sabato, 14 giugno 2008




Vedi anche: Altre reazioni al no irlandese - Il "democraticissimo" Giorgio Napolitano: "fuori dall'Ue chi blocca il Trattato" (!!!)



da il Giornale:

sabato 14 giugno 2008, 07:00

Ora si può arrestare una deriva devastante

di Ida Magli


Il risultato negativo del referendum irlandese fa esultare i molti che sperano in un ripensamento da parte dei governanti nel proseguire sulla strada intrapresa [speranza azzardata, visto il coro unanime dei nostrani soldatini europeisti, eccezion fatta per la Lega Nord, ndr]. Una strada devastante visto che si propone di costringere i popoli a sottoporsi a una dittatura priva di nomi, nascosta sotto le vesti di democrazie apparenti. Certamente questa è l'ultima occasione che rimane per salvarsi dal baratro, o almeno l'ultima che rimane prima di giungere alla fase, che alla fine diventerà inevitabile, dei conflitti. Ma il disegno è troppo vasto, troppo a lungo preparato e perseguito in segreta complicità da tutti i capi degli Stati e dei governi perché si possa credere che non troveranno qualche scappatoia. Del resto l'assunto dei progettisti era chiaro fin dall'inizio: fingere che la Storia non avesse portato alla creazione delle singole patrie, delle diverse lingue, delle religioni, delle arti, insomma di tutto quello che forma l'immensa ricchezza delle nazioni europee e capovolgerne il senso nell'affermare che questa non era diversità ma uguaglianza. Dover mentire era dato per scontato. Per questo hanno cominciato col produrre l'uguaglianza delle banane. Poi è stato fatto il grande passo della moneta unica e lì hanno cominciato a mettere a punto il nuovo modo per affermare che i totalmente diversi sono uguali. Basta guardare le banconote: niente più grandi nomi di artisti o scienziati, niente più grandi opere d'arte. Scheletri di anonimi ponti, vaghe architetture di un ignoto aldilà. Non bisogna pensare che la mancanza di informazione sulle operazioni politiche decise a Bruxelles non fosse voluta. Soltanto che ha prodotto un effetto negativo in quanto il «segreto» ha suscitato diffidenza e sospetto. L'irlandese che ha detto «non voglio ciò che non conosco» ha espresso un sentimento comune ai milioni di cittadini cui non è stato permesso di dire il proprio pensiero.
Inutile osservare che è per questo motivo che l'Unione europea non potrà mai diventare politicamente forte. È chiaro come il sole che non può essere forte uno Stato i cui popoli perdono la patria, l'identità territoriale e linguistica, il patrimonio storico, artistico, intellettuale, religioso, culturale [ed etnico, ci permettiamo di aggiungere, ndr]. Ma è proprio questo che perseguono i veri progettisti dell'unione: vogliono indebolire l'Europa fino a farla diventare territorio di passaggio per il sud-oriente; sono soltanto i piccoli politici di servizio quelli che stupidamente sperano nella grande Europa. Ci sono però, oggi, due piccoli motivi di speranza per chi vorrebbe ancora tentare di salvare le grandi civiltà dell'Occidente.
Il primo consiste nella necessità di tenere conto della Russia, che certamente non starà a lungo a guardare in silenzio quello che combinano gli pseudo-strateghi di Bruxelles [e certe recenti dichiarazioni del presidente russo Medvedev lascerebbero ben sperare, ndr]. L'altro risiede nel nuovo governo italiano, finalmente libero dall'ansia ugualitaria e distruttiva della sinistra [francamente questo mi sembra un motivo di speranza alquanto debole, anche per quanto ricordato nella prima nota in alto, ndr].
I politici italiani, infatti, potrebbero giocare un ruolo importante nella attuale contingenza. Facendosi forti della storia dell'Italia, invasa a turno nei secoli da francesi, tedeschi, austriaci, spagnoli, sarebbe giusto che fossero loro a convincere gli altri governanti del fatto che non si può riportare gli italiani a vivere senza confini e obbedendo agli stranieri. L'unica cosa saggia da fare sarebbe quindi quella di proporre una lunga pausa di riflessione, sospendendo qualsiasi ulteriore ratifica del trattato, per poi passare a studiare con calma un progetto diverso. Nulla infatti impedisce nel frattempo di concludere degli accordi fra Stato e Stato ogni volta che se ne veda l'utilità. Sarà almeno una volta il buon senso a prevalere sulla volontà di potenza dei governanti?


http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=268790
sabato, 14 giugno 2008




Vedi anche: Il voto in Irlanda e la fiele di Libération: la "gauche" non sta dalla parte dei Popoli



dal Corriere della Sera:

Trattato europeo, l'Irlanda dice «no»
Barroso: «Andiamo avanti»


Il 53,4% di voti contrari. Documento bocciato nonostante i sì di 26 Paesi. Napolitano: «Fuori chi è contrario»

[...]

