il mercato cinese inoltre rappresenta per le democrazie liberiste la grande occasione per ridare fiato alle loro economie oramai moribonde. I gangsters di Stato cinesi, veri e propri capitalisti che sfruttano il lavoro di milioni di schiavi e stringono favolosi contratti commerciali con imprenditori di tutto il mondo, bruciano (assieme agli statunitensi e agli indiani) la grande maggioranza delle risorse energetiche del pianeta e sono i principali inquinatori della terra, si trovano perfettamente a loro agio con i gentiluomini mondialisti di casa nostra.
Per non andare tanto lontano, basti ricordare che i principali sponsor di più strette ed amichevoli relazioni con il gigante dagli occhi a mandorla sono Carlo Azeglio Ciampi, Cesare Romiti e il coccolato nipote dell’Avvocato, John Elkann, membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Italia-Cina. Francamente non mi sembrano soggetti dalla grande sensibilità per istanze popolari e per battaglie identitarie.
E per quale motivo secondo voi i leader mondiali non hanno messo in dubbio la loro presenza alle cerimonie di apertura delle Olimpiadi? Perché lo stesso Dalai Lama, oramai evidentemente non più legittima bandiera della sua gente, si affretta a dichiarare che i Giochi non vanno boicottati? Ovvio, la Cina sta entrando con giudizio nella grande famiglia del WTO (l’Organizzazione del Commercio Mondiale), e seppur in concorrenza commerciale con i Paesi occidentali, è una pedina dello stesso gioco. Anzi, ne è divenuta una colonna portante. Ecco perché il solo fatto che qualche drappo americano sventoli a Dharamsala non ci basta per liquidare la lotta del popolo tibetano come una invenzione di qualche “think-tank” californiano. Quale abissale differenza c’è tra le facce degli aderenti alle rivoluzioni di marca “Soros” e questi “brutti, sporchi e cattivi” montanari tibetani che prendono a calci in culo i freddi mercanti cinesi che hanno colonizzato il loro paese!
In Thailandia gli americani stanno distribuendo permessi di immigrazione negli States a migliaia di profughi Karen. Condannano verbalmente la giunta di Rangoon, ma anziché fornire reali aiuti al popolo Karen perché resista e sopravviva all’estinzione, favorisce quest’ultima disperdendo i suoi figli tra le fabbriche del sistema capitalistico.
Non è forse questo un sistema per uccidere un popolo? O pensate veramente che Washington stia dietro le rivolte delle minoranze etniche birmane? I leader combattenti Karen fanno di tutto per cercare di riportare in Birmania la loro gente, per cercare di ricostruire una società tradizionale in grado di difendersi e di produrre mezzi di sostentamento, e intanto gli americani sottraggono loro le forze che dovrebbero contribuire a questo progetto rivoluzionario.
Ah, dimenticavamo, un progetto che i soliti articolisti definirebbero “feudale” e “reazionario” poiché non costruito su protocolli di chiara ortodossia modernista.
Pensare dall’altra parte che la Cina rappresenti in qualche modo il contrappeso al soffocante ed intollerabile predominio statunitense, e per questo vada scusata quando reprime la lotta per una maggiore autonomia (non indipendenza) dei Tibetani ci pare fuori dalla realtà.
Lo ribadiamo, siamo per la difesa della identità culturale e del patrimonio spirituale dei Popoli. Sostenere che il Tibet non abbia diritto ad una maggiore autonomia e al rispetto delle sue tradizioni perché “non è mai stata una entità autonoma” è per noi inaccettabile. Correre a sostegno delle tesi Cinesi solo perché c’è il pericolo che il Tibet cada nella rete statunitense denota una impotenza e una rinuncia alla “terza via” allarmanti. In tal modo riteniamo che si privino le stesse genti in lotta, della consapevolezza del valore assoluto che va attribuito alle loro radici. Il che è esattamente ciò che fa il mondialismo, favorendo artificiali gemellaggi tra società tradizionali e società secolarizzate che si concludono fatalmente con la capitolazione delle prime.
Noi cercheremo sempre, con i pochissimi mezzi a nostra disposizione, di batterci affinché si diffonda la cultura della resistenza antimondialista basata sull’eredità culturale propria dei Popoli coinvolti. Perché Impero ed imperialismo, ci par di ricordare, sono cose diametralmente diverse. E perché laddove sventolano i simboli solari sentiamo il richiamo irresistibile di comuni radici spirituali.
sabato, 01 marzo 2008


Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo: multietnicismo e multiculturalismo rappresentano a tutti gli effetti un'ideologia totalitaria, tanto più che non sono espressione di una specifica parte politica o di determinati segmenti sociali, ma costituiscono oramai un generale "patrimonio" di riferimento comune (con alcune differenze che ineriscono più alle modalità che alla sostanza e all'esito ultimo del cambiamento). La canzone intitolata Il nostro tempo, della band romana La Scelta [foto sopra], seconda classificata nella sezione "Giovani" del Festival di Sanremo 2008, non ci stupisce proprio per il suo esser frutto (acerbo) del "nostro tempo" (arido e lugubre). Non c'è molto da dire sul testo del brano musicale [cliccare sul collegamento in basso], che fa l'identikit, in parte reale e in parte immaginario, del nuovo cittadino globale, immerso nel caos metropolitano, apolide, "colorato", "multiforme", che affonda le proprie (non-)radici nel tutto-nulla: "un africano metropolitano / Con gli occhi da orientale" la cui "