NAPOLITANO: «FUORI CHI BLOCCA L'UE» - Lo stesso concetto è stato espresso anche dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Le ratifiche devono continuare fino a raggiungere la soglia dei quattro quinti. Non si può neppure immaginare di ripartire da zero». Ma il capo dello Stato ha aggiunto un concetto ben più pesante: «È l'ora di una scelta coraggiosa da parte di quanti vogliono dare coerente sviluppo alla costruzione europea, lasciandone fuori chi - nonostante impegni solennemente sottoscritti - minaccia di bloccarli. Non si può pensare che la decisione di poco più della metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell'1% della popolazione dell'Unione possa arrestare l'indispensabile, e oramai non più procrastinabile, processo di riforma» [un condensato di democrazia e di rispetto per la volontà popolare davvero ineccepibile, una lezione di libertà da tramandare ai posteri, ndr].

[...]


13 giugno 2008  (ultima modifica: 14 giugno 2008)

http://www.corriere.it/esteri/08_giugno_13/..........shtml
venerdì, 13 giugno 2008




Vedi anche: Gli Irlandesi bocciano il Trattato di Lisbona. Ma gli eurocrati non mollano



da Effedieffe:

Rabbia sull’Irlanda

Maurizio Blondet    13 giugno 2008

Fatto di significato umoristico: da diverse ore a Parigi, sull’edificio di Saint-Cloud che è la sede del Front National, sventola  il tricolore. Quello dell’Irlanda. «Stasera siamo tutti irlandesi!», si legge nel proclama emanato da Jean-Marie Le Pen.

«Una volta di più la valorosa Irlanda ha dimostrato che quando i popoli si esprimono direttamente,  difendono i loro interessi nazionali. Che tutti i nazionalisti d’Europa trovino in questo risultato il coraggio  e la determinazione di combattere gli eurocrati brussellesi e i gestori del nuovo ordine mondiale, nemici dichiarati delle nazioni e dei popoli d’Europa! Nazionalisti di tutti i Paesi, uniamoci! Il trattato costituzionale è ormai caduco e la malefatta di Sarkozy, di far rivotare al congresso francese un testo identico a quello rigettato dal popolo francese, è cancellata».

Quest’ultima frase è purtroppo lontana dalla realtà. Il governo francese e quello tedesco, Sarko & Merkel, avevano già deciso di pubblicare una dichiarazione congiunta sulla necessità di arrivare al completamento del processo di ratifica, «qualunque cosa accada», nei Paesi che non l’hanno ancora fatto. Tanto per capire le posizioni.

Mentre le destre nazional-popolari (non dotate di kippà) esultano, Libération, il giornale della sinistra al caviale (posseduto dai Rotschild) vomita rabbia e disprezzo contro l’Irlanda (1).

L’editoriale dice: «Quando è entrata nella comunità il primo gennaio 1973, l’Irlanda era povera e infelice. Il suo livello di vita tra i più miserabili del mondo occidentale, la sua società  fra le più primitive. Una Chiesa cattolica uscita appena dalla Controriforma le imponeva una frusta feroce in tema di costumi». Oggi il Paese «è coperto di case nuove», ed è «passato da James Joyce al SUV 4 per 4» (sai che miglioramento).

Eppure, «si arroga senza esitare un dirittto e quasi un dovere d’ingratitudine». Il democratico autore schizza fiele contro «il meccanismo infernale dei referendum, queste macchine per far dire no alle domande che non sono poste», trionfo «della democrazia d’opinione con i suoi demagoghi, i suoi populisti e i suoi mitomani».

L’Irlanda, coi suoi 4 milioni di abitanti, sta esercitando un «dispotismo», dice l’autore. Ha osato disobbedire «al 90% dei suoi sindacalisti, dei suoi intellettuali, dei suoi imprenditori (sic) e dei media (sic) che hanno spinto per il Sì».

Appunto, questa è la libertà: non cantare nel coro. E infine, Libé propone di  sospendere «l’appartenenza» del Paese alle «istituzioni europee fino a che decida di riunirsi alla maggioranza che desidera avanzare». Insomma sanzioni ed espulsione di chi vota liberamente. E poi ci si meraviglia che la sinistra perda voti.

L’autore di questa bava d’odio è Alain Duhamel [foto sopra, ndr], giornalista della «sinistra» ammanicatissima (suo fratello è il direttore generale di France Télévision), insomma la Casta che poppa dal denaro pubblico.

Un altro esponente di questa sinistra, il ben noto Bernard Kouchner, aveva premuto sugli irlandesi con una dichiarazione anche più sprezzante: «Sarebbe molto, molto imbarazzante per l’onestà intellettuale che non si potesse contare sugli irlandesi, che - loro - hanno molto contato sul denaro dell’Europa». Insomma, vi abbiamo pagato.

L’effetto è stato controproducente: i militanti per il No hanno diffuso miriardi di copie coi volantini sulla «french gaffe». Enda Kenny, segretaria del partito Fine Gael e pur militante per il Sì, ha ribattuto a Kouchner: «Gli elettori irlandesi sono capaci di fare le loro scelte da soli».

Ma la sinistra al caviale non può fare a meno di mostrare tutta la sua altezzosità verso il popolo, ed esibire la sua aria di superiorità intellettuale. Mentre in realtà obbedisce agli ordini che vengono dal Bilderberg, dove il possibile no irlandese al Trattato di Lisbona è stato oggetto di preoccupate conversazioni a porte chiuse [ricordiamo che quest'anno del Gruppo Bilderberg ha fatto parte anche Paul Gallagher, attorney general dell'Irlanda, ndr]. In ogni caso, i poteri forti hanno ordinato ai loro maggiordomi «politici» di andare avanti che le «ratifiche» fasulle, fatte da parlamenti subalterni e non da referendum.

L’eurocrazia è «autistica», ha detto persino il ministro francese degli Esteri, Fillon. Non vuole prendere atto che, nonostante menzogne e pressioni e minacce, non riesce a «vendere» la UE così com’è ai suoi cittadini. La sordità e cecità degli eurocrati e dei loro padroni transnazionali è però, in qualche modo, necessitata: oggi su Bruxelles pende la madre di tutte le crisi politiche, per non parlare del governo irlandese, che ha parteggiato con tutti i mezzi più discutibili per il sì.

L’Europa senza democrazia è marchiata dalla illegittimità. Non prenderne atto, è l’unica difesa.

In Francia appaiono manifesti non del tutto pubblicitari. Lo slogan dice: «Lovely day for a Guinness». E’ un bel giorno per brindare con la più célebre birra irlandese.



1) Alain Duhamel, «Le despotism irlandais», Libération, 12 giugno 2008.

http://www.effedieffe.com/content/view/3562/165/
venerdì, 13 giugno 2008


da Reuters Italia:

Irlanda respinge Trattato Ue, a rischio destino riforma

venerdì, 13 giugno 2008 6.31

DUBLINO/BRUXELLES (Reuters) - Gli elettori irlandesi hanno respinto con un referendum il trattato Ue di Lisbona e messo così a rischio l'entrata in vigore del piano di riforma dell'Unione.
Il 'No' ha conquistato il 53,4% dei consensi contro li 46,6% di Si, dicno i dati definitivi. Ha votato circa il 42% degli aventi diritto.

Il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Durao Barroso, ha sollecitato i Paesi europei ad andare avanti nella ratifica del Trattato ricordando che il via libera è già arrivato da 18 Paesi su 27.
Barroso ha invitato il primo ministro irlandese, Brian Cowen, a presentare delle idee che rassicurino i sostenitori del 'No' [l'atteggiamento molto "democratico" delle autorità europeiste: gli elettori devono essere rassicurati, come quando si deve somministrare la medicina cattiva ad un bambino..., ndr] in occasione delle Consiglio Ue di Bruxelles della prossima settimana, ritenendo che sia l'occasione adatta per "decisioni comuni" sui passi avanti da fare.
Cowen ha dichiarato che non è intenzione dell'Irlanda bloccare i progressi dell'Unione europea ma ha precisato che non c'è una "soluzione rapida".
In linea con Barroso i governi di Francia, Germania e Gran Bretagna, che insistono ad andare avanti sulla ratifica.
Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha detto che "la strada dell'integrazione europea non può fermarsi, a partire dall'azione politica che i Parlamenti nazionali, con le ratifiche, potrebbero simbolicamente esprimere".
L'Irlanda viene considerato, tra i 27, uno dei Paesi più europeisti ed è l'unico ad aver indetto un referendum sul Trattato. Nel 2005, a causa dell'esito negativo del referedum di Francia e Olanda fallì il precedente progetto di una Costituzione dell'Unione.
Il no dell'Irlanda al trattato di Lisbona non influenzerà la politica monetaria della Bce, secondo il membro del board Josè Manuel Gonzalez-Paramo. Per il mese prossimo è atteso un rialzo dei tassi da parte dell'istituto centrale europeo.
Alle prime notizie sulla vittoria dei No l'euro si è indebolito sensibilmente contro dollaro toccando il minimo dell'ultimo mese.

CONSEGUENZE DEL NO SULLE RIFORME UE

Il voto negativo degli irlandesi, che pure rappresentano meno dell'1% dei 490 milioni di abitanti dell'Unione, potrebbe essere letale per i destini del Trattato che, per entrare il vigore, deve essere ratificato all'unanimità.
I governi europei sostengono infatti che non esista un "piano B". Il premier francese Francois Fillon ha detto ieri in un'intervista tv: "Se gli irlandesi decideranno di bocciare il trattato di Lisbona, ovviamente, non ci sarà il trattato di Lisbona".
Altre fonti francesi spiegano, tuttavia, che il lavoro sul Trattato potrebbe andare avanti. A Parigi, che dal primo luglio sarà per sei mesi presidente di turno dell'Unione, toccherebbe il compito di traghettare il Trattato verso l'entrata in vigore prevista per il gennaio 2009.
Al Consiglio europeo della settimana prossima i leader europei confermeranno il proprio sostegno al Trattato e chiederanno all'Irlanda come intenda procedere. Dublino potrebbe ottenere delle modifiche, deroghe e rassicurazioni a patto di indire un nuovo referendum - non previsto dal governo - oppure potrebbe trovare una strada per consentire agli altri Paesi di andare avanti con le riforme chiave.
Il Trattato, che pure aveva il sostegno della maggior parte dei partiti politici irlandesi e delle associazioni di categoria, compresi agricoltori e sindacati, è stato respinto dai cittadini nel timore di una riduzione del peso dei Paesi più piccoli. I poteri attribuiti dal Trattato di Lisbona al nuovo capo Ue della difesa e degli esteri vengono visti, inoltre, come una minaccia alla storica neutralità irlandese.
Il Trattato prevede un mandato di lungo termine per il presidente del Consiglio europeo dei leader Ue, maggiori poteri per il titolare della politica estera e un mutuo patto di difesa fra gli Stati membri.
L'Irlanda ha già scioccato l'Europa nel 2001 quando respinse il Trattato di Nizza sulla estensione ad Est dell'Unione. In quel caso lo stallo fu superato con una seconda consultazione referendaria, ipotesi al momento esclusa dal governo irlandese.


http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/News............XML
lunedì, 24 marzo 2008


Notiziola dall'Irlanda: un controllo ministeriale effettuato su due campioni di 500 domande di assegni familiari per i figli a carico ha evidenziato che i tentativi di frode degli stranieri (soprattutto comunitari) sono otto volte superiori rispetto a quelli degli Irlandesi (percentuali del 13,9% e dell'1,7% dei rispettivi totali). Questo accade anche a causa della legge europea, che consente ai lavoratori stranieri comunitari di richiedere gli assegni familiari allo Stato membro in cui lavorano anche se hanno lasciato i propri figli in patria (1).

Nota:

(1) "
Under EU law, employees from any member state can claim child benefit in another member state they are working in, even if their children are in their home state.
" (dall'articolo-fonte).

Fonte:
The Irish Times (via Immigration Control Platform)